Crisi economica e dignità nel corto Io sono Michele

“Essere o non essere”- si chiede Michele davanti a quel treno.

Agostino Brancale nei panni di un operaio, dipendente di un’azienda che fallisce, un fallimento al quale neppure il titolare sa come affrontare con l’amarezza di non poter pagare nessuno “Il governo, le banche, la camorra, si sono presi tutto, anche la vita”. Quella vita preziosa, spezzata, una crisi, odierna che logora, uccide, spara, fa morire, fa non più vivere. E’ una crisi che tocca la dignità dell’essere umano, una dignità sepolta, quando si è costretti a fare ciò che è sempre stato contro i propri principi morali; quella crisi che ha a che fare con i sentimenti familiari, la preoccupazione, la felicità, la speranza, la disperazione, la frustrazione, il non essere capaci di “sostenere i bisogni di tutti i componenti”, il non poter acquistare il libro di storia al proprio figlio, il non poter dare il “meritato”.
“E’ più facile subire le sofferenze della vita, piuttosto che scappare ed andare via”.

1 Francesco, perché è più facile subire, piuttosto che agire? E come agire dinnanzi alla crisi?

La difficoltà dell’agire è dovuta alla continua delusione e frustrazione cui soggiace chi spera di farcela semplicemente grazie alle proprie capacità. Cresciamo in un sistema culturale che, a parole, sprona i meritevoli, i capaci, a mettersi in gioco, a rischiare, salvo poi dimostrare, alla prova dei fatti, che “puoi anche essere il più in gamba di tutti, ma non vai da nessuna parte se non hai santi in paradiso”.
Gran parte dei “ragazzi” dell’ultima generazione può testimoniare che, pur avendo sgobbato sui libri, pur avendo raggiunto l’agognato traguardo della laurea, una volta messo piede nel mondo reale ci si accorge che la “musica è un’altra” e quello che hai è solo “un pezzo di carta” da accompagnare ad una o più “raccomandazioni”.
Chi, invece, ha qualche idea di natura imprenditoriale, se non è ricco già di suo, deve fare i conti con un sistema del credito atrofizzato, incentrato sul favorire i “già conosciuti”, che non premia le buone idee ma i buoni patrimoni (o presunti tali); e con una burocrazia asfissiante che ha un solo compito: scoraggiare la libera iniziativa privata.
Ecco perché agire diventa sempre più difficile e, dopo innumerevoli delusioni, inevitabilmente si comincia a subire lo stato delle cose che sembra inesorabilmente immutabile se non in peggio.
Il rischio è rappresentato dal fatto che sempre più persone pensano che agire non basti più e che l’unica soluzione è reagire. Non l’azione ma la reazione. Non intraprendere seguendo vie naturalmente pacifiche e democratiche, bensì reagire al degrado delle cose ricorrendo anche a mezzi estremi.

2. I figli, i bambini, coloro che subiscono di più, nella loro innocenza, comprendono, comunicano anche in silenzio, rimanendo fissi a guardare al di fuori della finestra, come il figlio di Michele o la piccola che attraverso un disegno invita la madre Carmela a non scoraggiarsi ”perché papà ritorna, perché papà è il Re”.

Come i figli vivono la crisi?Come ed in che modo è stata spiegata la crisi ai piccoli attori?

L’effetto della crisi economica (e non solo) che stiamo attraversando è devastante per i genitori anche perché in loro si riflette potenziato il senso di frustrazione legato al senso di impotenza, alla sensazione che la propria vita sia stata un fallimento perché la perdita del lavoro, la sottooccupazione, il lavoro malpagato e/o in nero, non consentono di garantire ai figli, non solo quel futuro che somiglia sempre più ad una chimera, ma anche la possibilità di affrontare il presente in modo dignitoso. Non ci si riferisce alla esigenza di assecondare le mode o le tendenze consumistiche che pure ci vengono imposte prepotentemente dai mass media con veri e propri bombardamenti mediatici, ma, piuttosto, a quello che di essenziale c’è nella richiesta di un figlio di iscriversi all’università o ad un corso di formazione che potrebbe aumentare le sue possibilità di inserimento professionale.
Non si creda però che le attuali giovani generazioni siano superficiali o incapaci di capire il momento. In realtà degradate, soprattutto al sud, dove la criminalità organizzata spesso può rappresentare l’unica risposta, molti ragazzi, non accettando la via “più facile” del crimine, comunque cercano di aiutare la famiglia sbarcando il lunario con lavori saltuari e molto spesso rischiosi e malpagati.
La rinuncia silenziosa è un altro aspetto importante. Nel film, il figlio di Michele, anche se a malincuore, accetta silenziosamente il fatto che il padre non possa permettersi neanche di acquistare “il libro di storia”.

3.Diverse le reazioni dei partner, Carmela, in Io sono Michele, è una donna disperata, che urla, che si lamenta, arrabbiata, che chiede al marito, che gli ricorda di avere sulle spalle una famiglia che conta su di lui.

Ancora, una Carmela, quella del corto di Francesco Maglioccola, che non lavora, che si preoccupa quando non vede il marito ritornare, chissà cosa gli sarà successo, lo vede, lo abbraccia. La sua “ non comprensione” o un input per invitare Michele a non demordere?

Rispondo con le parole stesse di Carmela “Le parole non servono, dobbiamo andare avanti, tutti assieme, solo così si risolvono i problemi”.

Ci possono essere momenti cupi dettati dalle emozioni viscerali che fanno leva all’impulsività, all’ira, al non capire, ma con un po’ di calma, si fa poi spazio a quella costellazione di sensazioni e sentimenti che hanno a che fare con la concentrazione, la pazienza, la volontà, la tenacia.

4.Quanto la famiglia, l’aiuto morale e psicologico della famiglia conta?

La condizione morale e psicologica in cui si trova Michele determinano in lui una sensazione di profonda solitudine.
Il pericolo più terribile che un uomo affronta in una situazione del genere è proprio rappresentato dalla sensazione di solitudine impotente che spesso cede il passo alla convinzione che, in realtà, il vero problema della famiglia è rappresentato da sé stessi. “Io sono la causa del malessere dei miei cari”.
Il tarlo dell’idea del proprio fallimento come uomo, come padre e come marito può insinuarsi a tal punto nella mente di un uomo che si sente solo che alla fine può determinarne la convinzione che l’unica via d’uscita è “togliersi di mezzo”.

5 Quale la moralità in Io sono Michele?Perchè Michele desiste dal suicidarsi?

Il senso della famiglia; l’amore per i figli; la fede, possono rappresentare vere e proprie ancore di salvezza. Michele desiste dal suicidarsi perché “ritrova la strada di casa” e quel “libro” che può contenere in sé le risposte alle nostre domande.
Michele ha una dignità, la crisi non gli ha tolto la vita, la speranza, può contare sull’Amore.

6. Michele ha una dignità, la crisi non gli ha tolto la vita, la speranza, può contare sull’Amore. Ma l’Amore può da solo sconfiggere la crisi?

La vera domanda è: ma se gli uomini di governo, se i cosiddetti speculatori, se gli imprenditori, i lavoratori, gli studenti e tutti coloro che sono chiamati a contribuire alla crescita virtuosa di una società, basassero tutte le loro scelte e decisioni sull’amore, ci troveremmo oggi a parlare di crisi?

7 Perché il regista ha scelto il tema della crisi? Perché Io sono Michele?

Lo sguardo sulla realtà che ci circonda ci impedisce distrazioni rispetto all’enorme fenomeno della crisi e ci obbliga ad affrontarlo ciascuno con i propri mezzi, mettendo a disposizione degli altri i propri talenti. La capacità di raccontare attraverso le immagini deve fare i conti con la coscienza di chi racconta.
Io sono Michele perché nel titolo c’è il richiamo al recupero del senso di sé (Io), della propria importanza come individuo e della consapevolezza di occupare un posto importante nella storia dell’umanita. Al contempo, però, la scelta di togliersi la vita rappresenta l’eccesso dell’appropriazione di sé, la volontà di derubare sé stessi ai propri cari e l’intento di sostituirsi a Dio nella determinazione del proprio destino. Michele non può farlo. Il suo nome significa “chi è come Dio” ed è stato pronunciato dall’arcangelo che usando questo nome ha battuto gli angeli ribelli relegandoli all’inferno.

8. E lo chiediamo al protagonista, all’attore Agostino Brancale

Cosa hai provato ad interpretare Michele?

Quando Francesco Maglioccola mi ha chiesto di interpretare Michele, ero un pò scettico della cosa, poi ho avuto modo di conoscere personalmente amici, colleghi e tante altre persone che vivono nella crisi come Michele.
A quel punto è stato facile seguire Francesco “Regista” e ho capito come interpretare Michele

Cosa suggeriresti a chi vive la crisi?

A tutti quelli che adesso vivono nella crisi, dico di non mollare perché per ogni treno che arriva c’è sempre un treno che parte, e la crisi come è arrivata se ne dovrà andare. Poi continuerei a dire, di non smettere mai di sperare perché con l’amore trionfa sempre.

L’amore è un faro sempre fisso, che sovrasta la tempesta e non vacilla mai. L’ AMORE non muta in poche ore o in settimane, ma resiste al giorno estremo del giudizio.

Emanuela Cimmino

www.eduprof.it

Riferimenti

http://www.mxpress.eu/?p=24685

http://www.eccolanotiziaquotidiana.it/rassegne-estive-mompeo-in-corto-grandi-nomi-e-giovani-promesse-si-confrontano/

http://www.festivaldelcorto.org/ita/corti.html

http://www.youtube.com/watch?feature=player_detailpage&v=zwhvepN7cIY

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Educatrice Professionale e Criminologa.
Lavora per il Ministero Della Giustizia come Funzionario giuridico pedagogico. Redattrice del portale Eduprof.it dal 2003 ad oggi ed autrice di numerosi articoli sul tema pedagogico/criminologico.