La ricerca: “ Passato, presente e futuro tra aspettative e paure -Dott.ssa Concetta Riccio

Ai dieci utenti sono state somministrate trenta domande aperte riguardanti il passato, il presente e il futuro; i soggetti, tutti di sesso maschile, hanno dimostrato di comprendere le domande, lo scopo di queste e di essere pienamente disponibili a rispondere.
Le domande tentano di offrire una panoramica su alcuni punti cruciali della vita dei soggetti relazionata sempre alla tossicodipendenza, quello che però più interessa la ricerca è l’elemento lavoro, per questo in tutti e tre i tempi delle interviste sono sempre presenti domande sul lavoro, solo in questo modo infatti è possibile capire per i dieci intervistati la valenza preventiva e riabilitativa del lavoro, avendo a disposizione cioè un riscontro tra passato e presente e chiedendo loro di esprimere aspettative future.
Belotti afferma che il lavoro è un elemento cruciale nella riuscita di un percorso riabilitativo, sia esso di comunità che farmacologico, e sostiene che i servizi devono impegnarsi nella ricerca di un’opportunità lavorativa per i soggetti in quanto ciò diminuirà il rischio di ricadute. E’ ciò che affermano anche Mancini e Sabbatini sottolineando però l’importanza di un operatore della mediazione addetto all’accompagnamento del soggetto nell’avvio al lavoro e alla mediazione tra questo e l’impresa.
Fazzi e Scaglia, invece, analizzando la relazione disoccupazione – lavoro – tossicodipendenza evidenziano l’utilità delle politiche di inserimento lavorativo e di tutela del lavoro come di una legislazione adeguata ponendo particolare attenzione alle cooperative sociali.
Le domande che la ricerca nel suo piccolo si pone sono diverse: Il lavoro è un elemento preventivo nell’insorgere di problematiche di tossicodipendenza? Quanto la droga ostacola lo svolgimento di un’attività lavorativa? Per i soggetti è importante l’elemento lavoro durante un percorso riabilitativo e perchè? La presenza/assenza di un’attività lavorativa durante un percorso riabilitativo influenza secondo i soggetti la riuscita di questo? Quanto l’attività lavorativa stimola le loro aspettative?
La ricerca, quindi, partendo dalle ipotesi enunciate vuole verificarle su un piccolo campione di utenti cercando di capire cosa pensano loro dell’elemento lavoro ma anche come hanno vissuto e affrontato sulla propria pelle un problema grave qual è quello della tossicodipendenza.
Le informazioni ricavate da questa ricerca nonostante le sue piccole dimensioni sono risultate qualitativamente significative; l’età diversa dei soggetti, compresa tra i 28 e i 47 anni, porta alla luce storie di vita diverse, il modo in cui si è affrontato il problema della tossicodipendenza può essere molto differente anche perché, solitamente, chi ha un’ età adulta è reduce da più tentativi di comunità , ha vissuto in anni diversi l’entrata nel mondo della droga e quindi in modo diverso, ci sono più probabilità che sia coniugato e abbia figli e ciò incide sulla motivazione al cambiamento, che abbia avuto un lavoro fisso e che possa riaverlo alla fine del percorso ecc.
Su dieci intervistati solo due risultano essere sposati con prole ma entrambi separati, gli altri non sono sposati, non hanno relazioni e non hanno figli, ciò potrebbe dimostrare che spesso il tipo di vita che la droga costringe a fare rende difficile l’instaurarsi di rapporti affettivi o comunque la loro durata.
Molti degli intervistati sono stati in altri servizi per le tossicodipendenze in passato, quasi tutti sono stati seguiti dal Ser.T. del quale però hanno un’opinione negativa nonostante ne ammettano l’importanza per aver trovato lì gli aiuti giusti per capire la gravità della loro situazione e decidere, quindi, di tentare un’altra via, tutti sono sicuri del fatto che la comunità sia la scelta migliore per combattere definitivamente la dipendenza. Altri, invece, vengono da ulteriori tentativi di comunità, danno la responsabilità del loro fallimento alle comunità tranne nel caso di coloro che sono stati nella medesima comunità, solo alcuni sono alla prima esperienza.
Emerge che per gli intervistati è stato fondamentale l’insight di cui parla Folgheraiter ovvero l’acquisizione della consapevolezza che non si smette quando si vuole ma c’è bisogno di un impegno totale e di aiuto; ricordano, infatti, un momento preciso in cui hanno preso veramente consapevolezza del problema e hanno avuto la giusta motivazione per tentare una soluzione; questa motivazione solitamente è derivata da un aggravamento della loro situazione ad esempio un arresto, la vita in strada, l’emarginazione ecc.
“Toccare il fondo, io sono stato anche arrestato, poi la vita di strada, non puoi lavarti ti fai schifo, poi c’è il pericolo per strada, la solitudine , non hai più famiglia ne amici” (Utente n. 5 comunità “Pace e bene”).
Facendo riferimento al passato degli intervistati, la ricerca fa emergere un dato interessante: il lavoro non sembra aver avuto per loro una valenza preventiva; tutti, infatti, al momento dell’entrata nel mondo della droga lavoravano e molti in attività proprie ben avviate, la disoccupazione infatti non viene mai citata tra le cause che hanno portato alla tossicodipendenza. Quello che invece emerge in molte interviste è che la droga ha causato la perdita del lavoro: per gli interessati infatti risultava difficile combinare le due cose soprattutto per i cambiamenti caratteriali che la tossicodipendenza comporta.
“Ho lavorato, nell’ultimo periodo no, non riuscivo a rapportarmi con le persone, ero troppo nervoso anzi no nervoso, non so come spiegartelo” (Utente n. 10 comunità “Pace e bene”).
La comunità infatti è centrata soprattutto sul concetto di responsabilità, su un concetto di miglioramento continuo della persona al di là di un decorso per la malattia e su un’impostazione essenzialmente relazionale contraddistinta dalla solidarietà e dall’aiuto reciproco; in tal senso può essere intesa come sostanzialmente educativa piuttosto che anche educativa e il lavoro è certamente l’elemento cardine di questa educazione.
Ciò si può ricondurre anche a quello che Fazzi e Scaglia definiscono il principale problema dell’inserimento lavorativo dei tossicodipendenti, le capacità lavorative di questi infatti risultano enormemente compromesse dall’utilizzo di sostanze stupefacenti e senza un lavoro di rieducazione è improbabile che riescano a ricoprire con successo mansioni lavorative.
Quasi tutti gli intervistati sono soddisfatti dell’attività lavorativa che svolgono in comunità, per molti è stata una grossa opportunità poter apprendere nuove conoscenze e professionalità e considerano il lavoro attuale più stimolante di quelli svolti in passato; tutti, inoltre, riconoscono quanto afferma Belotti cioè l’importanza riabilitativa del lavoro e della formazione lavoro all’interno di un contesto comunitario, ne recepiscono soprattutto la valenza educativa e la sua utilità per il futuro; per loro infatti la droga distrugge le capacità lavorative intese come puntualità, convivenza, rispetto degli altri ecc; inoltre, essere accompagnato nella scelta del lavoro ed essere seguito costantemente aiuta a far emergere doti anche nascoste di ognuno.
“Sono importanti, impari, è anche educazione, impari la convivenza, il dialogo, il rispetto e le regole (Utente n. 10 comunità “Pace e bene”).
“E’ importante, molto, perchè la droga ti rende pigro, allontana tutte le abitudini della vita normale e in questo modo le riacquisti, non sarebbe uguale la comunità senza il lavoro anche perchè ti sentiresti un demente, inutile” (Utente n.1 comunità “Pace e bene”).
Lavorare all’interno della comunità per i soggetti intervistati è quindi importantissimo, si sentono stimolati e fiduciosi verso il futuro pur conoscendo bene tutte le difficoltà, sentono un forte spirito di imprenditorialità soprattutto per l’esempio di ex tossicodipendenti della stessa comunità che hanno utilizzato quanto appreso lì per avviare delle attività.
“Si, molte persone l’hanno fatto sono diventati imprenditori, serve ambizione e io ne ho molta, ma non tutti ce l’hanno, so di persone che ora hanno cooperative, laboratori e altre che stanno di nuovo in mezzo alla strada”(Utente n. 1 comunità “Pace e bene”).
Sempre legate al tema del lavoro sono le domande poste a riguardo di un possibile lavoro futuro in comunità in veste di operatori: molti di loro infatti esprimendo forte preferenza per gli operatori ex tossicodipendenti si sono dichiarati disposti ad un simile impegno, solo alcuni hanno molte paure a riguardo e non si sentono in grado soprattutto temono ripercussioni negative su sé stessi.
“Si anche perchè se sai aiutare gli altri aiuti anche te stesso quindi perchè no, e poi qui già ci aiutiamo quando serve( Utente n. 3 comunità “Pace e bene”).
“Non penso di essere capace poi ti vengono in mente troppe cose tue e stai male” (Utente n. 7 comunità “Pace e bene”).
Le interviste in definitiva hanno pienamente soddisfatto le domande iniziali, il lavoro così come nella teoria è inteso nei luoghi reali ovvero come elemento fondamentale durante un percorso riabilitativo e i motivi sono diversi. Il primo motivo può essere il fatto che lavorare significa riscattare la persona da una passività che la droga ha imposto per troppo tempo e poi, associando lavoro e formazione, si permette alla persona di acquisire nuove conoscenze dandole più opportunità per il futuro, quando, finito il percorso riabilitativo e libero dalla dipendenza, il soggetto si troverà a domandarsi cosa fare. Gli stessi intervistati, poi, sono consapevoli del fatto che non basterà eliminare la dipendenza per poter riavere un’esistenza normale e per questo apprezzano molto l’utilità del lavoro inteso anche come educazione. Da quanto detto si deducono altre due informazioni, la prima riguarda il fatto che il lavoro sicuramente influisce in positivo sulla riuscita del programma e l’altra che al momento nessun altro luogo, metodo o farmaco può riuscire come la comunità a seguire globalmente la persona. Quindi al momento niente può aiutare la persona a disintossicarsi, accompagnarla in un percorso di crescita, educare la persona alla convivenza, farle acquisire nuove abilità, valorizzarne le doti, accompagnarla al lavoro e darle il giusto distacco dal servizio ma allo stesso tempo la certezza di avere sempre un punto di riferimento in caso di difficoltà come la comunità.
In definitiva, non è difficile comprendere che quando si tratta di affrontare un problema delicato e complesso come la tossicodipendenza non certo immune da ricadute è fondamentale utilizzare un approccio globale e il lavoro è certamente un elemento cruciale per dare agli interessati delle certezze e delle aspettative future.

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Educatrice Professionale e Criminologa.
Lavora per il Ministero Della Giustizia come Funzionario giuridico pedagogico. Redattrice del portale Eduprof.it dal 2003 ad oggi ed autrice di numerosi articoli sul tema pedagogico/criminologico.