I pomeriggi con L’ Angelo che disse Amèn

Un romanzo ricco di suspense specie nella seconda parte quando si percepisce il tocco del giallo, le vicende concatenate tra esse si muovono come in un film poliziesco. Il libro di Dario S. si fa azione, la lettura è dinamica avvertendo perfino i battiti cardiaci, la percezione è quella di essere un fantasma che cammina accanto ai personaggi sfiorandoli, percependo i pensieri e le sensazioni.

Ogni personaggio ha dei segreti, che preferisce custodire, in preda a crisi di identità si rivolgeranno ad una psicoterapeuta silenziosa, Svetlana; sarà un caso ma il suo studio diventerà metaforicamente il luogo fisico dove le voci delle loro coscienze prenderanno forma unendosi l’una con le altre, ed un altro luogo sarà l’aula universitaria dove Michael e Giovanna, che per mantenersi lavora come baby setter, discuteranno l’esame di letteratura comparata, il salotto di Aldo e Furio dove verrà consumata la violenza ai danni della studentessa attratta dagli argomenti letterali di Furio; lì, poco lì, sul pianerottolo ci saranno quasi tutti, l’agente Nonsolomoda, il tassista innamorato della baby setter, Aldo in fin di vita e poi il pronto soccorso, la sala operatoria, il ponte da dove l’agente Nonsolomoda che si ritiene una nullità vuole farla finita ma capirà il senso della vita dopo l’incontro con Mario. I luoghi, certi luoghi, i contesti spazio tempore, faranno parte del destino senza casualità, solo perché doveva accadere.

E’ un approccio curioso quello avverso ogni personaggio, la descrizione della postura, dell’abbigliamento, l’espressione facciale, di per se lascia captare le sensazioni, le emozioni che ogni protagonista prova e che emergono quando lo scrittore, Dario S, li colloca nella condito di porsi degli interrogativi, quando sono messi alla dura prova con se stessi, quando entrano in contatto con le paure, i ricordi, le gioie, le preoccupazioni, quando si inventano altri nomi per essere altre persone, Il tanto temuto e stimato Prof. Urbani sarà nella chat line Hokuto, Mario sarà Govinda, o quando la loro identità, quella di appartenenza l’hanno persa, come il sordo muto cieco Dario diventato così, come lui scriverà sulla schiena della piccola Alice, in seguito ad un enorme rutto; quel giorno il mondo gli aveva ruttato in faccia, era passato un Angelo e gli aveva detto Amén!

Ci sono aspetti del romanzo che per certi versi risuonano il lato criminologico dello scrittore, oltretutto mio collega, entrambi svolgiamo un lavoro bellissimo ma anche complesso; lo si nota con la delicatezza con la quale tende a marcare l’importanza della comunicazione “Comunicare è intraprendere un viaggio”, il cercare a tutti i costi un canale per interagire quando quello verbale o visivo non è sufficiente o è assente, Dario lo scrittore per Dario il sordo muto cieco si inventa la scrittura attraverso l’uso delicato del tatto, così la schiena di Alice diventerà la pagina sulla quale si verrà a conoscenza della storia di quell’uomo malmenato da Mario il garagista, curato dal Dott. Marfella, preso in carica a casa propria dall’agente Pattume, mal considerato da Nonsolomoda che confonderà il suo modo di comunicare in atto di abuso nei confronti della piccola.

Nei primi capitoli si avrà a che fare con l’aggressività, l’impulsività del garagista, i suoi turbamenti, la ricerca delle risposte attraverso la lettura dei libri di filosofia, di Hermann Hesse, l’impulsività come forma di difesa, comune a molti utenti con i quali sia io che Dario interagiamo nella nostra professione, l’ammirazione, i sensi di colpa o il non provare nulla nei confronti della vittima. E poi c’è il tema dell’etica, il motore delle nostre azioni, l’empatia, la connessione tra pensiero ed azione, il raggiungere la consapevolezza delle proprie azioni ed il provare a cambiare atteggiamenti…

Nel libro si percepisce perfino qualcosa di spirituale, la ricerca della Verità, delle verità nascoste in ognuno, e di cinematografico, lo scrittore fa riferimento alle commedie di Totò, di Peppino De Filippo.

Un Romanzo che va letto con passione, con amore, con delicatezza, senza fretta, senza la voglia di finire e scoprire se ci sarà un carnefice o una vittima o se ci sarà un lieto fine, perché L’Angelo che disse Amén non è un fiaba, va letto senza contare quante pagine mancano ancora per i ringraziamenti, va assaporato, gustato e custodito, letto in silenzio ed interiorizzato.

“Ad Antonella e Maya perché tutto ciò che lui, Dario S. fa, è dedicato a loro”

1.Dario è alla ricerca del se scrittore?

Non so se riuscirò mai a diventare un vero scrittore. Il rapporto tra le idee che affollano la mia mente, le suggestioni, i progetti, e ciò che effettivamente riesco a mettere su carta è decisamente scoraggiante. Basti pensare che ho impiegato cinque anni per finire questo libro, e non è certo Anna Karenina. Diciamo che avevo assolutamente bisogno di scrivere questo libro.

2.Per ogni personaggio, caratteristiche, nomi, personalità, ti sei ispirato a qualcuno?

A nessuno in particolare, ma alcuni personaggi hanno caratteristiche di persone che ho incontrato e frequentato nella mia vita.

3. Nella professione di chi lavora nel sociale o in ambito della salute, anche quella mentale e spirituale, spesso, non si riesce a curare se stessi. Il Dott. Marfella nel 5° cap. è tormentato. Perché non si è capaci? perché non si è bravi ad ascoltare e curare se stessi?

In questo senso, senza lasciarmi andare a pistolotti a carattere sociologico o (peggio) scientifico, posso far riferimento alla logoterapia e agli studi di Frank). Se la salute spirituale in qualche misura è riconducibile ad una domanda di senso che non resti inevasa, allora non è possibile curare sé stessi per la ragione che non esiste una risposta di senso individuale. Solo nell’incontro con l’altro, come in qualche modo ho provato a raccontare, è possibile riconnettersi al senso delle cose.

4.Un tassista di nome Barbara. Le parole possono avere qualcosa di misterioso? E la scelta dei termini con i quali si descrive una situazione, si parla, può influire sulla conoscenza e presentazione di se stessi? Quanto è necessario saper “parlare bene” alla maniera di come vogliono certi datori di lavoro, docenti? E se ognuno parlasse, come sa parlare, si tratterebbe pur sempre di saper comunicare?

Ovviamente la comunicazione non si esaurisce nel linguaggio verbale. Tuttavia, la scelta di un termine piuttosto che un altro può denotare un’ “intenzione”, ciò che realmente si vuole esprimere al di là dell’adesione al linguaggio convenzionale.

5.Dimmi con chi vai e ti dirò chi sei. Aldo l’infermiere, più bravo del primario, riconosce anche ciò che non sa fare, senza nasconderlo. E’ così difficile accettarsi?

Secondo me no. E’ difficile convivere con il giudizio degli altri, specie quando si sostituisce al nostro, al punto da convincerci di non piacere a noi stessi.

6.I vari tipi di carisma, quanti ne esistono? Perché ad un certo punto parli di carisma?

Non so quanti tipi di carisma esistano…nel rapporto tra Aldo e Furio ho voluto descrivere una dinamica relazionale che ho spesso incrociato nella mia vita. Ed è uno di quei casi in cui il giudizio dell’altro diventa più importante del proprio. Il carisma di Furio consiste nel riuscire a capovolgere, nell’ambito del suo rapporto di amicizia con Aldo, i suoi punti di riferimento e le sue stesse priorità.

7. Ho apprezzato la descrizione della dignità nello sguardo silenzioso di Svetlana. Cos’è la dignità per Dario S.?

Questo per me è un terreno scivoloso. Non saprei dire cos’è la dignità. Io trovo dignitose le persone consapevoli (non orgogliose) del proprio valore morale. E’ una qualità che apprezzo moltissimo

8. Hegel, Spinoza, Socrate, Dostoevjkij, Bergson. Sei un cultore di Filosofia, Letteratura e Cinematografia? Come mai questi riferimenti?

Scrivendo questo libro ho fatto una scoperta interessante e destabilizzante al tempo stesso. Nella prima stesura ho scritto e “citato” in libertà, e rileggendo il tutto ho dovuto constatare come nel mio background culturale, nonostante la laurea in filosofia, la tv avesse avuto più influenza di tutti i libri che avevo letto. Ken il Guerriero e Spank, più che Platone o Marx; Totò più di Kafka; addirittura i Jefferson più dei Buddenbrook. In ogni caso, tutti i libri letti, i film che ho visto, fanno parte del mio immaginario in maniera così radicata che mi viene naturale farvi continuamente riferimento. Nella revisione del libro ho dovuto fare piazza pulita, con l’aiuto di un amico, di una marea di citazioni spesso comprensibili davvero a pochi, col rischio di appesantire o rendere ulteriormente anomalo lo stile.

9. I ricordi e la ricerca di momenti passati. Il tassista ex studente di lettere, nonché figlio del prof. Urbani, cerca di trovare un ricordo che lo possa portare ad un gesto d’amore che il padre ha avuto nei suoi confronti. Perché voler ricordare? perché ripercorrere il passato? perché ricercare?

Nel caso specifico, Barbara inciampa involontariamente nel ricordo. Le parole di suo padre, rivolte ad altri, gli consentono di reinterpretare un ricordo apparentemente marginale riempiendolo di significato. Tendiamo a credere di ricordare soltanto le cose importanti, mentre magari ricordiamo le cose che, nel momento in cui sono accadute, abbiamo ritenuto importanti.

10.I personaggi non ascoltano molta musica, spesso stanno in silenzio. Il silenzio può avere musicalità?

Questa osservazione rispecchia perfettamente un mio limite: ascolto poca musica. Difetto che mi viene continuamente rinfacciato da mia moglie. Più che ascoltare poca musica, ascolto sempre la stessa…e non sono particolarmente aggiornato. Non potrei mai andare ad un concerto di uno dei miei artisti preferiti, poiché sono tutti morti. Alcuni prima che io nascessi. Quindi ho un alibi.

Non so dire se il silenzio abbia una sua musicalità. Di certo ha una sua armonia

11. Il tempo non ha padroni né prigionieri. Allora come vivere il tempo?

Nell’unico modo possibile, come facciamo normalmente ogni giorno.

12.Domanda che solitamente si fa all’inizio di un’intervista. Cosa o chi ti ha ispirato a scrivere L’Angelo che disse Amén? Perché questo titolo?

L’idea iniziale era provare a raccontare, attraverso il percorso e la maturazione di Mario, l’esperienza spirituale della scoperta dell’empatia, ricalcando quella che in un certo senso individuavo come la mia personale esperienza spirituale: il passaggio dagli studi filosofici, dalla ricerca poetica e letteraria alla viscerale quotidianità del mio lavoro – all’epoca – di operatore sociale nelle periferie napoletane. Poi le cose mi sono completamente sfuggite di mano. Mi sono messo da parte, rendendomi conto di essere molto meno interessante di quanto sperassi, e il racconto ha proseguito autonomamente. Molto meglio.

13. Un racconto nel racconto, Pattume legge Anna dei Miracoli di Helen Keller per capire meglio come parlare con Dario, Furio illustra a Giovanna la storia di Marco, un personaggio che viene ingiustamente mortificato, trattato come una nullità, la storia della paziente Rosalba e la disconnessione dalla vita. Tu come ti racconti? Cosa racconti di te? Noi siamo frutto dei racconti di altri?

Come mi racconto…di certo mi sono raccontato scrivendo questo libro. Non attraverso la storia, i personaggi, quel che accade…ma nel modo in cui ho descritto tutto questo. Nella mia quotidianità, nella vita relazionale, professionale, istintivamente di ciò che accade mi colpisce sempre il lato grottesco. Un costante sottofondo un po’ malinconico e un po’ divertito, deformato fino ai limiti del paradosso. Per anni sono stato considerato uno “un po’ strano”. In realtà ero solo leggermente diverso nel modo di leggere e pensare la realtà. Un po’ come se fossi daltonico…a me Babbo Natale sembra vestito di verde, e lo racconto vestito di verde…non so se sono riuscito a spiegarmi.

14. Tornando alla storia di Marco. Mi piacerebbe sapere una tua considerazione. Le umiliazioni possono condizionare le nostre azioni e la nostra crescita personale e professionale?

L’umiliazione è un tema ricorrente nel mio romanzo. Oltre al Marco del racconto, Marfella, Nonsolomoda, Dario, tutti sono stati vittime di feroci umiliazioni. Da parte dei compagni di classe, di un delinquente, della vita nel suo insieme. Si, credo che le umiliazioni possano profondamente condizionare la vita di chi le subisce. Ma, come si legge nella storia di Marco, anche impoverire quella di chi agisce l’umiliazione. E’ possibile essere vittimizzati dalle debolezze degli altri.

15.Passa l’Angelo e disse Amén.. cosa vuol dire?

E’ un modo di dire, abbastanza diffuso a Napoli, e che mia madre usava spesso con me. E’ un modo suggestivo di richiamare l’attenzione sull’importanza di “non chiamarsi le disgrazie”…un Angelo dogmatico e un po’ bastardo, che trasforma in realtà cose che magari hai detto in un momento di debolezza. Quando, da piccolo, non volevo andare a scuola, ero disposto ad augurarmi una malattia che mi permettesse di restare a casa. Ed ecco il monito di mia madre: “attento a quello che dici, che passa l’Angelo e dice Amén”.

16.Ultima domanda: Credi nel destino? Cosa è per te il destino?

Credo nel destino dell’umanità, nella realizzazione della volontà dell’esistente. Non credo, al contrario, nel “destino individuale”.

Ringraziando il collega Dario, a voi altri lettori, non vi resta che leggere “L’Angelo che disse Amén”.

Emanuela Cimmino

www.eduprof.it

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Da casa mia , 8.9.14

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Educatrice Professionale e Criminologa.
Lavora per il Ministero Della Giustizia come Funzionario giuridico pedagogico. Redattrice del portale Eduprof.it dal 2003 ad oggi ed autrice di numerosi articoli sul tema pedagogico/criminologico.