Il professionista dell’ aiuto tra il sociale e il sanitario- Dott.ssa Emanuela Cimmino-Dott. Ugo Albano

Chi opera nel sociale, fornisce Aiuto alla persona-inteso come un complesso processo interpersonale e non una semplice prestazione materiale o assistenziale.
Chi opera nel sociale orienta, motiva, guida, aiuta, ascolta, prova ciò che prova chi deve essere aiutato,potenzia le capacità intellettive –creative -relazionali di chi deve aiutare e nell’ ambito prettamente educativo e in quello terapeutico – riabilitativo.
Inoltre chi opera nel sociale si trova a collaborare in e con una Rete Sociale , della quale fanno parte:Famiglia, comunità, Asl , comuni, scuole , volontari, professionisti; si ha a che fare con molte variabili, leggi che mutano di continuo , organizzazione e disorganizzazione della struttura presso la quale si lavora , collaborazione e non , competizione, rivalità , gratificazione personale ed economica e non; insomma si ha che fare con le persone –ciascuna con la propria vita , si ha che fare con la propria vita e quella degli altri , con gli aspetti politico -amministrativi e quelli (gli aspetti) emotivi.
Per molto tempo le politiche sociali e quelle sanitarie sono state viste in un unico assetto istituzionale con la differenza che le sociali sono quasi sempre state assoggettate alle seconde(politiche sanitarie).
Oggi con la 328/00 si assiste all’ inglobamento del sociale nel sanitario.
Con l.229/99 ogni USL , tramite il distretti definisce con l’ ente locale una serie di accordi riguardo alla gestione degli interventi a metà tra il sociale e il sanitario.
E’ possibile , dunque, notare le prestazioni sanitarie su un doppio binario: da una parte le “prestazioni sanitarie a rilevanza sociale”, ovvero le attività finalizzate alla promozione della salute, alla prevenzione, individuazione, rimozione e contenimento di esiti degenerativi e dall’ altra , le prestazioni sociali a rilevanza sanitaria, ovvero tutte le attività del sistema sociale che hanno l’ obiettivo di supportare la persona in stato di bisogno. Ugo Albano autore del libro: Il professionista dell’ aiuto – sostiene che il significato del sociale ritorna ad essere assistenzialistico, cioè di mantenimento/gestione e non di soluzione/riabilitazione;non solo ritiene che la l. 229/99 abbia avviato un’ evoluzione definitiva verso la separazione netta tra Sanità(che cura le malattie) e sociale(che interviene sulla gestione del bisogno), dunque, ci avviamo, finalmente verso un sistema che ci rende simili agli altri paesi dell’ UNIONE EUROPEA e quindi verso una Sanità incorporata nella Sicurezza sociale e un’ assistenza sociale autonoma.
Ritornando alla professione di “chi aiuta”, ne consegue che l’ aiuto oltre ad essere azione verso il bisognoso, è rappresentata anche da un dare-avere.
L’ aiuto di per sé è educativo, se mira a formare ogni soggetto e a emancipare dal bisogno ogni richiedente aiuto;per questo non basta voler aiutare occorre anche “saper aiutare”.

Passaggio dall’ aiuto materiale a quello relazionale

Chi lavora nel sociale ha a che fare con i bisogni, dunque con l’ uomo ed i suoi bisogni,il quale ne ha tanti e tra questi molti sono complessi.
“I bisogni rappresentano tentativi a diversi livelli di relazione di ogni uomo con la propria realtà esterna.”
Secondo Carl Rogers l’ essere umano tende ad essere positivo e a voler realizzare il bene per sé e per gli altri, questa tendenza però richiede la necessità di soddisfacimento di più bisogni ,quali:
-Bisogni di autorealizzazione(soddisfazione, sviluppo di sé)
-Bisogni estetici(ordine,bellezza)
-Bisogni cognitivi(studio, comprensione)
-Bisogni di stima(competenza,approvazione,riconoscimento)
-Bisogni sociali(relazioni, affetti)
-Bisogni di sicurezza(integrità,salute)
-Bisogni fisiologici(alimentazione, vestiario)
Dunque, io direi: il professionista d’ aiuto come “facilitatore dei bisogni”,come guida a soddisfare, ad ottenere qualcosa che manca.
Infatti, in Italia, il concetto –bisogno- è accompagnato da quello di “mancanza”.
Spesso si ha più bisogno di relazioni, perché – mancano le stesse.

La relazione d’aiuto tra dare e ricevere

“Nella relazione di aiuto ognuno dà e riceve reciprocamente.”Dunque nei servizi alla persona ,la dimensione della relazione è centrale. Occorre abbattere anche quelle che possono essere delle semplici e spesso apparenti barriere fisiche quale parlare difficile , a livello iperintellettuale, quando per esempio si ha davanti una persona che non ha studiato. Ciò significa rimarcare l’ assimetria e non permettere un vero aiuto(che è il cambiamento in direzione dell’autonomia).Essere in una relazione simmetrica non vuol dire solo trovarsi alla pari,in quanto da essa è richiesta autorevolezza, ovvero riconoscimento di capacità,di lasciarsi guidare, di mettersi in discussione.
La relazione di aiuto prevede in una prima fase:l’ avvicinamento,la conoscenza, una fusione, una con-fusione di due soggetti tramite la relazione, un percorso comune, avendo come fine quello di rendere autonomo il soggetto nella sua vita.
Nella relazione non solo si ascolta, si cerca di capire, di porsi nei panni dell’altro e dunque empatia, ma si accoglie il soggetto emozionalmente rassicurandolo e accompagnandolo sulla via della sua autonomia.
Un vero processo di aiuto richiede un cambiamento e per ottenere questo è necessario lavorare sulle “motivazioni” del portatore di bisogni.
Sono concorde con Ugo Albano quando nel suo libro tiene a precisare che il compito del professionista dell’ aiuto è principalmente quello di fornire sostegno emozionale, rallentare i tempi per indurre riflessione, ascoltare e comprendere affinché l’ interessato trovi l’ occasione per fermarsi,pensare, superare i propri blocchi e ripartire da solo.
Naturalmente il professionista dell’aiuto ha le sue armi, le sue tecniche professionali per l’ ascolto,come il luogo,il silenzio,l’immedesimazione,la percezione e la gestione della comunicazione non verbale.
Per il processo di aiuto esiste un prima e un dopo: ovvero un tempo.
Ognuno ha i suoi tempi di riflessione, di consapevolezza di sé, di costruzione con la propria identità.
Nella relazione di aiuto come detto prima- si ha che fare con le emozioni, non solo con i bisogni che possono tanto essere conseguenza e sia base di quelle emozioni trasmesse ed espresse in quel dato momento; si ha che fare con un soggetto con la sua completa emotività,sofferenza,un bisogno di confronto e di sostegno, con il suo passato, presente e futuro.
Un buon prestatore di aiuto sa che egli deve assumere sia funzioni materne(amore incondizionato, cioè accettazione totale dell’ altro così come è),sia funzioni paterne(amore condizionato,cioè connesso al rafforzamento del “fare con”).

Chi è il prestatore di aiuto?

Il prestatore di aiuto è un volontario o un professionista,cambia però la motivazione. Per Ugo Albano cambia la funzione, la “motivazione idealistica” dovrebbe essere tendenzialmente la stessa…..
Un volontario può avere come motivazione una passione per l’ aiuto,una scelta legata al proprio credo religioso e ne consegue, dunque , che il bisogno inconscio che interviene nella reciprocità consiste nel soddisfacimento dei bisogni connessi ai motivi della sua scelta.
Un professionista, invece,ha un atteggiamento diverso dal volontario,per aiutare-ha seguito un percorso di studi acquisendo conoscenze e competenze psico-socio-educative. (ma può anche avere bisogni connessi ai motivi della sua scelta, secondo Ugo Albano).

In ogni caso ,ogni prestatore, volontario, professionista che sia,deve cercare dentro di sé la motivazione all’ aiuto:ciò serve prima di tutto per comprendere e poi per governare la modalità di approccio all’ altro e la percezione dell’ aiuto su se stesso.
Nel processo di aiuto ci sono sempre due attori: da una parte il beneficiario, il bisognoso,l’ utente o il cliente,il quale esprime un bisogno, dall’ altra il prestatore di aiuto,colui che tramite l’ esserci,il condividere,l’ accompagnare,l’ orientare,il prendersi cura, il dare, fornisce l’ aiuto in un’ ottica particolare:gli si richiedono perciò capacità,competenza,controllo e regia nella gestione del processo di aiuto.
Ma oltre al volontario e al professionista, c’è anche il semi-professionista, che spesso fa coincidere il lavoro con il cartellino-marcatempo;non ama il suo lavoro,si ammala spesso di depressione e di burn-out.
Purtroppo nel lavoro sociale vi troviamo spesso semi-professionisti, perché eventualmente soci di cooperative private , o per conoscenze fanno parte di progetti che dovrebbero richiedere,invece, professionisti esperti del settore,professionisti da gratificare anche economicamente,in quanto anche la relazione di aiuto-professionalmente richiede i suoi costi,sempre più bassi tale da non compensare le ore di lavoro fatte con amore ,professionalità e motivazione.

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Educatrice Professionale e Criminologa.
Lavora per il Ministero Della Giustizia come Funzionario giuridico pedagogico. Redattrice del portale Eduprof.it dal 2003 ad oggi ed autrice di numerosi articoli sul tema pedagogico/criminologico.