Esperti a confronto : droga e criminalità

Da un lato il mercato illegale- quello delle sostanze psicotrope- che favorisce stili di consumo e di vita degradanti e pericolosi; dall’altra le politiche legate a ragioni ideologiche che ci portano a pensare come la stessa prevenzione sia politica e come parlare di tossicodipendenza senza fare riferimento ad interventi terapeutici, risocializzativi, sia del tutto inutile; ma oltremodo è inutile soffermarsi sempre su quanto si conosce per via di una cultura libresca; studiare il tossicodipendente, la sia identità, significa ricercare le sue cause, le motivazioni delle scelte, il modo in cui questo soggetto interpreta la realtà; chi era, chi è, chi vuole essere, il suo vissuto, le sue aspettative, i suoi bisogni, desideri, ma soprattutto la sua storia.
Perché quel tossicodipendente, quel tossicodipendente detenuto che ci ritroviamo davanti a colloquio, che chiede di incontrare l’educatore, è prima di tutto una persona, un deviante si, ma una persona che porta dentro di se un malessere, che in un certo momento della sua vita incontra la sostanza.

1)Perché un tossicodipendente è anche deviante?Chiediamo a Dario

Quello di “devianza” è un concetto squisitamente culturale; si definisce deviante – con accezione negativa – colui che mette in atto comportamenti non conformi che sfidano il senso comune. In poche parole: deviante è ciò che viene percepito come tale.
Si tratta di un’asserzione sfumata, apparentemente pleonastica. Il concetto di devianza, tuttavia, trova I propri limiti semantici nel sentire comune, a sua volta storicamente, geograficamente e socialmente determinato. Ciò che in un dato momento storico, in un determinato luogo, in un particolare contesto sociale è considerato deviante rispetto al come dovrebbe essere – dunque al conforme – è deviante.
Il tossicodipendente è individuato come soggetto deviante, poiché la società stigmatizza chi fa uso di sostanze psicotrope. Sostanze il cui commercio, in ogni caso, è anche illegale.
Nei momenti migliori della storia, le classi sociali più vulnerabili sono state stigmatizzate; nei peggiori, criminalizzate.

2)Varie teorie criminologiche ci riportano ad una suddivisione di fruitori di sostanze psicotrope: consumatori, tossicodipendenti, tossicomani; quali le caratteristiche, il loro profile, le dinamiche comportamentali? E quali gli elementi perché noi esperti possiamo dedurre a priori che tipo di identità “tossicodipendente” abbiamo di fronte?

In poche parole, il consumatore è colui che assume la sostanza in maniera sporadica, occasionale, in particolari contesti e mantenendo il controllo sulle proprie abitudini di consumo. Il tossicodipendente, al contrario,sviluppa – come si evince dal termine stesso – una dipendenza dalla sostanza; i tempi di assunzione non sono più dettati dalla volontà ma dalla necessità. Tuttavia, il tossicodipendente può ancora mantenere il lavoro, il proprio status sociale, dei legami affettivi. Per il tossicomane viceversa la sostanza diventa la vera e propria ragione di vita, la meta del proprio esistere, l’orizzonte unico della quotidianità. In particolare, si riscontra un tale livello di dipendenza negli assuntori cronici di eroina e in alcuni casi particolarmente gravi di consumo di cocaina, specialmente qualora si tratti di crack – un suo derivato – sostanza in grado di instaurare un livello di dipendenza molto più tenace di quello della semplice cocaina. Stesso discorso, probabilmente, si può fare per l’alcool.

3)Quali di questi i recuperabili con trattamento, per dirla alla Fontanesi-Ponti, i senza trattamento ed i non recuperabili?

Se parliamo di trattamento penitenziario, è bene specificare subito un punto: devianza e criminalità non sono sinonimi. Non tutto ciò che è deviante, infatti, è necessariamente da considerare criminale o semplicemente illegale. Il tossicodipendente, di conseguenza, non è necessariamente un delinquente.
Nel caso di tossicodipendenti che abbiano commesso dei reati, il loro recupero alla società non passa ineluttabilmente attraverso l’emancipazione dall’abuso di sostanze stupefacenti, ovvero il raggiungimento dello stato di drug free.
Soggetti non recuperabili – per definizione – non esistono. Allo stesso tempo, l’esperienza non consente di eludere il problema, ovvero l’oggettiva difficoltà di promuovere, per i tossicomani, percorsi di reinserimento sociale.

E.C :A mio parere, è una questione di volontà, di impegno, ma anche di presenza di una politica preventiva più adeguata e consone allo stile del fruitore di sostanza, ovvero per ogni tipologia di soggetto occorrerebbe una specifica misura riabilitativa e tratta mentale, così come per la differenziazione di età, collocare ad esempio un adolescente che ha fatto uso ma anche spacciato in un ipm, non è preventivo o tratta mentale quanto più un deterrente per delinquere; occorrerebbe inoltre capire caso per caso le motivazioni, i fattori che hanno spinto le persone a ricorrere alla sostanza.
Se di base c’è un problema sociale, familiare, economico, si potrebbe e dovrebbe intervenire con misure di assistenzialismo da parte degli enti locali facendo riferimento alle misure di sostegno, ai piani di zona, se il problema di fondo è clinico, allora potrebbero intervenire gli enti sanitari in cooperazione con i Sert.
Il carcere dovrebbe essere l’ultima isola ed esclusivamente laddove sussista il reato, che sia diretto o indiretto, che sia causa od effetto, le storie dei tossicodipendenti detenuti sono le storie di disagi familiari, sociali, interiori, psicologici, sono le storie di chi aveva tutto e poi si è smarrito, di chi è stato plagiato, di chi vive di debiti e di abbandoni, di stress post traumatici, di chi ha perso il lavoro, l’amore, di chi ha iniziato da bambino per essere grande e si ritrova ora ad essere immediatamente vecchio, perché la droga cambia l’aspetto fisico e deteriora l’aspetto cognitivo-psichico.
Quella dei detenuti tossicodipendenti è la storia di chi si è sforzato a non dipendere dalla sostanza, ma l’astinenza stessa è stata presupposto di reato

4)L’astinenza come sinonimo di bisogno per placare un desiderio, un vuoto, può essere matrice di reato al fine di alleviare lo stato di crisi temporaneo?

In criminologia si parla di criminalità da sindrome di carenza, strettamente connessa ad un particolare stato psico-fisico, quello dell’astinenza, ovvero dell’urgente e non procrastinabile necessità di assumere la sostanza, e dunque di procurarsi il denaro necessario all’acquisto. In questo febbrile e penoso stato di bisogno, il tossicomane può commettere furti, rapine, aggressioni.
Le sostanze in grado di condurre ad un tale stato di necessità sono – almeno da un punto di vista fisico, biologico – eroina ed alcool. Gli alcolici tuttavia hanno costi molto contenuti e sono facilmente reperibili, ragion per cui la criminalità da sindrome di carenza è appannaggio quasi esclusivo degli eroinomani.
Si tratta tuttavia di un discorso accademico, poiché in realtà il consumo di sostanze oggi si presenta in maniera molto più variegata e complessa. SI parla infatti di policonsumatori, che in diversi momenti della giornata assumono diverse sostanze per potenziare o bilanciarne gli effetti. Eroina, cocaina (anche congiuntamente: speedball) così come psicofarmaci ed alcolici.

5)Tante le tipologie di sostanze: eroina, cocaina, crack, cannabinoidi, anfetamine, quale la loro strutturazione ed i loro effetti? E perché l’una invece dell’altra,quali i criteri di scelta da parte di chi vuole assumere la sostanza?

Ovviamente le sostanze hanno proprietà chimiche diverse, ma piuttosto che proporre descrizioni facilmente reperibili su internet, preferisco fare una distinzione di tipo culturale.
L’eroina è generalmente considerata una droga astensionista. La principale proprietà di questa sostanza è infatti quella di anestetizzare, narcotizzare ogni forma di dolore, fisico o psicologico che sia. Gli eroinomani danno spesso luogo a gruppi sociali con un’impronta fortemente marginale e, sovente, anche delinquenziale.
Non troppo diverso il discorso per l’alcool, tuttavia mitigato dall’assenza di un mercato illegale.
La cocaina è tendenzialmente considerata una sostanza da performance, destinata non a sfuggire all’ansia da prestazione sociale, quanto piuttosto a dominarla. Anche questa, tuttavia, è una visione forzata. Il ricorso alla sostanza psicotropa rappresenta in ogni caso una fuga dalle pressioni sociali, praticata attraverso non l’astensione ma il rinforzo.
Rinforzo apparentemente necessario anche per il semplice divertimento, come avviene per le droghe ricreative, il cui uso è finalizzato ad amplificare le sensazioni legate a momenti di piacere, in uno strano vortice dove la gioia più sfrenata, spesso, corre parallela alla più profonda disperazione.
Le cosiddette droghe leggere, i cannabinoidi, costituiscono un capitolo a parte. L’assunzione di tali sostanze è spesso legata a contesti culturali particolari, anche in ragione di una sana volontà di trasgressione.
L’effetto è leggermente narcotizzante, spesso funzionale a placare o gestire stati d’ansia o particolare tensione. I luoghi comuni riguardo queste sostanze si sprecano. Se molto discutibile è la falsa propaganda che appiattisce il dibattito associando droghe leggere e droghe pesanti, altrettanto opinabile è la superficiale lettura per cui non esistono rischi correlati all’uso delle stesse.

E.C Tornando alle motivazioni, che è ciò che a noi esperti preme sapere per poi “sapere dove andare ad operare”, tanto che siamo portati a chiedere: perché? Quando ha iniziato?e poi cosa è successo? Ed ora quali sono le sue aspettative? I tossicodipendenti detenuti , quelli cronici, tendono a raccontarle con giustificazione, con minimizzazione del danno, con deresponsabilizzazione, in rapporto al reato,

6) Dario, quando un tossicodipendente è criminale? E quando l’uso personale della sostanza è un crimine?
Eppure non si parla di sanzioni amministrative?

Un tossicodipendente è criminale, come qualunque altro cittadino, quando commette atti riconosciuti dalla legge come reati e sanzionati come tali. Il consumo personale non è di per sé un reato, benché l’attuale normativa tenda a stabilire confini molto labili tra consumo e spaccio, contribuendo irresponsabilmente alla criminalizzazione di un disagio.

E.C: Lavorando a tu per tu con i detenuti tossicodipendenti ci si rende conto come la tossicodipendenza diventi uno stile di vita; 7)ma è cambiato il modo di usare la droga, quale,l’agire ed il pensare di un tossicodipendente di oggi?

Ad un certo punto del tuo scritto, tiri in balzo la teoria dell’anomia, fai riferimento a Durkheim, Merton,

8)I tossicodipendenti a quale categoria di individui citati dall’autore appartengono? E la nostra società può definirsi anomica?

A mio avviso, la nostra società è assolutamente anomica, nel senso mertoniano del termine. La discrepanza tra le mete proposte e i mezzi messi a disposizione per conseguirli, è a dir poco imbarazzante.
La tossicodipendenza è solo una delle modalità mediante cui si manifesta questo disagio sociale. Forse la modalità più autodistruttiva. Forse…
Questo per quanto concerne il cliché classico del tossicodipendente, ovvero l’eroinomane.
Come ho detto, completamente diverso è il discorso per gli assuntori di sostanze da performance. In questo caso, non si rinuncia agli obiettivi, ma si deroga dal ricorso a mezzi leciti.
Esempio riduttivo ma calzante è quello degli sportivi. L’atleta che ricorre a sostanze dopanti, non ha certo rinunciato alla meta, piuttosto le persegue con tale pervicacia da ricorrere a mezzi illeciti e addirittura dannosi per il proprio benessere psico-fisico.
Sarebbe ipocrita ridurre il tutto a scelte individuali. Pur non volendo in alcun modo deresponsabilizzare il soggetto assuntore, è altresì vero che l’assiologia dominante antepone il fine al mezzo, producendo un livello vertiginoso di anomia sociale.
Se l’asticella si sposta sempre più in alto, spesso l’unica alternativa all’aiutino diventa la rinuncia, l’accettazione del proprio stato di subalternità sociale.

Fabrizio De Andrè scriveva: Non dovrai che restare sul ponte, e guardar le altre navi passare…

E.C: Merton, definisce i tossicodipendenti come rinunciatari, come coloro che hanno rinunciato alla lotta, alla possibilità di conseguire le mete sociali, ad oggi non è proprio così, per quanto possano sembrare depressi, taluni riescono nella loro razionalizzazione a mentire, ad attuare meccanismi di strumentalizzazione, ad invertire le parti da destinatario del colloquio a mittente, ma anche pronti al cambiamento , a non rinunciare alla ripresa, all’essere riaccolto nella e dalla comunità esterna, a recuperare soprattutto il rapporto genitoriale.
A ritroso con la memoria direi che i tossicodipendenti sarebbero più da collocare nelle teorie sociali, o meglio delle associazioni differenziali

9)Cambiano le droghe, quali gli effetti delle sostanze ricreative?

Le droghe ricreative sono diffusissime, seconde soltanto ai cannabinodi. Ma molto più pericolose, specialmente per una questione chimica. Secondo il Ministero della Sanità le sostanze in commercio sono pure per il 10% circa. Essendo prodotte clandestinamente, potrebbero essere tagliate con sostanze altamente tossiche o infettive. E tuttavia imperversano tra i giovani, associate ad alcool e ad un particolare tipo di musica. Gli effetti ricordano in qualche misura l’ebbrezza: maggiore disponibilità alla sensualità ma anche all’aggressività, ampliamento delle capacità sociali, introspettive ed empatiche. Sulla dipendenza non vi è ancora chiarezza. Sicuramente non è tanto incisiva da non consentire un’interruzione spontanea e priva di controindicazioni.
Per quanto riguarda i rischi, oltre a quelli già indicati inerenti le sostanze da taglio e le possibili allucinazioni, è da segnalare il famoso “colpo di calore”. Si tratta di un’accelerazione del battito cardiaco, accompagnato da crampi, debolezza e conati, che può portare anche alla morte. La causa è un forte innalzamento della temperatura corporea indotto dal MDMA (comunemente nota come Ecstasy) che, specialmente quando si balla in ambienti poco areati e si sono assunti alcolici, produce la necessità di una continua idratazione.

Da un punto di vista criminologico, possono interessare la delittuosità colposa (ad esempio incidenti stradali causati da condotta imprudente) o gli effetti che la sostanza ha sull’aggressività, favorendo ad esempio l’esplosione di risse anche per futili motivi.

E.C : 10)Droga e criminalità diretta, indiretta, quando il crimine è punibile? In criminologia noi esperti discutiamo di intossicazione acuta e cronica, di imputabilità, di forza aggravata, quando il crimine è intenzione, reato colposo e volontario?

La condizione di tossicodipendente non cambia la sostanza del procedimento penale. Commettere un reato, ad esempio una rapina, per procurarsi droga non rappresenta un’attenuante. A volte, è vero il contrario. L’esempio classico è la guida in stato di ebbrezza, punibile a priori come condotta imprudente. Tuttavia, lo stato accertato di tossicodipendenza può dar luogo a percorsi differenziati di reinserimento sociale, attraverso misure alternative come l’affidamento ad una comunità terapeutica.

Massimo Parlotto afferma che il carcere è lo specchio della realtà che c’è fuori, la realtà penitenziaria riproduce ed amplifica le contraddizioni della società esterna, ingrandendole;

11)Quali le prospettive del presente e quali del futuro?

Le prospettive sono pessime. Anche rispetto al carcere possiamo declinare il concetto di anomia, stavolta nel senso con cui Durkheim usava questo termine.
Il nostro sistema normativo è moderno, per certi versi addirittura illuminato. La condizioni reali di detenzione, tuttavia, sono tali da rendere impraticabili le pur buone intenzioni del Legislatore.
In primo piano, ovviamente, il sovraffollamento, ben oltre la soglia di tolleranza delle nostre strutture penitenziarie. Poi, l’inadeguatezza delle stesse strutture, la carenza di personale (soprattutto quello educativo), contribuiscono a rendere esplosiva la situazione carceraria.
Prima di parlare di rieducazione, sarebbe opportuno conformare il regime penitenziario a quanto previsto dalla Costituzione e dalla normativa vigente.
Andrebbero sviluppate misure finalizzate a decongestionare i nostri istituti; la legge sulle droghe, il reato di clandestinità, la ex-Cirielli, in sinergia con i letargici tempi processuali, concorrono a produrre una situazione di emergenza permanente. Una contraddizione in termini, eppure non serve affidarsi a complessi giri di parole: in Italia, le condizioni dei detenuti sono disumane. E, soprattutto, sono illegali.

E.C : A mio avviso, come scrivevo sopra, il tossicodipendente è criminale nel momento in cui non fa uso di droga, ma per conseguenza diretta o indiretta, commette rapine, aggressioni, incidenti, furti; occorre come percorso pre e post preventivo un trattamento che sia nel contempo rieducativo, “punitivo”, risocializzativo, riabilitativo, e di comunicazione con la comunità esterna.
Ma mi viene da riflettere su un punto fondamentale,

12)Se la società fa fatica a riaccogliere un tossicodipendente detenuto autore, può accogliere un tossicodipendente vittima di reati ed il tossicodipendente può essere anche lui vittima di reati?

La società fatica ad accogliere i tossicodipendenti anche perché li associa ad uno stigma negativo, considerandoli quasi automaticamente autori di reati.
La verità è che i tossicodipendenti, come ho cercato di evidenziare nel mio scritto, sono soprattutto vittime di reati, come si evince da una ricerca condotta nell’ambito del progetto europeo “Daphne II”, inerente Dipendenze Patologiche e Abuso Sessuale (http://www.daphnepioppo.eu/it/index.php).

La dipendenza dalla sostanza, e dunque lo stato di soggezione rispetto a chi è in grado di fornirla, così come l’ambiente degradato in cui spesso confluiscono per conseguenza diretta dello stato di tossicomania, rendono i tossicodipendenti facili vittime di soprusi quando non di veri e propri crimini.
In questo caso, è più corretto parlare di rapporto tra uso/abuso di droghe e vittimizzazione. Se dal punto di vista criminologico abbiamo osservato come l’uso di droghe possa favorire la commissione di crimini, da un punto di vista vittimologico possiamo osservare che:

•Chi è vittima di reati, ha maggiori probabilità di fare uso di droghe
•Chi fa uso di droghe ha maggiori probabilità di diventare vittima di reati

Le letteratura sull’argomento, decisamente non è sterminata. Probabilmente nel senso comune prevale l’argomento per cui lo stato di tossicodipendenza è frutto di una scelta, e tale responsabilità rende la loro vittimizzazione meno grave di quella di altre categorie “innocenti”.
Come dalla premessa di questo lavoro, il tossicomane è – in fin dei conti – un deviante.
E tuttavia, anche spogliandoci di qualunque velleità etica o ideologica, nella valutazione del rapporto tra uso/abuso di droghe e criminalità non è possibile prescindere da questo fatto: la tossicodipendenza è una condizione potenzialmente criminogena, e potenzialmente vittimogena.
Le sostanze stupefacenti, ma ancor più il mercato illegale che favorisce stili di consumo e di vita degradanti e pericolosi, così come le politiche legate a ragioni ideologiche e di propaganda, rappresentano una fonte inesauribile di vittime e carnefici.

Si ringrazia Dario Scognamiglio per l’intervista concessaci.

Emanuela Cimmino

27.1.2011

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Educatrice Professionale e Criminologa.
Lavora per il Ministero Della Giustizia come Funzionario giuridico pedagogico. Redattrice del portale Eduprof.it dal 2003 ad oggi ed autrice di numerosi articoli sul tema pedagogico/criminologico.