IL COPING RELAZIONALE- Dott.ssa Riccio Concetta

L’esistenza delle persone è un incessante processo di costruzione,elaborazione e rescissione di relazioni con altri soggetti. Molti studiosi contemporanei riconoscono l’indubbia importanza dell’aspetto relazionale nella vita degli uomini.
Per un individuo la relazione sociale riveste un’importanza vitale,in quanto la sua comprensione non può prescindere dall’analisi delle sue relazioni più importanti,e che il processo di aiuto ad una persona in difficoltà dovrebbe coinvolgere i soggetti significativi del suo ambiente.
Quest’ ultima deduzione,che è una conquista dei teorici sistemici costituisce il fondamento dell’intervento sociale secondo un’ottica di rete.
In riferimento al lavoro di rete si possono distinguere:
• Reti primarie(informali):gruppi i cui componenti hanno una storia in comune. Queste reti nascono spontaneamente e non possono essere artificialmente costituite,possono essere libere(con amici,colleghi,ecc)oppure obbligate(con familiari e parenti).Entrambi sono di natura affettiva,protettiva e di sostegno.
• Reti secondarie formali:hanno una precisa struttura,svolgono precise funzioni o servizi e sono caratterizzate da scambi fondati sul denaro o sul diritto(servizi socio-sanitari pubblici e privati).
• Reti secondarie informali:sono fondate sull’iniziativa dei loro membri e si sostanziano in scambi di servizi poco formalizzati.
Andando in fondo a vedere di che pasta è fatta concretamente la valutazione che crea il problema sociale si può notare che essa mette a fuoco la combinazione di due variabili,il rapporto tra compito e persona in quell’ideale serrata interazione che è il fronteggiamento.
La maggior parte dei compiti che la persona deve fronteggiare sono costituiti o derivati da relazioni interpersonali,ogni compito sollecita una pluralità di persone considerate in rete(coping relazionale).

IL COPING RELAZIONALE

Un problema sociale si ha quando viene meno o risulta insufficiente una capacità di azione comune o semicollettiva,cioè di un insieme di persone collegate che sappiano chiamarsi “rete”.
Nel lavoro sociale,l’azione acquista realtà in riferimento ad un compito o a più compiti coerenti,che tecnicamente definiamo coping . Esso è un compito affrontato in modo dinamico,nel senso che le azioni scattano ognuna sollecitata dall’altra,cosicché si ha un’azione complessiva che racchiude le azioni di tutti i soggetti coinvolti. Inoltre questo compito può essere associato ad attività di fronteggiamento di situazioni complesse che derivano da situazioni legate alle difficoltà degli individui,difficoltà che possono diventare compiti per le persone interagenti.
L’ottica del lavoro di rete non guarda il processo che ha prodotto le difficoltà dell’utente ma il processo che le gestirà,cioè in che modo l’ambiente si deve adoperare perché il problema possa essere superato.
Un problema sociale non nasce solo quando la rete è insufficiente rispetto ad un compito impegnativo,ma anche quando l’insufficienza è relativa alla quantità dei compiti da fronteggiare.
La prima cosa importante da capire è se ci sia già e da chi sia composto il nucleo che,attualmente,sta fronteggiando il problema,anche l’assistente sociale fa parte della rete,ricoprendo la funzione di guida e supervisore. Una volta riconosciute le persone già coinvolte nella rete,l’operatore deve guidare questa in un processo di costruzione del problema rispecchiando alla rete l’azione attualmente deficitaria,dopo che la rete ha definito il compito da affrontare attraverso un processo di brainstorming,che avviene durante un incontro,la rete cerca di far emergere tutte le possibili strategie,scegliendo poi le migliori.
Dopo il brainstorming si deve capire quali siano le risorse a disposizione verificando se i membri attuali della rete riescono nelle strategie oppure se è necessario integrare la rete con altri soggetti,in tal caso l’operatore potrà indirizzare verso i servizi disponibili.
Seguendo la logica relazionale la guida mostra attraverso il feedback come la rete sta procedendo,quando la rete si sarà messa in moto per agire concretamente l’operatore si concentrerà sul monitoraggio della situazione complessiva,qualora l’azione apparirà efficace la guida cercherà di rendere la rete progressivamente più autonoma dall’esperto.
Il processo finora descritto non sempre termina una volta per tutte,è possibile che dopo un po’ di tempo l’azione non sia più adeguata in quanto il problema è cambiato,sarà allora necessario ripercorrere di nuovo il processo di problem solving con l’aiuto dell’operatore nel ruolo di guida a meno che la rete non sia divenuta più consapevole ed abile tale da potersi organizzare anche senza il suo aiuto.

IL CASO DI R.

R.è un uomo di 40 anni preso in carico dal Distretto di Salute Mentale dell’A.S.L. CE1(distretto 30 – 31)su segnalazione pervenuta dal Comune di appartenenza,l’uomo infatti era stato trovato nella sua abitazione in montagna,in condizioni igienico-sanitarie precarie,con la madre deceduta da alcuni giorni.
Al primo contatto con il C.S.M. l’uomo appare in evidente stato confusionale e psicotico,viene ricoverato per alcuni giorni nel Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura (S.P.D.C.),nel frattempo l’assistente sociale si adopera per reperire informazioni circa l’anamnesi dello stesso.
Attraverso varie fonti(funzionari del Comune,conoscenti)e diversi colloqui con l’utente si è venuti a conoscenza della difficile condizione familiare:quando R.ha tre anni il padre abbandona la famiglia emigrando all’estero e rendendosi irreperibile;il fratello,di qualche anno più grande,all’età di diciassette anni decide anch’esso di allontanarsi e di interrompere ogni contatto con la famiglia di origine;R. quindi resta solo con la madre,egli non aveva mai manifestato segni di squilibrio,infatti aveva regolarmente terminato gli studi conseguendo un diploma professionale,successivamente aveva deciso di intraprendere la carriera militare,interrotta poi per tornare dalla madre incapace di provvedere a sé stessa,in seguito a ciò ha provveduto a sé stesso e alla madre svolgendo piccoli lavori manuali.
Utili informazioni circa la personalità dell’utente sono state reperite grazie all’aiuto dei professori dell’istituto da lui frequentato,che lo descrivono come un ragazzo molto chiuso e con difficoltà di approccio con l’altro sesso,forse primi segni di un disagio profondo che il soggetto viveva.

LA RETE DI FRONTEGGIAMENTO NEL CASO SPECIFICO

Di fronte ad un problema non si percepisce il singolo soggetto come portatore di un problema,ma si vede l’intera rete di fronteggiamento (coping network)che si trova davanti ad un compito che non riesce più a gestire.
Al centro dell’attenzione si trovano dunque le persone attualmente coinvolte nella rete di fronteggiamento,la quale sta ancora funzionando ma rischia di diventare deficitaria perchè un membro(in questo caso R.)non ce la fa più ad andare avanti in questo modo.
Prendendo in considerazione il caso specifico,l’assistente sociale nell’individuare l’attuale rete di fronteggiamento di R. viene a conoscenza dei buoni rapporti che l’utente ha con un cugino,con il quale spesso collabora anche nello svolgimento di piccoli lavori saltuari,inoltre l’utente frequentando quotidianamente la piazza del paese ha instaurato buoni rapporti con diversi abitanti del posto.
Nel tentativo di ampliare la rete l’assistente sociale ha cercato inutilmente di reperire il padre, mentre per quanto riguarda il fratello questo ha espressamente dichiarato di non volersi interessare della situazione.
Sono risultati invece di fondamentale importanza i componenti della rete formale:
il Servizio Sociale del Comune di appartenenza che si è adoperato al fine di procurare un’abitazione centrale all’utente e di assicurare ad esso l’assistenza domiciliare e il D.S.M. con un progetto individualizzato di cura e riabilitazione dell’individuo promuovendo il suo reinserimento sociale attraverso la partecipazione a varie attività di animazione.

CONCLUSIONI

Da quanto affermato sino ad ora ne deriva l’importanza di una solida formazione teorica di base dell’operatore sociale, poiché le metodologie necessitano di opportuna conoscenza e riflessione per poter essere correttamente e utilmente applicate.
Il lavoro di rete in particolare, ma il servizio sociale in generale non è caratterizzato dalla necessità che gli operatori seguano rigidi trainings formativi e apprendano e applichino delle specifiche tecniche; pur tuttavia emerge sempre più l’importanza delle conoscenze teoriche al fine di impostare interventi metodologicamente corretti e rispondenti alle esigenze dell’utenza .
Uno dei principi dell’approccio di rete è quello della partecipazione, infatti non vi può essere partnership senza la collaborazione di più soggetti con un obiettivo comune. L’assistente sociale in veste di attivatore di reti trasforma gli utenti in protagonisti alla ricerca del loro benessere e di quello degli altri tramutando quindi i cittadini-utenti in cittadini–risorse. L’Assistente Sociale stimola inoltre una partecipazione che implica pari dignità, rispetto reciproco e parità.
Un altro sviluppo positivo della partecipazione all’interno della rete è l’aumento dell’autostima, del senso di identità personale e la riduzione del rischio di dipendenza dai servizi pubblici. Il lavoro dell’Assistente Sociale per concludere si traduce in un’attività volta all’attivazione e al funzionamento della rete ed egli può riuscire ad intercettare il flusso della rete naturale e ad orientarlo verso la soluzione del problema.

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Educatrice Professionale e Criminologa.
Lavora per il Ministero Della Giustizia come Funzionario giuridico pedagogico. Redattrice del portale Eduprof.it dal 2003 ad oggi ed autrice di numerosi articoli sul tema pedagogico/criminologico.