DAGLI ATTI DEL CONVEGNO :”COMUNITA’ PUBBLICHE, COMUNITA’ PRIVATE”: QUALI INTEGRAZIONI POSSIBILI?

Tutti i casi di marginalità sono affrontati dalle Istituzioni e sono state affrontate da esse sin dal passato, dagli orfanotrofi alle case famiglie, comunità di oggi.
Sembra che la comunità sia in ambito penale che per le tossicodipendenze sia un punto di riferimento.
Viviamo in un’ epoca moderna,nella quale entra ad essere protagonista la “strategia dell’ Istituzione” ponendo particolare attenzione per il sociale(45/616) e proponendo vari progetti mirati alla riduzione del disagio sul territorio, in strada, ovvero nelle famiglie.
Con la 328/00 si vuole garantire alle famiglie un sistema integrativo e interventi da parte dei Servizi Sociali, ampliare la rete di servizi,proporre interventi in ambito socio-sanitario(tossicodipendenze) e penale sempre più mirati al reinserimento in società e collocamento presso comunità, come misura alternativa al carcere e come processo continuativo di un iter seguito durante la detenzione.
E’ noto che nel Mezzogiorno, ovvero nel Sud,le riforme vengono attuate in ritardo, c’è sempre bisogno di altre riforme perché possano essere attuate quelle precedenti,Tale ritardo è spiegato al non incentivare le risorse presenti nel territorio.
Ciò che spesso manca è la sinergia, la cooperazione, il lavoro di rete tra i servizi operanti per e nel territorio.
Compito delle Comunità è quello di proporre un modello familiare esemplare,diverso,poiché spesso comportamenti devianti e delinquenziali sono frutto di un’ alta influenza da parte di altri membri sui più piccoli che li considerano come modelli da imitare,nel caso in cui parliamo di ambito penale,per i minori abbandonati o che subiscono violenza di ogni genere le influenze sono di altro genere e spesso si riesce ad allontanare secondo provvedimento del giudice il minore dalla famiglia prima che inizi ad intraprendere un percorso sbagliato.
Al di là degli interventi che le comunità offrono agli stessi ragazzi, alle spalle ci sono problemi burocratici, di gestione dei servizi stessi in assenza di interlocutori e di lavoro di rete.
E’ lo Stato che dovrebbe assumersi in prima persona la responsabilità di garantire tutte le risorse necessarie per promuovere interventi di prevenzione e di progettazione socio-educativa,sembra che lo stia facendo. Eppure in ambito penale si chiedono più interventi di collaborazione con la magistratura e più soldi per far conto a tutte le spese.
Nel carcere così come nelle Comunità vengono accolti, spesso, ragazzi che hanno commesso reati in seguito all’ uso di sostanze stupefacenti,lavorare con questo tipo di utenza non è facile, è un continuo mettersi in discussione, un continuo provare e riprovare interventi differenti se quelli già attuati non hanno conseguito esiti positivi, è un continuo esitare, dubitare, non stare al gioco delle rappresentazioni sociali e dunque modificarle, è un verificare continuamente i percorsi. Ma ciò che più è preoccupante è l’ atteggiamento degli adulti, da quello dei genitori di questi ragazzi che fanno uso di sostanze e in seguito manifestano i loro disagi, spesso anche di non accettazione e di non ascolto all’ interno di essa, a quello della gente comune che si pone dinnanzi al problema con pregiudizi e preconcetti ben predefiniti.
L’ atteggiamento dell’ adulto è spesso punitivo,estraneo a qualsiasi forma di comunicazione se non quella del giudizio, e all’ ascolto.
L’ adulto dovrebbe porsi in ascolto, entrare nel merito del problema, cercare di capire le cause e aiutare il ragazzo, il proprio figlio, accompagnandolo anche per un percorso terapeutico.
Laddove manchi tutto questo sono le Comunità ad occuparsene in un atteggiamento di astensione dal giudizio, poiché se c’è giudizio morale non si riuscirà mai a lavorare con i ragazzi che hanno particolari vissuti.
Sono loro stessi ad essere i protagonisti della Comunità,trovando in essa un destinatario, un punto di partenza per arrivare a qualcosa di nuovo e dare senso alla vita.
Ma il problema è anche un altro:lo Stato ha tagliato i fondi per il sociale, ciò significa che non si consentirà alle Comunità di crescere e toccherà alle stesse famiglie occuparsi del costo del sociale.
Stiamo vivendo una situazione alquanto drammatica,ma che ci fa anche riflettere su quali sono le possibili integrazioni nell’ ambito del nuovo welfare.
Negli anni sessanta, quando si parlava di aiutare gli emarginati, erano gli enti locali, i conventi, le strutture gestite dal religioso ad occuparsene con attività prevalentemente di assistenzialismo- caritatevole.
Oggi parliamo di soggetti titolari di diritti, di minori con diritti. Il lavoro degli educatori, sociologi, psicologi, delle strutture è quello di promuovere i loro diritti, è quello di fare un lavoro di coinvolgimento e partecipazione di tutti i servizi operanti nel territorio,nel pieno rispetto della diversità.
Termini come sinergia, 285,328, integrazione,territorialità,non sono e non devono essere usati solo come belle parole, come slogan,ma spunti di riflessione,sui quali intervenire attivamente.
Quante volte abbiamo sentito parlare di “diversità come crescita,come bellezza”,dunque in un ambito che si muove sempre più ad aiutare gli altri,che si promuova la diversità come accettazione dell’ altro con il quale confrontarsi vedersi cambiare crescere.
Diversità non solo etnica,ma di stili di vita differenti,modi di pensare differenti.
Diversità come comunicazione, un porsi in ascolto e soprattutto integrazione.
Dunque investire nel sociale ,non significa solo riconoscere e tutelare i diritti dei cittadini e accogliere la loro diversità,ma in termini più strettamente economici ,vale a dire costruire gerarchie di intervento in grado di tenere insieme:centralità della persona, bene comune,costo ed efficacia del servizio.
Tutelare i minori in area penale significa anche verificare la validità degli interventi loro rivolti.
Il lavoro di comunità è un lavoro che richiede professionalità e disponibilità particolari.
E’ attuare continuamente una mediazione comunicativa, un lavoro fatto di orientamento, accompagnamento,di relazioni, non a caso si propone una Pedagogia della relazione.
Il lavoro di comunità, peraltro non deve essere isolato, anzi è necessario che ci siano contatti con i Servizi Sociali, I tribunali, L’ istituto penitenziario, Il s.e.r.t , altre agenzie educative quali la scuola, la famiglia.
Con il nuovo codice di procedura penale 448/88 si mira molto al rispetto del percorso evolutivo del minore,vivendo la pena non come punizione ma come possibilità di rienserirsi nella società.
Sono state attuate misure alternative al carcere, a seconda del reato, della pena che il minore deve scontare,quale l’ irrilevanza del fatto, la sospensione del processo e le messa alla prova, il perdono giudiziale, il collocamento presso comunità, misure che purtroppo non possono essere rivolte agli stranieri, perché la legge non è stata pensata per loro e dunque a parità di reato e di imputabilità, gli stranieri ricevono
più frequentemente la detenzione.
Il carcere solo raramente rappresenta un deterrente, in quanto nella maggior parte dei casi, non fa essere che un’ulteriore momento di emarginazione, evidenziando nel soggetto il suo ruolo di deviante, non rimuovendo le causa che hanno originato il suo comportamento antisociale,non rimuovendo percorsi di ripresa e spesso alla fine della detenzione si può ripresentare la situazione del conflitto preesistente.
Ma il carcere non può essere ancora eliminato,anche se statisticamente parlando la detenzione è stata ridotta del 5%.
La comunità, il Cpa, istituito con la 448/88 sono oggetto ,spesso di critiche ,perché lette solo in chiave strutturale-funzionale,nel senso che questi “luoghi” servono più al ragazzo che all’ educatore,servono al ragazzo per prepararsi alla fase processuale,evitando però spesso l’ esperienza del carcere.
Il problema sul quale ci preme dibattere sono gli aiuti economici e di sinergia di servizio;c’è una differenza tra comunità privata e pubblica, specie per quanto riguarda i costi;la forte presenza di minori stranieri, di situazioni al limite delle patologie psichiatriche e psicologiche;il confrontarsi con una realtà nuova e complessa che prevede lo studio,la formazione e l’ aggiornamento degli stessi operatori;la volontà di capire quali spazi, tempi, opportunità e possibilità sono e saranno previste per i minori in area penale nel nuovo sistema dei servizi sociali.
Per far fronte a tutti questi problemi, occorre lavorare assieme,il pubblico con il privato,per cominciare un percorso di accoglienza e di accompagnamento a forte valenza educativa, reciprocamente, per l’ appunto in e con una pedagogia della relazione.

7 novembre 2003
Ist.Suor Orsola Benincasa- Napoli

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Educatrice Professionale e Criminologa.
Lavora per il Ministero Della Giustizia come Funzionario giuridico pedagogico. Redattrice del portale Eduprof.it dal 2003 ad oggi ed autrice di numerosi articoli sul tema pedagogico/criminologico.