Quel contatto necessario

Ufficio a piano terra, finestra con sbarre, ragnatele che calano, fuori la serra, piante ed insetti, un topolino entra e si nasconde sotto l’armadio dove sono riposti i fascicoli dei 90 ristretti a me assegnati.

Fa caldo, molto caldo, non c’è un soffio d’aria; nel corridoio la fila di detenuti che aspettano di essere ascoltati, alcuni sono stati contattati perché in lista, altri hanno bisogno; bisogno anche semplicemente di parlare, pur di uscire dal reparto.

Nel carcere dove lavoravo prima, il colloquio spesso era una scusa perché cosi il detenuto usciva dalla cella; qui, è per uscire dal reparto e recarsi presso l’Area Trattamentale.

Un continuo contatto con l’utente, costruttivo, significativo ma per certi versi anche asfissiante, pressante; tutto diventa dato per scontato. Per tutto intendo  convocarli alle loro richieste, disbrigare pratiche secondo tempistiche che per il benessere psico fisico non è concepibile, così come l’ottenimento di benefici nonostante il non essere nei termini o il non possesso dei requisiti.

Un contatto fatto di ascolto, di accoglienza, di sorrisi, di proposte, suggerimenti e disappunti critici come è giusto che sia, e che ci debba essere, perché quel contatto è uno spazio metaforico di riflessioni, di crescita, di rielaborazione critica e percorsi introspettivi non sempre percorribili. Ci sono scudi di gomma, di metallo e scudi che la mente si costruisce, una libera scelta, certo, ma che può diventare un ostacolo alla conoscenza, all’approfondimento, al lavorare su di Sé.

Ed è il lavorare su di Sé, la finalità di quel contatto continuo, quotidiano.

Entrano J.e I. due funzionari di polizia p. che si occupano della segreteria, c’è da rivedere una pratica, mi alzo, li seguo, cerchiamo assieme, ci confrontiamo sulle diversità di   eseguire le procedure, fa caldo, molto caldo,  le pupille si sbiadiscono. Ritorno in ufficio, mi cercano le psichiatre, c’è un caso segnalato sul quale capire cosa fare, cosa è stato fatto. Intanto il collega che si occupa della scuola, continua a contattare detenuti alunni per gli inserimenti  a settembre e formare le classi, valutando a priori le motivazioni e le attitudini in termini di conoscenze e competenze.

Ore 12:30, dalle 7:40 in ufficio, fa caldo molto caldo.

Nel corridoio altri detenuti che cercano il contatto. Il contatto che serve per acquisire aggiornamenti, bisogni, necessità e perfino incriminazioni, sul proprio operato, quasi come se le figure istituzioni fossero al servizio di chi li cerca, sempre e subito. Una pausa pranzo veloce, si rientra e c’è E.J che vuole essere rassicurato che verrà fatto qualcosa rispetto al suo stato di tossicodipendenza, non contento passa all’altro ufficio, quello del SerD per avere maggiore rassicurazione; entra lo psicologo e ci si confronta. Ed anche questo contatto diventa necessario e finalizzante.

Ore 16:00 finisce la giornata, nel corridoio detenuti lavoranti che rientrano ed altri che invece escono per le attività di art 21 all’esterno; oltrepasso la porta carraia, una porta blindata, e poi un’altra ancora, ma il contatto viene cercato perfino mentre registro l’uscita, la porta di ingresso è la stessa, unica, per i liberi e per coloro che sono privati della propria libertà. Diverse sono quelle dell’uscita.

Ore 7:30, è un altro giorno, altri volti, altre voci, altre storie, altri racconti, altre richieste, benefici, bisogni, ma sempre vivo e richiesto quel contatto necessario a costruire, a ri-costruire la propria vita e modulare stili e processi comportamentali.

 

Emanuela Cimmino

 

8.8.18

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Educatrice Professionale e Criminologa.
Lavora per il Ministero Della Giustizia come Funzionario giuridico pedagogico. Redattrice del portale Eduprof.it dal 2003 ad oggi ed autrice di numerosi articoli sul tema pedagogico/criminologico.