A proposito di “Una sconfinata giovinezza”

Una sconfinata giovinezza racconta per l’appunto Alzheimer, lo scopo –dice- il regista del film era quello di parlare delicatamente e nella semplicità l’inizio della malattia -ed invece ha colto nel pieno realismo di chi vive la condizione di Alzheimer , descrivendola attraverso la vita dei personaggi, nelle sue sfaccettature più complesse.
Una coppia, Chicca insegnante universitaria proveniente da un contesto familiare e culturale pressoché accademico, Lino giornalista sportivo famoso e stimato, sposati da 25 anni, senza figli, conducono una vita serena fondata prevalentemente sull’ amore e sul farsi forza vicendevolmente.
Nella loro storia entra prepotentemente e con un forte dolore la malattia che sconvolge la vita non solo in ambito lavorativo, per quanto Lino ostinato nel carattere vorrà dedicarsi ai suoi articoli che si tingeranno di ricordi infantili non rispettando più l’argomento richiestogli dalla redazione, ma muta il ruolo di coppia: una donna moglie che da sola-pur avendo il fratello medico-decide di restare accanto al fianco del marito per aiutarlo e lo farà a suo modo, con dolcezza, con magia, con sofferenza inconscia, con fantasia, vittima spesso di gesti aggressivi improvvisi -perché l’ Alzheimer comporta da chi ne è affetto aggredire chi lo aiuta per timore di perderlo-, ma soprattutto gli resterà accanto con amore, un amore diverso, più forte, più bello, quello materno.
Lino non sarà soltanto suo marito ma quel figlio mai avuto, un figlio che ha già dei ricordi e che con lo stesso viaggerà nella sua mente, per scrutarlo, per ricondurlo passo dopo passo al presente, “E’ una mente che si allontana dalla realtà, quella dei malati di Alzheimer, il miglior lavoro è “far comunicare le menti” -e Chicca comunica con la mente di Lino, tornando assieme a lui bambina.
Il protagonista da bambino amava giocare coi tappi, e che con quegli stessi tappi ricomincia a giocare da vecchio e malato costruendo piste nel salone della sua lussuosa casa, facendo appassionare anche sua moglie.
Una sconfinata giovinezza si tinge di drammaticità e nostalgia, è nello stesso tempo descrizione ma anche metodo di come poter affrontare una malattia definita alienante e spietata. E sembra esserci riuscito in parte scavando nella fragilità dei personaggi -nelle e con le loro dolorose trasformazioni-

Il regista ha provato a raccontarla con semplicità perché il film potesse essere visto anche dagli stessi malati e parenti. “Non volevo aggiungere sofferenza a sofferenza”, ha spiegato Pupi Avati, ma come ci si possa anche divertire se si ‘trova il modo giusto di affrontare la cosa’.

Con lo stesso coraggio e delicatezza “Una sconfinata giovinezza” è stato oggetto di discussione di un pomeriggio al cinema, nell’ambito del progetto Caffè Alzheimer realizzato presso la Rsa “Dina Gandini”- Poggibonsi(Si).

Il cinema visto come luogo libero, dove potersi incontrare e parlare, discutere, crescere, il primo incontro quello del 12 novembre (c/o il cinema Politeama di Poggibonsi), quello che ha visto come protagonista la storia di una “ condizione di essere” simili alla sconfinata giovinezza, è stato un delicato e dolce momento per raccontarsi, uscendo dalle stereotipie quotidiane, ma soprattutto per parlare e stare vicino ai parenti. Aiutando i malati di Alzheimer ad essere ragazzi in maniera diversa, a lavorare su se stessi dando da fare per non scappare chi sa quando, dove, e perché, senza essere poi ritrovati

“C’è un bambino che scappa, e la sua mamma lo cerca, ma dove vanno i bambini quando scappano e le madri li ritrovano?”

Lino scappa, non si sa dove ne se verrà ritrovato, scappa per rifugiarsi nel suo passato, scappa senza mete, perché è tornato bambino e come tutti i bambini ha bisogno di essere guidato e soprattutto amato.

Emanuela Cimmino

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Educatrice Professionale e Criminologa.
Lavora per il Ministero Della Giustizia come Funzionario giuridico pedagogico. Redattrice del portale Eduprof.it dal 2003 ad oggi ed autrice di numerosi articoli sul tema pedagogico/criminologico.