FAMIGLIA E MEDIA CHI È PIÙ DETERMINANTE NELLE SCELTE PERSONALI?-Dott.ssa Annamaria Del Vecchio

La persuasione non è da intendersi come un’opera di convincimento volta a far agire una persona a proprio piacimento, ma al contrario, è da intendersi come comportante una scelta riguardante l’eventuale cambiamento di opinione attraverso il semplice trasferimento di idee (Piattelli, 1996).
La persuasione avviene solo con persone predisposte a lasciarsi convincere e ciò ha fatto in modo che gli studi si siano rivolti maggiormente verso la psiche, piuttosto che verso il messaggio da trasmettere.
Non si verifica nessuna persuasione, infatti, se non sussistono le premesse oggettive provenienti dal contesto ambientale, sociale, culturale, e quelle soggettive, insite nel ricevente (www.ilcouseling.it). William McGuire dell’Università di Yale (U.S.A) sostiene che la persuasione è un processo costituito da sei fasi:
1)la presentazione del messaggio;
2)l’attenzione del ricevente;
3)la comprensione del contenuto;
4)l’accettazione da parte del ricevente, mediante cui si stabilisce una condizione di sintonia con il messaggio ricevuto;
5)la memorizzazione della nuova idea o opinione con la prospettiva di farla propria;
6)ed infine il conseguente cambiamento di comportamento.
Se una di queste sei fasi non viene attuata correttamente, lo studioso ritiene che non ci sarà nessuna persuasione (Piattelli, 1996).
Quotidianamente, genitori, amici, venditori, o semplicemente spot pubblicitari, tentano di persuadere, questo avviene mediante delle tecniche, che il persuasore può mettere in atto anche inconsciamente (Pratkanis, Elliot, 2003).
Secondo Pratkanis la persuasione deve dirigere e incanalare i pensieri del ricevente in modo da diventare conveniente all’emittente. Così facendo si stravolgono i pensieri negativi e si promuovono quelli positivi.

Linguaggio

Il linguaggio è una facoltà complessa costituita da simboli orali, scritti o gestuali. Inoltre è lo strumento principale con cui gli individui si relazionano permettendo di esprimere non solo desideri, ma anche concetti e significati. In realtà il linguaggio non è l’unico strumento attraverso cui si può comunicare. Esistono infatti due strategie comunicative:
1.la comunicazione verbale, nella quale si esprimono intenzionalmente opinioni o concetti;
2.la comunicazione non verbale, che comprende la comunicazione che traspare dai gesti, dai movimenti di tutto il corpo e dalla postura (Mastronardi, 1998).
La comunicazione verbale è costituita dal linguaggio, uno strumento di cui si serve per tradurre l’esperienza interna in concetti e per esprimere i propri pensieri e trasformarli in processo interpersonale e sociale. In Questa comunicazione si usano le parole che sono la più piccola unità dell’aspetto esecutivo del processo linguistico (http://www.cuoreribelle.it)
A volte la CNV non fornisce informazioni analoghe a quelle trasmesse dalla CV, in quanto la CNV esprime pulsioni inconscie, e ben il 65% di tutta la comunicazione viene trasmessa non verbalmente (Mastronardi, 1998).

Comunicazione interpersonale

Molte volte il processo di comunicazione viene inteso come trasmissione di informazioni, ma anche trasferimento di risorse cognitive, emotive, valoriali, con particolare riferimento al contenuto del messaggio.
Altre volte si enfatizza il concetto di comunicazione come «messa in comune» sottolineando gli aspetti relativi alla costruzione sociale della realtà che gli attori contribuiscono a creare e le relative competenze necessarie in tale lavoro di esperienza, da un lato, e di ricostruzione di verità, dall’altro.
Questo concetto è vicino a quello di comunicazione come scambio, come condivisione, e sottolinea la partecipazione attiva del destinatario nel dare il proprio consenso e a quello di comunicazione come relazione sociale in cui gli attori sono consapevoli del processo di mutua influenza.
Altre volte ancora si rimarca il processo di comunicazione come influenza, come processo di deduzione messo in atto nell’utilizzare e interpretare indizi colti nei messaggi.
La comunicazione può, anche, definirsi come la modalità attraverso la quale si instaurano, si strutturano, si sviluppano le relazioni sociali e si afferma il «sé» nel mondo come protagonisti (Luhmann, 2000).
Il processo di comunicazione viene suddiviso dai cognitivisti in molteplici componenti indispensabili ai fini di un corretto scambio di informazioni. In particolare:
1) i soggetti della comunicazione, l’emittente e il ricevente;
2) il canale di trasmissione;
3) il codice del messaggio;
4) il disturbo prodotto da motivi contingenti, la decodifica da parte del ricevente, che presuppone la comprensione del codice di trasmissione;
5) il feedback, cioè l’informazione di ritorno che il ricevente invia all’emittente come conferma dell’avvenuta ricezione (www.ilcouseling.it/).
Paul Watzlawick individua nella comunicazione la presenza di cinque assiomi:
1) Il primo afferma che è impossibile non comunicare;
2) Il secondo afferma che il contenuto definisce la relazione;
3) Il terzo afferma che il modo di interpretare la comunicazione è in funzione alla relazione tra i comunicanti.;
4) Il quarto afferma che gli esseri umani comunicano sia analogicamente che digitalmente. La comunicazione analogica comunica attraverso le immagini, quella digitale usa in forma numerica i fenomeni e gli oggetti che intende descrivere, come fax, compact disc etc.
5) Il quinto afferma che tutti gli scambi comunicativi si fondano sull’uguaglianza o sulla differenza e quindi possono essere simmetrici o complementari. Sono complementari gli scambi comunicativi in cui gli interlocutori non sono sullo stesso piano, come ad esempio: genitori – figli, maestri – allievi. Sono simmetrici gli scambi in cui gli interlocutori si considerano sullo stesso livello (Watzlawick, 1971).
In qualunque relazione interpersonale, sia essa tra genitori e figli, insegnanti e allievi, negozianti e clienti, le persone si auspicano di convincere qualcun altro a cambiare comportamento o modo di pensare. Ciò avviene attraverso la comunicazione interpersonale, nella quale coesistono innumerevoli segni, segnali, sistemi di regolazione e così via (Cavazza, 1997).
Per comunicazione interpersonale si intende quel processo che coinvolge almeno due persone e un contesto. Tale processo è interattivo, culturale, circolare, dinamico, evolutivo, e soggetto all’influenza di molti fattori: dagli attori della comunicazione e la loro relazione, dal contenuto che si stanno scambiando, dal modo in cui lo fanno, dal contesto, dagli obiettivi generali e individuali dell’incontro comunicativo e dalle strategie comunicative dei singoli (Luhmann, 2000).
La comunicazione emozionale si basa sul concetto che la psiche di ciascuno sia un sistema che necessita di una tensione energetica. Tutti, infatti, siamo alla ricerca di emozioni e tensioni che possono provenire dalle reazioni umane, dalla lettura, da un film, ecc.
Stefano Benemeglio chiama «modello energetico» il bisogno di tensione nervosa di ogni individuo, modificabile secondo la circostanza e il contesto. Questo modello presuppone la capacità del comunicatore di produrre tensione energetica, che porterebbe chi ne usufruisce ad aprirsi nei confronti di chi gliel’ha prodotta, dando luogo al meccanismo chiamato «scambio sociale» ( Benemeglio. 1997). Un esempio di quanto detto si riscontra nella semplice riconoscenza.
Il bravo comunicatore è colui che riesce sempre a concludere una trattativa, sa riconoscere nei suoi interlocutori i punti di debolezza, ed è abile nel potenziarli al fine di creare un rapporto costruttivo e produttivo per entrambe le parti. Egli sa, inoltre, gestire sia la qualità, che la quantità di energia emozionale del suo interlocutore al fine di persuaderlo (D’Ambra, 2004).
Uno degli aspetti della comunicazione interpersonale che sono stati maggiormente studiati riguarda il «turno della parola» cioè l’avvicendamento dei partecipanti nella comunicazione. Per ridurre la probabilità di essere interrotto, chi parla può adottare diverse strategie, può dire, ad esempio, all’inizio del suo intervento che ha «tre cose da dire», in modo che gli altri interlocutori siano scoraggiati ad intervenire prima che abbia concluso di dire la «terza cosa».
Chi parla può anche «dare la parola», concludendo il proprio intervento con una domanda rivolta ad uno specifico interlocutore.
Altri possono essere abili nel «prendere la parola», e altri possono, invece non essere in grado di farlo ( Bagnasco, Barbagli e Cavalli, 1997).

Comunicare, influenzare, persuadere o convincere

La comunicazione è finalizzata allo scambio di idee e il più delle volte questo scambio è mirato al «convincimento».
Cercare di convincere l’altro, cioè presentare in modo unilaterale il proprio punto di vista, le proprie idee, la propria argomentazione per tentare di ottenere la sua adesione, è un modo di procedere che ha i suoi limiti. C’è infatti, nella ricerca del convincere, un contenuto di pressione, una sorta di forza impegnata spesso con talento, per far accettare all’altro il proprio punto di vista e la propria sensibilità. Ad esempio i venditori sono degli abili parlatori. Per una buona trattativa convincente e persuasiva occorre stabilire una relazione da «pari a pari», sia essa di compravendita, sia essa familiare (http://www.economiaemanagement.corriere.it).
Lo scopo principale della comunicazione è ovviamente lo scambio di opinioni, ma anche il cambiamento di comportamento (Cavazza, 1997).
Per comprendere meglio è bene chiarire le idee di atteggiamento e di opinione.
L’atteggiamento è un orientamento favorevole/sfavorevole verso un determinato oggetto, concetto o situazione e la disposizione ad agire in modo predeterminato e avviene a livello inconscio.
L’opinione è sia una preferenza che un’aspettativa. Essa non è inconsapevole, ma razionalizzata e può, inoltre, essere espressa.
Entrambi sono connessi: se si odia qualcuno si tende a vedergli insiti cattivi comportamenti.
Per cambiare atteggiamento e opinione l’individuo deve valutare la comunicazione che riceve, dando rilievo non solo al contenuto, ma anche alle emozioni. Risulta necessaria, allora, la creazione di un atteggiamento positivo nei propri confronti, la ricerca di un sentimento positivo e esprimere opinioni chiare (http://www.benessere.com ).
Il grado di persuasione dipende molto dallo stato psicologico ed emotivo del soggetto, ma anche dall’emotività trasmessa da colui che parla (Mastronardi, 2003).
La distinzione tra persuadere e convincere è stata molte volte elaborata. Secondo Pascal (1962) la persuasione riguarda l’immagine e il sentimento; il convincere, invece, la razionalità.
Secondo Perelman e Olbbrects-Tyteca (1976), la distinzione fra convincere e persuadere è sempre imprecisa ed è destinata a restare tale. La questione, oggi, resta ancora aperta.

SECONDO CAPITOLO – L’INFLUENZA DELLA FAMIGLIA

La comunicazione nella famiglia

Nella società attuale, fortemente caratterizzata da una complessità globale, che coinvolge ed involve ogni aspetto ed esperienza della vita moderna, anche la famiglia viene investita da profondi mutamenti. Essa è un sistema vivente molto complesso in cui si realizza quella esperienza vitale specifica che è fondamentale per la strutturazione dell’individuo.
Il rapporto fra genitori e figli necessita di un po’ di vivacità, perché se è troppo spento non ci si diverte. Ogni figlio ha voglia della sua libertà e ogni genitore ha paura di perderlo concedendogliela. Alcuni ragazzi sono più maturi di quello che i genitori pensano e a volte si sentono chiusi in una prigione di mediocrità. Molti genitori (soprattutto le mamme) sono possessivi e non permettono ai figli di uscire dal «guscio» per paura che possa accadere qualcosa, suscitando paure ed ansie di ogni tipo. Comunque esistono anche genitori apprensivi che riescono a mantenere un rapporto amichevole senza troppi litigi. In poche parole riescono a dialogare col proprio figlio. Anche questo tipo di genitori vieta le cose, ma solo quelle veramente sbagliate (http://www.comune.voghiera.fe.it).
Ogni riflessione sulla famiglia non può non tener conto di quanto, negli ultimi anni la famiglia stessa sia cambiata. La dimensione dei nuclei familiari si è notevolmente ridotta e si registra un continuo aumento nel numero di divorzi e di genitori single. Anche la mutata concezione del ruolo femminile influenza in larga misura la famiglia.
(http://www.handynet.it/).

Da un’analisi statistica tratta dal quotidiano “Il messaggero” si evince che, oggi, genitori e figli dialogano solo 8 minuti al giorno, prima della guerra 25, negli anni Sessanta 20, nel 1999 si è scesi a 8 minuti al giorno. Nel Duemila genitori e figli dialogano in una settimana per un tempo inferiore a quello che ogni italiano spende quotidianamente davanti allo specchio della toilette.
Non si tratta delle «comunicazioni di servizio», sempre costanti, ma del vero e proprio dialogo, il parlarsi per condividere contenuti, emozioni, sentimenti, problemi, che nell’ultimo decennio si è ridotto di un minuto per ogni due anni.
Principali responsabili della mancanza di comunicazione in famiglia, secondo un’inchiesta condotta da Radio 105 network e da un pool di psicologi, sono Tv e Internet, che occupano sempre più il tempo domestico.
Si parla di meno perché si guarda di più la televisione, e in particolare i talk shows psicologici (che coinvolgono il target giovane per oltre due ore al giorno). Non stupisce quindi che il programma che, tra tutti, ha la maggiore penetrazione sul pubblico giovanile sia “Uomini e Donne” di Maria De Filippi, che fonda il suo successo (oltre il 23% di share) proprio sulla rappresentazione di situazione di conflitto e di dialogo tra genitori e figli, che tra le mura domestiche rimangono irrisolti.
Conquista spazi anche Internet (oltre un’ora al giorno), la radio (due ore, facendo anche altro), lo sport (22 minuti).
Di cosa parlano genitori e figli in questi otto minuti e, soprattutto, di cosa non parlano? Dai 15 anni fino ai 18 scuola e soldi sono gli argomenti principali per il 42% del campione. Seguono le discussioni sulle frequentazioni di amichette e amichetti 29% e le negoziazioni sul tempo libero 15% (http://www.akkuaria.com).

La comunicazione all’interno della famiglia è fondamentale per la corretta crescita di un individuo, soprattutto nel periodo dell’adolescenza per il processo di formazione dell’identità, ma anche per lo sviluppo del proprio «ruolo». Inoltre, è indispensabile per lo sviluppo delle abilità sociali e alla sua base deve esistere la capacità dei genitori di accettare le opinioni dei ragazzi e il loro punto di vista durante le discussioni familiari.
Numerosi lavori indicano differenze significative fra la comunicazione madre – adolescente e quella padre – adolescente. Gli adolescenti mostrano una maggiore apertura nei confronti delle madri e prediligono il loro consiglio per problemi che riguardano sé stessi, il sociale, la famiglia, la scuola e per questioni circa il senso della vita. I padri sono, invece, ritenuti più giudicanti, meno disposti a «venire incontro» e nei loro confronti i giovani mostrano meno difese e sono più selettivi rispetto agli argomenti trattati (Scabini, 2002).
I genitori sono i primi educatori, non insegnano solo come ci si deve comportare con gli altri e la comunità, ma con l’esempio mostrano la giusta condotta. L’influenza, i consigli e la comunicazione all’interno della famiglia non mirano, come possono fare i mass media al puro e solo convincimento, ma mirano al bene, mirano al cambiamento senza «guadagni materialmente» (Galli, 2002).

L’influenza dei genitori

Fin dalla nascita il bambino si immerge in un universo significativo assai ricco che ne condizionerà profondamente la personale esperienza del mondo. Durante questo periodo accade quello che Talcott Parsons definì processo di socializzazione primaria, e che secondo lo stesso autore consiste principalmente nella interiorizzazione degli orientamenti fondamentali di valore, mediante i quali si struttura la personalità. (Parsons, 1991).
L’influenza dei genitori, ha un peso decisivo nella costruzione dell’ambiente sociale, nel quale i figli crescono, ma è pur vero che bambini e adolescenti traggono dalla vita esterna alla famiglia motivi di influenza pari, se non maggiori di quelli provenienti dalla famiglia e dagli adulti in genere. Il gruppo dei coetanei, a partire dai 2/3 anni fino alla maturità, risulta preferito e più significativo per lo sviluppo, della coppia genitoriale. Il rapporto genitori – figli è la prima relazione che questi ultimi sperimentano e spesso la più lunga: solo certe coppie hanno relazioni più durevoli di quella figlio – genitore ed è certamente il canale primario della crescita. Relazione significa legame di interdipendenza, essa è un contratto durevole e significativo fra due soggetti che cercano di scambiarsi qualcosa di valore, e di costruire qualcosa in comune, inoltre, è il risultato di influenze reciproche, dove quella del genitore sul figlio non è tanto superiore a quella del figlio sul genitore (Harris,1999).
Un consiglio dei genitori non è mai dato per scopi egoistici, ma sempre e solo per il bene del familiare. Il genitore non cerca di persuadere, di far cambiare idea, semplicemente, ma di indirizzarlo e consigliarlo verso il reale bene e la reale realtà.
Resta il fatto che oggi è più difficile definire la famiglia anche perché vi è stata una notevole diminuzione delle sue funzioni, anche se due emergono ancora: quella di istituzione specializzata in un ruolo affettivo e quella di agenzia di socializzazione primaria. La perdita di altre funzioni non vuol dire una perdita di importanza riguardo alla trasmissione di nozioni (Besozzi, 1993).

Saper ascoltare

Nella società contemporanea, sia genitori che figli, sentono sempre più l’esigenza di qualcuno che li ascolti. Tutto questo perché a volte si parla poco nelle famiglie o si parla male. I figli lamentano le stesse cose che lamentano i genitori: la mancanza di ascolto da parte degli stessi e la mancanza di comprensione. Forse l’unico sforzo di alcuni genitori è quello di pensare che alcuni comportamenti sono dettati dall’età, dall’euforia e che prima o poi il proprio figlio «metterà la testa al posto proprio» e ascolterà i suoi consigli.
L’ascolto non è un semplice e puro meccanismo automatico, ma presuppone altro (Scabini, 2002).
Non è una dote naturale. La comunicazione è un’arte sociale che va quindi sviluppata direttamente in contesto, insieme ad altre persone.
Quando si parla di comunicazione si pensa sempre che la cosa più importante sia sapersi esprimere. Ma non è così. Naturalmente ascoltare non vuol dire usare solo l’udito, ma capire ciò che gli altri dicono e quali sono le loro reali intenzioni, anche quando la comunicazione avviene con parole scritte, anziché la voce.
Vuol dire prima di tutto «mettersi nei panni dell’altro» e capire le cose secondo il loro punto di vista, a prescindere se si accetta o meno. Ma si tratta anche di percepire qualcosa che forse l’altra persona non aveva intenzione di dire, ma che «involontariamente» trasmette con il suo stile (http://www.comunicobene.com).

Stampa

Educatrice Professionale e Criminologa.
Lavora per il Ministero Della Giustizia come Funzionario giuridico pedagogico. Redattrice del portale Eduprof.it dal 2003 ad oggi ed autrice di numerosi articoli sul tema pedagogico/criminologico.