Carcere ed intervento pedagogico:analisi delle utopie possibili – Dott- Flores Claudio

La bandiera nera vuol dire che qualcuno è detenuto, che per tutti questo deve essere motivo di riflessione e che tutti, forse, hanno un pò fallito.
Finchè sventola la bandiera nera , tutti hanno il dovere morale di riflettere e di rimediare.
Sappiamo bene di vivere in una realtà sociale diversa.
Il persistere di un male antico,la frammentazione dei riferiemnti sociali,l’ ombra delle vecchie e nuove dipendenze,troppi antri oscuri ove i percorsi educativi si trasformano in scuole di sopraffazione e violenza.
La realtà campana è caratterizzata dal riprodursi sequenziale delle stesse dinamiche devianti,i contrasti e le lontananze si acuiscono,intere aree sono non solo controllate dalle organizzazioni criminali ma, soprattutto, sono culturalmente infettate dalla drammatica assenza di alternative alle vie della violenza e del degrado.
I giovani,i più esposti,sono lasciati soli.
Gli stranieri sono faicle preda delle organizzazioni criminali, i ragazzi si muovono incerti,spesso senza nesusno con cui parlare delle proprie paure.
Entrano a Poggioreale senza meravigliarsi,quasi sempre tranquilli.
Sanno del sovraffollamento del carcere anche perchè sono foese 20 anni,almeno,che tutti ne parlano; e poi, spesso , a Poggioreale sono già stati.
Nel carcere tessono relazioni, si informano sulle procedure, cercano i colloqui con gli educatori, riescono ad adattarsi anche quando sono 12 o 16 in una stanza con un solo bagno.
Organizzano turni, scendono pochi alla volta dalle brande, perchè tavolta, a terra, non c’è spazio per tutti.
Nei passeggi vanno due ore al giorno, ove è possibile organizzano partite di calcetto. In qualche modo il tempo passa,l’ avvocato, i familiari , la doccia, la messa,la spesa,il giornale della Caritas,la televisione , a volte qualcuno va a scuola o ai corsi di formazione o alle catechesi.

Gli anni passano e abbiamo sempre più iscritti alle scuole.
E sempre meno insegnanti.
Nel 2002 almeno un centinaio di detenuti ha conseguito a Poggioreale un titolo di studio.
Parecchi altri una qualifica professionale;abbiamo realizzato e portato a termine corsi di serigrafia, ceramica,ortoflorovivaistica,arte presepiale.
Speriamo nei corsi che permettano una formazione idonea al lavoro autonomo.
Crediamo poco alla occupabilità degli ex detenuti.
Coloro che rientrano in carcere ci raccontano di un mondo del lavoro impermeabile , un’ assenza di prospettive concrete che ti annulla dentro portandosi via anche la speranza.
Quando c’è un parente o un amico con qualche ditta , magari ti assume.
Ma spesso è solo perchè questo favorisce la concessione della semilibertà o dell’ affidamento in prova al Servizio Sociale.Lavoro nero, poco o niente per tutti.
Molti non vanno a lavorare per scelta.
Nell’ edilizia, dicono, pagano 150 euro alla settimana; per molti è una miseria: cosa daranno ai figli, alle loro famiglie,come andare avanti?
La maggior parte ha ormai fermamente introitato le modalità adattive dell’ ambiente sociale di provenienza,sembrano su binari definiti senza possibili variazioni di percorso.
La finalità rieducativa della pena è un’ astrazione.
Ma le esigenze della popolazione detenuta,una montagna che pesa.
La richiesta di alfabetizzazione, di cultura, di formazione, di consulenza , di confronto è un magma che si diffonde ovunque.
Educare in carcere, direi, è assolutamente possiible.
Abbiamo con questi ragazzi un’ occasione unica.
Possiamo far sentire loro per la prima volta , e con tenacia , l’ esistenza di un’ altra città , di un’ altra cultura , di un altro modo di intendere le cose e la vita.
Certo non possiamo farlo riproducendo in carcere gli stessi meccanismi di sopraffazione e di violenza ch ei detenuti hanno già conosciuto fuori.
Perchè un altro carcere è possibile.

Un carcere ove vi sia un adeguato numero di educatori e psicologi , ad esempio , quando oggi il rapporto, a volte , è di addirittura un educatore ogni 400 detenuti.E per gli psicologi va ancora peggio.
Un carcere con più spazi,laboratori,palestre. E anche con più personale di Polizia Penitenziaria, oggi costretti a turni molto pesanti: a volte saltano riposi e ferie.
E poi, educare in carcere è necessario.
Per cominciare possiamo insegnare a scirvere e leggere, visto che la percentuale di analfabetismo totale e di ritorno, a Poggioreale , è del 30% degli ospiti e ci sono tanti stranieri con scarsa conoscenza della lingua.
Occorre poi avviare una formazione professionale che privilegi le professionalità tecniche maggirmante richieste sul mercato, anche avviando i giovani ad attività commerciali con la previsione di prestiti agevolati per l’apertura di attività autonome in regime di affidamneto in prova ai servizi sociali.
Porsi seriamente il problema strutturale: reparti , a volte interi Istituti sono ormai obsoleti e non rispondono agli adeguatamenti previsti dal nuovo regolamento di esecuzione.
Sensibilizzare gli enti locali e che creino opportunità e sinergie.
Educare in carcere è una operazione di sicurezza sociale.
Certo, è il carcere l’ unico luogo ove seriamente possiamo parlare,insegnare, discutere e , perchè no, convincere chi solitamente vive nella città illegale.Un’opportunità unica ed irripetibile.
Voglio ricordare i tanti che in carcere lavorano con tenacia, senza arrendersi ,soli e in silenzio , gli assistenti volontari , gli agenti , i medici , gli infermieri , gli insegnanti , i docenti della formazione professioanle.
E magari sognnao quella impossibile bandiera bianca , che sarebbe per tutti , per una volta, un segno di vittoria.

Dott.Claudio Flores

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Educatrice Professionale e Criminologa.
Lavora per il Ministero Della Giustizia come Funzionario giuridico pedagogico. Redattrice del portale Eduprof.it dal 2003 ad oggi ed autrice di numerosi articoli sul tema pedagogico/criminologico.