Disabilità visiva ed interventi didattici educativi

Si intende per disabilità visiva sia” Cecità” associata al termine “non vedente” il che implica una totale od una quasi totale perdita della capacità di percepire forme; sia “Essere ipovedente”ovvero visione ridotta il che implica una abilità di utilizzare alcuni aspetti della percezione visiva, ma con grande necessità di ricevere informazioni da altre fonti.

Questo quanto si conosce teoricamente , ma dal punto di vista pratico esistono svariate forme di disabilità visive lieve e non lieve , alcune di esse sono caratterizzate dal vedere , percepire quanto viene inviato dalle fonti ma in formato più piccolo , o con ombre; c’è chi nasce con tale disabilità e chi l’acquisisce a seguito incidenti , malattie alla retina , cornea , pupilla , scoppio di bombe –residui di guerra , scoppi-fuochi che vengono utilizzati durante festività quali il Capodanno.

Ma sta di fatto che si tratta di una particolare disabilità che comporta non ben poche difficoltà percettive inerente le sensazioni che si possono provare nel vedere , nel conoscere i colori associandoli agli odori , è per questo che si viene educati per l’appunto alle sensazioni , secondo un percorso tratta mentale caratterizzato da immaginazione visiva.

Il sole lo si vede associandolo al calore dandogli il colore giallo che non può essere visto ma percepito , sentito , come le note musicali , molti ipovedenti o non vedenti sono bravissimi pianisti , in quanto hanno l’aspetto percettivo dell’udito molto ma molto più sviluppato di noi , perché fanno affidamento sulle sensazioni , sulle emozioni che partono da dentro.

Con tutta sincerità mi sento ben poco preparata a strutturare tale articolo(seguiranno infatti ricerche prese dal Web) , ma avendo seguito un corso di apprendimento di lingua e scrittura Braille , sono spinta dal voler non solo trattare l’argomento della disabilità visiva quanto dare anche in maniera ampia una dritta sui sussidi didattici da poter utilizzare in ambito scolastico e lavorativo.

A prescindere che la semplice insegnante di sostegno non basta , la stessa deve essere dotata di tanto amore , e conoscenze specifiche sia inerente la particolarità della disabilità visiva , sia inerente il sistema Braille utilizzato per la didattica sia per la disciplina umanistica che scientifica quale la matematica , sia sull’utilizzo di particolari sussidi informatici quali software di conversione e strumenti vocali.

Deve assieme la famiglia educare stimolare il bambino a vedere altrove , educando a percepire attraverso le percezioni , quasi riconoscendo gli altri a livello relazionale “a pelle” , il mio prof. mi ha sempre detto di essere una ragazza determinata e che farò molta strada-percependomi.

Oltretutto “ i soggetti non vedenti” hanno una grandissima predisposizione ad ascoltare prima con attenzione l’altro per poi rispondere. Dunque percezione dell’altro , interiorizzazione , metabolizzazione.

SUSSIDI DIDATTICI:

Le tecnologie informatiche sono uno strumento di grande utilità per gli studenti con disabilità visiva, fin dalla scuola di base. Il computer, opportunamente configurato e corredato degli eventuali ausili specifici, può contribuire in maniera significativa a migliorare l’autonomia personale.

Utilizzato in maniera graduale e assistita, può agevolare lo svolgimento delle attività strutturate indispensabili per lo studio (soprattutto di letto-scrittura), consentendo una migliore produttività scolastica, rendendo più fluida la produzione scritta, consentendo una velocità di esecuzione dei compiti più rapida rispetto all’uso di carta e penna, contribuendo così a ridurre il gap dell’alunno disabile visivo ed il resto della classe.

“La postazione informatica per il disabile visivo, giovane ed adulto, si compone di elementi diversi in base agli obiettivi d’uso e alle competenze. Di solito il PC non viene usato solo in ambito scolastico o lavorativo ma il disabile visivo è portato a dotarsi di una postazione informatica anche per l’uso personale domestico, traendone beneficio anche nella vita di tutti i giorni.Oltre all’utilità oggettiva del computer come strumento per la produttività, non vanno dimenticate anche le preferenze ed i desideri che può esprimere l’individuo.

Ai giovani interessa spesso per il gioco e per la possibilità di comunicare (e-mail). Agli adulti risulta gradito potersi rendere autonomi in piccole e grandi cose quali la gestione del bilancio familiare, la lettura dei giornali ecc.

Per arrivare alla definizione di una postazione ideale, il riabilitatore deve compiere un’attenta valutazione del bisogno e prestare un’attenzione particolare alle attitudini dell’utente per definire gli obiettivi, insieme a lui, per selezionare gli strumenti, e per pianificare un training di apprendimento (o di approfondimento) dell’uso dei software e delle periferiche.”

Ausili specifici

L’approccio al computer da parte del disabile visivo deve necessariamente essere calibrato a seconda dell’età, delle competenze, degli obiettivi e del tipo di deficit visivo.

Esistono due categorie di software per l’accesso al computer:

a) software di ingrandimento dello schermo (con eventuale feedback vocale), destinati a soggetti ipovedenti; nei casi più lievi si può ricorrere semplicemente alle opzioni di modifica di colori e caratteri comprese nel sistema operativo, regolandolo a contrasti più elevati;

b) screen reader con sintesi vocale o display braille, per ciechi.

Alcuni ausili informatici possono essere forniti dal Servizio Sanitario Nazionale ai soggetti aventi diritto, che potranno usufruire della fornitura diretta o di un contributo economico (totale o parziale), in base alle normative vigenti e al nomenclatore.

Per quanto riguarda gli ausili hardware e software specifici, che consentono al disabile visivo di accedere alle funzioni del computer, ci si può riferire ai vari centri tiflotecnici e alle numerose ditte italiane specializzate nel settore.

Per un migliore orientamento nella scelta, è consigliabile avvalersi della consulenza di esperti della riabilitazione che sappiano valutare le reali esigenze ed effettuare eventualmente training sugli ausili stessi, per gli utenti e per gli operatori.

Attività strutturate

Per le attività didattiche di base, sia attraverso gli screen reader che i software di ingrandimento dello schermo si possono utilizzare gli applicativi di office automation e, in molti casi, anche i comuni prodotti multimediali e didattici; va considerato che in alcuni casi gli ausili possono avere limiti di compatibilità con molte opere multimediali e interattive, limitando la scelta nel materiale didattico.

A queste indicazioni generali, possiamo affiancare una panoramica dei programmi espressamente pensati per un uso più agevole da parte dei disabili visivi; alcuni (come indicati nelle rispettive schede presenti in SD2) sono adatti solo all’uso con sintesi vocale e barra braille, altri invece adatti ad ipovedenti o ad entrambi i casi.

Gli argomenti dei software disponibili sono eterogenei, e purtroppo non sono coperte tutte le necessità didattiche:

– software per facilitare l’uso del PC,

– giochi,

– ambienti facilitati di gestione ed elaborazione testi,

– software per la didattica delle varie discipline.

Visitando le pagine di tale sito è possibile attingere spunti metodologi su come insegnare determinate discipline

http://sd2.itd.cnr.it/percorsi.php

e rispetto ai software

http://sd2.itd.cnr.it/ZOOM.php

EDUCARE ALL’AUTONOMIA

Al di là dell’aspetto didattico , il soggetto non vedente sin da bambino deve essere anche educato all’autonomia , senso della responsabilità , a sapersi muovere , passeggiare , spostarsi negli ambenti chiusi ed esterni quale parchi , deve saper attraversare la strada e prendere mezzi pubblici anche senza l’aiuto del cane guida.

Pertanto la famiglia deve orientarsi alla partecipazione di un progetto trattamentale riabilitativo in centri adeguati , nei quali trovare personale esperto quali anche educatori , terapisti occupazionali , che attraverso specifiche e spesso divertenti attività mirano al raggiungimento di obiettivi quale per l’appunto l’autonomia.

Le stesse attività aiutano al conseguimento della stima e fiducia in se stessi , si pensi alla “Pet Therapy” , molti ragazzi ed adulti non vedenti sanno andare a cavallo , come altri sanno manovrare ancore e quanto altro riguarda la barca a vela , la canoa.

Il contatto con la natura , il mare , l’aperto , aiuta a colmare l’aspetto delle percezioni di cui parlavo nelle prime pagine.

Gli stessi devono essere educati alla cura e tutela di se stessi , devono sapere e conoscere i loro diritti da sempre , come attingere anche i loro limiti e le loro potenzialità da valorizzare.

Bisogna educarli all’integrazione con approcci relazionali e medici in contesti dove pedagogia speciale e medicina come cura prevenzione e trattamento possano andare di pari passo.

UN LIBRO CHE PUO’ AIUTARCI A CAPIRE MEGLIO LA DISABILITA’ VISIVA

Percorsi educativi nella disabilità visiva

Identità, famiglia e integrazione scolastica sociale

http://www.erickson.it/erickson/repository/pdf/PRODUCT_1062_PDF.pdf

Come interagire con un ragazzo con disabilità visiva, aiutandolo a scoprire le proprie potenzialità? Come fargli raggiungere un buon grado di autonomia? Basato sull’esperienza personale degli autori, che da anni si occupano di integrazione scolastica e sociale, questa guida offre interessanti spunti di riflessione e suggerimenti operativi rivolti a tutti coloro che, nella vita professionale e privata, vivono a stretto contatto con bambini e adolescenti con disabilità visiva: educatori e insegnanti, ma anche operatori, genitori, familiari e amici.

Mentre la prima parte ha un taglio teorico e affronta la questione dell’autonomia degli adolescenti con disabilità visiva, l’importanza delle tecnologie come ausili, gli aspetti più significativi della legislazione sull’integrazione, la seconda parte pone l’accento sui vari ambiti di intervento: la famiglia (il contesto educativo prioritario che accoglie, sostiene e accompagna il bambino), la scuola, le attività con i lettori domiciliari, le esperienze nel campo artistico e del lavoro artigianale.

Un testo fondamentale per chi, di fronte alle situazioni educative complesse e problematiche, è pronto ad accoglierne le inaspettate armonie e le sorprendenti risorse.

NEWS SUL MONDO DELLA DISABILITA’ VISIVA

http://www.italia.gov.it/servlet/ContentServer?pagename=e-Italia/news3&id=1207725734235#

NUOVE OPPORTUNITÀ PER I DISABILI: PUBBLICATO IN G.U. IL DECRETO CHE FAVORISCE LA LETTURA E LO STUDIO DA PARTE DEI DISABILI VISIVI

Pubblicato il 08/04/2008

E’ stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 82 del 7 aprile 2008, il decreto firmato il 18 dicembre 2007 dal Ministro per i Beni e le Attività Culturali Francesco Rutelli, che renderà possibile ai disabili visivi la “lettura” delle novità editoriali messe sul mercato grazie alla trasformazione in testo digitale.

Come è noto, se nella sua forma cartacea un libro è inutilizzabile per molti disabili, il file testuale del suo contenuto lo rende invece accessibile anche ai ciechi, che possono leggerlo con il loro personal computer, ai dislessici, che possono associare il testo scritto alla lettura con voce sintetica, ai dislessici, che possono associare il testo scritto alla lettura con voce sintetica, o agli ipovedenti che possono ingrandire e contrastare i caratteri, come in generale per chi non può nemmeno sfogliare le pagine di un libro.

L’Italia è il primo paese che decide di favorire la produzione dei libri anche in formato digitale accessibile per tutti.

“Una grande iniziativa di cui il nostro Paese deve essere fiero perché vanta il primato assoluto mondiale – ha sottolineato il Ministro Rutelli. Una trasformazione radicale dell’uso delle tecnologie che finalmente vengono applicate anche a quella parte di cittadini affetti da disabilità fisica. E questo è il risultato dell’impegno profuso per facilitare l’accessibilità all’arte e alla cultura a queste persone.”

I fondi stanziati nel decreto, che ammontano a 2,750 milioni di euro, sono destinati ai progetti che, selezionati con un apposito bando, saranno finalizzati alla fruizione in formato accessibile per ipovedenti e non vedenti le novità librarie entro 48-72 ore dall’ingresso del corrispondente cartaceo nel circuito distributivo tradizionale.

Il decreto fissa anche il numero dei titoli da rendere disponibili nell’arco di ogni anno: 2000 di autori italiani, 500 di autori stranieri, più 500 titoli a richiesta degli utenti – cifre corrispondenti, secondo le stime dell’Associazione italiana Editori, al numero delle novità che giungono in un anno nelle librerie più prestigiose.

Riporto l’esperienza e la ricerca del Dott. Riccardo Chiarelli neuropsichiatra, psicoterapeuta,

psicoanalista, sull’argomento :

Come i genitori possono aiutare i figli con disabilità visiva ad affrontare la crisi adolescenziale

L’adolescenza è un lungo processo di crescita, l’ultimo prima dell’ingresso nell’età adulta, i cui limiti temporali sono incerti. L’inizio è facilmente databile e coincide, con l’avvento della pubertà, caratterizzato da una serie di modifiche corporee piuttosto evidenti. Ma la fine di questo processo rimane poco determinata e negli ultimi decenni assistiamo ad un graduale, ma costante dilatazione del periodo adolescenziale, che a volte sembra interminabile, almeno nei paesi occidentali.

I traguardi, però, da raggiungere, attraverso importanti trasformazioni interiori, sono gli stessi delle precedenti generazioni: l’organizzazione della personalità, la costruzione dell’identità personale e sessuale, la coscienza morale e gli ideali, la realizzazione delle proprie potenzialità, l’amicizia, l’amore, il lavoro. Questo itinerario psicologico riguarda tutti e, naturalmente, anche i ragazzi/e con minorazione visiva. Secondo la mia personale esperienza, il cammino verso la separazione-individualizzazione di sé costituisce la vicenda emotiva più tormentosa e complessa dell’intero processo adolescenziale per i ragazzi/e con disabilità visiva.

Quando i ragazzi/e si trovano al termine della loro fanciullezza, si prospetta loro un mondo, fisico e sociale, piú ampio e meno protetto che in passato. Loro lo sanno, sanno che li aspettano modifiche, sia interiori, sia relative al mondo esterno, che sarà sempre meno protetto e che farà nuove e più complesse richieste, che si attenderà una maggiore autonomia personale, sociale, di pensiero, una maggiore responsabilità. Sono consapevoli che dovranno fare sempre più riferimento alle proprie risorse e sempre meno dipenderanno dalla famiglia.

Questi momenti di cambiamento evolutivo spesso hanno un corrispettivo nel mondo esterno delle istituzioni. Mi riferisco a passaggio alla scuola media (parallelo all’accesso alla prima fase dell’adolescenza) e a quello alla scuola media superiore (che corrisponde grosso modo all’ingresso nella piena adolescenza). La prospettiva di questi passaggi è generalmente accolta con una certa apprensione.

Il passaggio all’adolescenza, segnalato dall’acquisizione di nuove funzioni, fra cui una maggiore intenzionalità e la capacità di preoccuparsi per sé e per gli altri, determina l’insorgere, sia nei figli che nei genitori, di emozioni contrastanti: desideri, eccitazione, aspettative, ma anche ansie, paure. La prevalenza delle une sulle altre varia da persona a persona, da famiglia a famiglia.

L’ingresso a questa nuova fase evolutiva comporta il riaffiorare, nella mente dei genitori, di angosce non nuove, perché già sperimentate in maniera drammatica a suo tempo in occasione della nascita del figlio. Riemerge il dolore, sotteso dal timore di fondo che il proprio figlio, in quanto minorato della vista, possa non farcela, possa non essere in grado di affrontare il nuovo livello di crescita. Sono dubbi che assillano, che insorgono già quando il loro bambino si sta avvicinando alla pubertà, ma che già anni addietro ogni tanto comparivano in occasione di quelle proiezioni sul futuro dei propri figli che spesso i genitori fanno.

Le modifiche fisiologiche della pubertà che procurano ai ragazzi/e nuove spinte istintuali (sessuali, aggressive) e che all’inizio creano incertezze in loro circa la direzione che prenderanno i loro impulsi sessuali, suscitano particolari ansie e preoccupazioni nei genitori. Spesso si chiedono: «Chissà come sarà la “loro” sessualità?!», quasi a intendere tacitamente che potrebbe essere altra cosa dalla propria, quando erano adolescenti. In realtà non c’è nulla che ci induca a ritenere che lo sviluppo sessuale di un ragazzo/a con disabilità visiva sia diverso da quello dei suoi coetanei vedenti. Le differenze sono solo individuali. Però di frequente, in messaggi che sovente rimangono tra il detto e il non detto, i genitori lasciano trapelare i loro reali timori piú intimi. Timori che il loro figlio maschio, in quanto cieco, possa essere impotente o che la figlia femmina non possa avere alcuna capacità attrattiva.

Se è vero che attraverso uno sguardo reciproco passa una carica di eccitazione in presenza di forze seduttive (il buon Freud considerava l’occhio e lo sguardo potenziali zone erogene) e se è altrettanto vero che la vista di un corpo sensuale può essere eccitante, analogamente all’esporre il proprio corpo alla vista altrui, occorre ricordare che l’eccitabilità non si gioca tutta attraverso la vista. Anche tra i vedenti c’è chi privilegia di più il vedere e chi meno. Nei numerosi colloqui che nel corso degli anni ho avuto con ragazzi e ragazze non vedenti è emerso chiaramente come la voce e la parola rappresentino il veicolo privilegiato di iniziali cariche attrattive e, in misura minore, gli aspetti olfattivi (i profumi servono anche a risaltare la nostra sensualità). Ovviamente il contatto corporeo rappresenta un passaggio successivo. Non dico certo nulla di nuovo se affermo che il tono e la melodia di una voce possono essere molto seduttivi, cosí come anche le parole. E poi, cosa più importante, attraverso le parole ed i contenuti verbali (ma anche i silenzi) noi apprendiamo molto dell’altro/a e potremmo anche innamorarcene.

A volte l’idea segreta dei genitori è un’altra: essi possono avere l’intima convinzione che, mancando la vista, sia assente ogni controllo dell’istintualità.

Naturalmente questi sono tutti pre-concetti, sottesi da fantasie inconsce che si tramandano di generazione in generazione. Però dobbiamo gradualmente liberarcene e lasciare prevalere il nostro pensiero razionale, che ci aiuta a renderci conto che la questione dell’amore sottostà alle stesse leggi psichiche e biologice sia per i vedenti che per i disabili visivi.

Se un giovane minorato della vista ha dei problemi circa il suo sviluppo sessuale, questi per lo più dipendono dall’intera storia del suo percorso evolutivo e da possibili interferenze che hanno creato ostacoli o distorsioni. Se tali problemi hanno un qualche legame con la disabilità visiva, questo legame non è diretto, ma dipende dal significato che stato immesso sulla cecità.

Negli adolescenti con minorazione visiva il processo di distacco dalle rappresentazioni infantili delle figure genitoriali è generalmente più prolungato e fonte di maggiore ansia (è ovvio che “generalmente” non vuol dire sempre e comunque). Questa difficoltà è solo in parte attribuibile alle limitazioni specifiche della disabilità visiva, cioè la minor capacità di controllare e padroneggiare il mondo esterno, anche fisico, che a questa età si fa più esteso e con meno riferimenti sicuri e che spiega la necessità di mantenere un po’ più a lungo la dipendenza, ma soprattutto di trovare strategie adatte affinché il ragazzo/a si prepari ad affrontare la ‘”nuova vita” in modo più autonomo.

La difficoltà a separarsi, all’autonomia che spesso si osserva è il più delle volte dovuta a inibizioni, timori, incertezze che il ragazzo/a si porta con sé da tempo, magari dai primi anni di vita, quando i primi distacchi, i primi allontanamenti, le prime spinte all’esplorazione erano troppo timide, piene di paure e magari non trovavano un ambiente sufficientemente facilitante.

Durante il periodo adolescenziale dei propri figli disabili della vista, spesso i genitori fanno sentire i loro dubbi, i loro timori. In genere desiderano la crescita, l’autonomia dei figli, ma hanno anche paura. Temono le insidie del mondo esterno, la violenza (droga, aggressività, abusi sessuali, depravazioni morali ad opera di conoscenze infide, ecc.), che esistono, fanno parte della nostra realtà. Pensano che i loro figli, in quanto minorati della vista possano essere più vulnerabili, più esposti a tali insidie.

Il percorso interiore verso la separazione presuppone l’abbandono graduale dei vecchi punti di riferimento, così rassicuranti in passato, e l’investimento dei propri interessi su figure esterne (personaggi idealizzati, adulti di ambienti extrafamiliari, amicizie, gruppi, innamoramenti) e ciò spiega come i sentimenti predominanti di un adolescente, in piena fase adolescenziale, siano rappresentati sia da tristezza, noia, solitudine da un lato (in relazione alla perdita, l’addio all’infanzia e all’immagine dei genitori che essi avevano quando erano bambini, l’abbandono dei vecchi valori), sia da infatuazioni, innamoramenti, desiderio di libertà dall’altro, in rapporto alla ricerca di nuove relazioni, alle prime esperienze d’indipendenza.

Molti adolescenti con disabilità visiva hanno evidenti difficoltà a trovare nuovi legami, a causa di una maggiore problematicità ad inserirsi, ad esempio, in gruppi spontanei di coetanei (specie vedenti). Questo si verifica vuoi per l’assetto personale del ragazzo/a, vuoi per la non sempre disponibilità di gruppi di vedenti ad accogliere al loro interno un ragazzo/a con minorazione visiva (a volte proprio per i limiti d’indipendenza di quest’ultimo), vuoi per i timori genitoriali circa le esperienze extrafamiliari del loro figlio/a.

Un ragazzo/a con minorazione visiva, come già accennato, ha maggiore difficoltà a sostenere ed elaborare la perdita dalle immagini genitoriali infantili per via della dipendenza che per certi aspetti (ad esempio l’accompagnamento) si perpetua e di cui ha bisogno. Molti di loro vivono le limitazioni connesse al deficit visivo come fortemente inibenti. La spinta verso l’autonomia può ridursi o arrestarsi per il timore del confronto con gli altri (vedenti). L’indipendenza può essere percepita un pericolo e ciò può indurli a permanere a lungo, troppo a lungo in una dipendenza infantile. I genitori debbono stare molto attenti ad evitare di allearsi troppo con i bisogni di dipendenza dei loro figli, anche se ciò può rassicurarli del fatto che in questo modo essi non corrono alcun pericolo. Sarà necessario, invece, incoraggiarli, dar loro fiducia, far capire che ci si fida delle loro capacità ad affrontare il mondo esterno, aiutarli a comprendere che ciò che è extrafamiliare non è poi così pericoloso e che ciò sono anche aspetti piacevoli di cui si può godere. È bene che il genitore sappia che anche nei figli più timorosi alloggia sempre il desiderio di essere autonomi, anche se nascosto.

Non sto negando che nel mondo esista il pericolo, l’insidia sessuale, la violenza, la droga, ecc. Certo che esistono queste cose ed è giusto proteggere i nostri figli. Ma iperproteggerli è un’altra cosa, ciò limita la crescita e, a dispetto della tranquillità iniziale, se caso mai dovessero poi trovarsi all’improvviso senza adeguata protezione a dover gestire un qualunque imprevisto, anche banale, che la vita riserva, allora sì che potrebbero trovarsi in grande difficoltà.

Oltretutto è bene considerare che se è legittimo pensare che l’assenza o la forte riduzione della vista priva “in parte” il ragazzo/a delle possibilità di controllo anticipatorio e quindi dell’opportunità di difendersi – questa è la preoccupazione di quasi tutti i genitori – questo è vero, sì, ma sottolineo “in parte”. Infatti un ragazzo/a “gradualmente” abituato a relazionarsi in tempo con un ambiente fisico e sociale sempre più vasto, acquista degli strumenti che lo aiutano a fare delle previsioni su ciò che lo circonda. Mi si obietterà che non è la stessa cosa che vedere. Ciò è innegabile. Ma da certi pericoli ci si difende più con le armi della maturità psichica che ci aiuta a tenerci alla larga da insidie e a scegliere compagnie affidabili e per questo non è imprescindibile vedere, anche perché l'”Uomo nero” (in senso metaforico) non è sempre riconoscibile per le apparenze visive, giacché spesso si aggira sotto le piú svariate spoglie.

D’altra parte ho conosciuto situazioni piuttosto complesse e difficili da risolvere: ragazzi/e non vedenti, anche con età cronologicamente avanzata, che mostravano ostinata persistenza in una situazione di dipendenza infantile e che esprimevano la loro conflittualità verso i genitori se questi non soddisfacevano i loro bisogni di dipendenza come facevano in passato. In questi casi i genitori si sforzavano di sospingere i figli verso esperienze sociali e di autonomia, ma senza alcun risultato, incontrando invece la loro ostilità nel difendere il loro bisogno-diritto di dipendere. Spesso questi ragazzi nutrono rancore verso la loro condizione, senza averne piena consapevolezza. Questi casi necessitano di un aiuto specifico.

Ovviamente non tutti i ragazzi/e con minorazione visiva presentano problemi così accentuati, tuttavia le difficoltà cui ora ho accennato non sono affatto rare.

Altri adolescenti, invece, mostrano avere un atteggiamento molto diverso, affermano con vigore la legittimazione della loro autonomia e si rivelano intolleranti a forme di dipendenza che l’ambiente (famiglia in primo luogo) propone loro.

Verso il mondo degli adulti possono assumere atteggiamento di sfida, che però ha un valore peculiare, quello legato alla necessità primaria di ricerca di un’identità personale, indipendente e separata da quella dei genitori. Attraverso l’opposizione essi cercano di elaborare il proprio distacco dalle figure genitoriali. Per “distacco” non si intende di necessità un allontanamento fisico o un troncare di netto i rapporti con la propria famiglia (anche se a volte ciò si verifica), bensì una trasformazione della qualità di entrare in relazione con i genitori, nel senso che essi non possono piú essere percepiti dal figlio/a come i genitori di un tempo, quando lui/lei era bambino e da loro dipendeva. Ora questi ragazzi debbono contestare le regole e i modi di pensare in famiglia. Anche questo è adolescenza.

I genitori, in questo caso, si trovano a vivere due tipi di sentimenti contrastanti, piú o meno in equilibrio fra loro, o con evidente prevalenza dell’uno sull’altro: l’orgoglio per un figlio che cresce, che ha il vigore di contestare e che aspira all’autonomia; il dolore per la perdita di un bambino, il loro bambino che ora non c’è piú.

Diventa in ogni caso particolarmente importante un approccio educativo volto a favorire l’esperienza sociale, anche perché il senso di appartenenza ad un gruppo ha un particolare significato per un adolescente, in rapporto alla ricerca e alla definizione della propria identità, in un periodo della vita caratterizzato da continue trasformazioni.

Un soggetto con disabilità visiva in età evolutiva può manifestare una tendenza a “ripiegarsi su di sé” di fronte a situazioni frustranti, o che comunque generano ansia, in assenza di un sufficiente supporto ambientale. Ciò può verificarsi in vari periodi dello sviluppo, ma in particolare nei primi anni di vita. Tuttavia anche in adolescenza non è affatto raro osservare ragazzi/e minorati della vista che spesso ricorrono ai cosiddetti ciechismi (dondolii, movimenti ripetuti del capo, ecc.), che hanno vario significato, ma che spesso sono una risposta ad una situazione di tensione che trova sollievo attraverso il ripiegamento sulla corporeità.

Il ripiegamento su di sé (nei suoi aspetti corporei e psichici) rappresenta un atteggiamento frequente in risposta alla solitudine.

Occorre però distinguere un ritiro in sé come segnale di fuga dal mondo esterno, sociale, dal graduale costituirsi, invece, di uno ‘spazio psichico privato’, intimo.

Questo è l’espressione di un fisiologico lavorio interiore connesso alla ricerca e alla strutturazione di una propria identità. È anche indice di un bisogno di distacco dalle figure genitoriali. È in ogni caso preparatorio ad una nuova capacità di entrare in relazione. L’identità di un adolescente è molto precaria, perché è in formazione. I ragazzi/e non sanno bene cosa sono, nè cosa diverranno. Aspettano. E poichè ogni cosa di sé è in sospeso, si sentono inconsistenti.

Il costituirsi di un’area privata, segreta, è subito avvertito dai genitori, che entrano in allarme. Si accorgono che perdono il controllo del loro figlio, non sanno cosa gli frulla nella mente. I silenzi sono avvertiti con grande angoscia, perché subito si fa strada nella loro mente l’idea terribile di una infelicità legata alla minorazione, l’idea che il figlio sia depresso o che si stia isolando, magari per sempre. La reale o presunta sofferenza del figlio risveglia il dolore genitoriale, in verità mai sopito, che spesso necessita di essere sconfermato dalla vitalità del figlio e se questi non si mostra attivo e vitale è fonte di sconforto. In realtà la scarsa voglia di comunicare in famiglia che può comparire in questo periodo e i relativi silenzi, non debbono essere necessariamente letti in chiave di patologia, in quanto possono essere espressione di crescita. E poi una quota depressiva transitoria è presente in ogni adolescente, vedente o non vedente; non si realizza il distacco senza un minimo di tristezza. Moltissimi adolescenti mi hanno espresso la loro nostalgia di quando erano fanciulli.

Nella formazione della “immagine di sé”, per ogni adolescente è molto importante il confronto con i coetanei. Soprattutto emerge la preoccupazione per la propria maturità sessuale (caratteri maschili e femminili). I cambiamenti corporei rivestono grande importanza nella percezione di sé e la presenza di una minorazione gioca un ruolo importante nel confronto con gli altri e obbliga a riflettere su ciò che si può e non si può fare. È questo un quesito universale per gli adolescenti, ma assume particolare rilevanza in presenza di un deficit visivo. Vengono saggiate le proprie potenzialità (intellettive, fisiche) e si fanno i conti con i propri limiti, conti che a volte sono dolorosi. Fare i conti con la propria minorazione è un’operazione necessaria. Questa operazione comporta dolore, è inevitabile, non ci sarebbe crescita altrimenti. È bene che i genitori lo sappiano e sappiano anche che il dolore del figlio non è necessariamente catastrofico, perché spesso è un dolore contenibile. I genitori non debbono lasciarsi scoraggiare se il figlio fa qualche accenno alla sua disabilità e magari si percepisce in lui un certo sconforto o rabbia. Perché questo non dovrebbe accadere? È naturale che accada. So che il legame tra figli e genitori è talmente profondo che il dolore dei figli è anche dolore dei genitori, però posso dire che per un figlio può essere corroborante sentire che i suoi genitori “tengono”. A volte un figlio non può permettersi di parlare della sua minorazione o degli affetti relativi, non solo perché è un fatto personale, e lo è senza dubbio, ma anche perché intuisce chiaramente che i suoi genitori cadrebbero in angoscia e questo è troppo da sostenere.

In adolescenza la stima di sé è piuttosto precaria e frequentemente si osserva una continua oscillazione tra vissuti euforici, di sovrastima e vissuti di sconforto, depressivi, di sottostima.

Autovalutazioni poco realistiche sono di frequente osservazione tra i ragazzi/e con disabilità visiva. Un eccesso di sottostima di sé (a volte con autocompianto) comporta il rischio di rinunciare a molte possibilità; viceversa ci sono ragazzi/e che non tengono in debito conto le limitazioni che la minorazione visiva comporta, sotto la spinta del forte desiderio di essere in tutto e per tutto come i vedenti.

In molti casi manca, o è carente, la “fiducia” in sé, che a volte può accompagnare l’individuo tutta la vita, compromettendo gran parte delle sue scelte.

In rapporto all’ingresso nel mondo più esteso extrafamiliare il ragazzo/a deve a fare i conti con la sua minorazione, ogni volta che si trova in una situazione non sperimentata prima e che richiede nuovi adattamenti.

La presenza di una positiva percezione di sé e di sufficiente autostima facilita l’integrazione del ragazzo/a (almeno per quello che sarà il suo contributo) in un gruppo sociale. In caso contrario potrà prevalere la convinzione, o il sospetto, che siano gli altri (i vedenti) a non accettare la minorazione e il soggetto disabile, e allora sarà difficile potersi integrare nel gruppo (per quanto riguarda il contributo del soggetto naturalmente). Ovviamente anche gli altri, cioè i coetanei vedenti, potranno avere facilità o difficoltà ad accogliere nel gruppo il compagno cieco.

Questo è un aspetto su cui riflettere, perché una delle maggiori preoccupazioni di un genitore è che il propiro figlio/a entrando in spazi sociali allargati, meno protetti, quali sono gli spazi adolescenziali, possa subire il rifiuto degli altri (i vedenti), possa non essere in grado di sostenerne il confronto. In realtà occorre sempre distinguere se questa sia una effettiva difficoltà che appartiene al ragazzo (in questo caso va sostenuto, incoraggiato) o sia una preoccupazione squisitamente genitoriale. Allora i genitori andrebbero aiutati ad osservare con occhi diversi il loro figlio, mostrare loro che quel figlio non è poi così vulnerabile come essi temono, che un eventuale rifiuto, ammesso che ci sia, può essere da lui sostenuto con una quota di dispiacere perfettamente sopportabile. Ma in fondo poi la vita che cos’è? Senz’altro contempla a volte anche il rifiuto. Non dobbiamo dare per scontato che un ragazzo in quanto disabile visivo debba perciò stesso essere rifiutato. Se ciò poi si verifica non deve essere motivo di rinuncia ad affrontare la vita. Ci sarà sempre un altro ambiente, un altro gruppo migliore.

Circa la paura del confronto, se questa inibisce il ragazzo e lo porta ad evitare le relazioni, occorre aiutarlo a trovare la fiducia in sé che non ha e ad elaborare i vissuti circa la propria disabilità. Se invece è soprattutto un timore dei genitori, è necessario lavorare con loro per capire insieme quanta fiducia essi ripongono sul loro figlio/a e magari far notare loro che lui/lei è perfettamente in grado di trovare un equilibrio dentro di sé nel computo delle vittorie e delle sconfitte, dei limiti e delle virtù.

Ma c’è anche un altro motivo che provoca inquietudine nei genitori, a volte inconfessata anche tra loro stessi, il timore che il proprio figlio s’imbatta con la pietà degli altri. Una grave ferita questa, che suscita rabbia e angoscia. Un figlio che si sposta da solo, o comunque senza la protezione genitoriale, si trova ad essere più esposto direttamente a questa spiacevole evenienza. Questo è, o meglio soprattutto era, il motivo per cui ai figli ciechi era impedito, o molto ridotto, il contatto con l’esterno. Un tentativo di evitare di mostrare il marchio di “cieco”, un marchio infamante. Per quel che mi risulta ci sono state grandi modifiche negli ultimi decenni – e vuoi per l’inserimento di tutti i bambini nella scuola dell’obbligo, vuoi per una accresciuta sensibilità i bambini con disabilità visiva sono sempre più inseriti nel contesto sociale. Questo non vuol dire però che le paure e le angosce al riguardo siano sparite. Proprio recentemente la madre di un bambino non vedente, tra le lacrime, mi ha espresso la sua preoccupazione relativa al fatto che il figlio, di lì a qualche anno, avrebbe potuto spostarsi da solo. Ciò l’avrebbe esposto alla gente e tutti avrebbero potuto rendersi conto della sua cecità (il modo di camminare, il bastone bianco), avrebbe suscitato pietà. Giorni prima le era accaduto, passeggiando con il figlio, di incontrare una vecchina del paese, la quale, mossa a compassione per la cecità del bambino, le aveva promesso che avrebbe tanto pregato affinché il buon Dio permettesse a un raggio di luce di illuminare gli occhi di quel poveretto. Ciò, comprensibilmente, aveva suscitato nella madre una forte carica di rabbia e di dolore, stava quasi per rispondere male a quella donna e aveva subito trascinato con sé il figlio, allontanandosi prontamente. Più tardi il figlio le avrebbe consigliato l’opportunità di girare alla larga se avessero incontrato di nuovo quella vecchia per evitare storie. In questo racconto peraltro emergeva come il bambino, non ancora adolescente, avesse assunto un atteggiamento più sereno rispetto alla madre e avesse tentato di tranquillizzarla.

Con il trascorrere del tempo, gradualmente il processo adolescenziale giunge al termine. Ciò si verifica se il decorso evolutivo è stato regolare e non ci sono stati ostacoli alla crescita. In questo caso il giovane risulterà sempre più in grado di gestire in modo sufficientemente armonico la propria istintualità, gli ideali, le istanze morali e il rapporto con il mondo esterno, sociale sarà più realistico e adattativo. Saranno più stabili l’identità sessuale e la consapevolezza di sé. L’autostima sarà più realistica; avendo trovato un soddisfacente adattamento interiore rispetto al suo problema visivo, nel senso che rimane sempre e comunque un problema, ma il dispiacere che procura è gestibile e non inibisce l’individuo nel suo percorso di vita.

Tuttavia in molte circostanze può esserci una certa riluttanza ad ultimare il corso della propria adolescenza, soprattutto a causa della difficoltà a risolvere il problema della dipendenza-indipendenza per la paura (che spesso coinvolge anche i genitori) di affrontare la vita. In alcuni casi viene semplicemente rimandata l’applicazione di certi propositi, in altri, invece, manca una progettualità, a testimoniare una individualizzazione di sé non ancora raggiunta. Ciò comporta un prolungarsi indefinito dell’adolescenza.

La qualità dell’immagine di sé di un giovane con minorazione visiva è molto importante in relazione alle prospettive lavorative. Ovviamente questa è una considerazione che vale per ognuno di noi. Una percezione di sé realistica e soddisfacente faciliterà prospettive lavorative più attinenti alle esigenze e risorse personali. Purtroppo fra i giovani con disabilità visiva non sempre si realizza una valutazione di sé adeguata alle reali caratteristiche. Allora è osservazione frequente il ripiegare verso lavori nettamente al di sotto delle possibilità del giovane, o al di fuori dei suoi interessi, solo perché è più sicuro. Questo accade in quanto un lavoro sicuro e poco impegnativo (rispetto alle possibilità del soggetto) è meno rischioso, nel senso che richiede un minore sforzo adattativo e prolunga la condizione protettiva. Un lavoro più consono alle esigenze personali, ma più rischioso in termini di adattamento, può suscitare timori nel giovane e/o nella sua famiglia a causa delle maggiori incertezze conseguenti ad una scarsa fiducia sulle capacità di realizzazzione autonoma.

Può anche accadere il contrario, anche se questa seconda eventualità è meno frequente. Cioè a causa della persistenza di un diniego dei propri limiti, che può riguardare sia il giovane che la sua famiglia, ci si ostina a perseguire prospettive di studio o di lavoro assolutamente inopportune.

Capisco che non è sempre facile avere una sufficiente serenità da poter valutare realisticamente le proprie potenzialità (da parte di un giovane) o quelle del proprio figlio (da parte di un genitore), perché s’inserisce sempre un particolare coinvolgimento emotivo, accentuato dalla presenza della minorazione. Tuttavia è questa la strada da seguire e se si ha l’impressione di non farcela, occorre assumere il coraggio di farsi aiutare.

Sono perfettamente consapevole di non essere stato esaustivo, perché innumerevoli sono le situazioni di vita, gli episodi, le domande e i dubbi. Spero tuttavia che le cose esposte possano in qualche modo essere fruibili.

La firma digitale in un progetto per l’autonomia del disabile visivo

di Giorgio Rognetta

Il disabile visivo non può svolgere un’autonoma attività di documentazione giuridica: la sottoscrizione dei contratti, delle istanze rivolte alla pubblica amministrazione, dei documenti in generale, nonché il controllo della sottoscrizione autografa di terzi costituiscono insuperabili ostacoli: in tale importantissimo settore dei rapporti giuridici la disabilità visiva impedisce, in sostanza, un’autonoma formazione delle attività di documentazione.

E’ vero che la legge n. 18/1975 riconosce la validità della firma apposta dal cieco senza alcuna assistenza; ma è altrettanto vero che se il cieco appone la sua pur valida sottoscrizione a un documento cartaceo che, tuttavia, non può personalmente controllare, la sua autonomia nel processo di documentazione è, di fatto, insoddisfacente.

La firma digitale può essere un decisivo ausilio per il superamento di questi problemi che finiscono, inevitabilmente, con il creare seri ostacoli ad una effettiva integrazione sociale del cieco in un ambito così delicato quale quello della documentazione degli atti giuridicamente rilevanti.

Per comprendere questo potenziale ruolo della firma digitale, occorre precisare che essa, secondo le tecniche riconosciute nell’ordinamento giuridico italiano, consiste in una procedura informatico-crittografica basata su un sistema di chiavi a coppia, che ciascun utente può utilizzare per apporre la propria firma digitale su un documento informatico e per verificare la firma apposta da altri.

Essa consente di realizzare le stesse funzioni proprie della sottoscrizione autografa e, quindi, permette l’attribuzione della paternità del documento, nonché l’identificazione del suo autore.

Grazie alle recenti conquiste legislative, la firma digitale apposta sul documento informatico equivale giuridicamente alla sottoscrizione autografa apposta sul documento cartaceo: ciò comporta una formidabile risorsa per il non vedente, la cui sottoscrizione può finalmente godere non solo di un’astratta dignità giuridica, ma anche di una concreta autonomia.

Con adeguate risorse hardware e software il disabile visivo può formare un testo e sottoscriverlo senza la mediazione di terzi, così come può leggere il testo formato da altri, verificandone la firma digitale, con piena consapevolezza. In tal modo si consente il superamento di ogni impedimento materiale alla sottoscrizione, consacrando l’effettiva dignità della sottoscrizione del non vedente.

L’Unione Italiana Ciechi, per il tramite del suo Istituto di ricerca (IRIFOR), ha costituito una commissione per attuare un progetto di diffusione della firma digitale tra i non vedenti, valutando in primo luogo i problemi di accessibilità dei prodotti di firma digitale.

Ciascuno dei componenti la commissione è stato dotato del kit di firma di un certificatore accreditato che, secondo la normativa italiana, deve attestare l’appartenenza delle chiavi di sottoscrizione ad un determinato titolare. Il kit comprende una smart card, un lettore e un certificato di sottoscrizione mentre il software di firma è stato prelevato dal sito del certificatore, con l’obiettivo di valutare i problemi di accessibilità sia del suddetto sito, sia del software di firma e verifica.

Occorre rilevare che, secondo la legge 9.1.2004, n. 4, il diritto di fruire di informazioni e servizi accessibili è esteso agli strumenti informatici e telematici che ne consentono l’erogazione; non solo i siti Internet, dunque, ma anche i programmi per elaboratore elettronico, in tal caso destinati a fornire servizi così importanti quali quelli di documentazione delle attività giuridicamente rilevanti, devono rispondere ai principi di tutela previsti dalla legge (che, peraltro, richiede una serie di norme secondarie per la sua attuazione).

I prodotti di firma digitale non possono non essere accessibili: ciò perché sono già previsti degli obblighi di sottoscrizione con firma digitale (si pensi ad es. alla trasmissione dei documenti al registro delle imprese) e, quindi, tali adempimenti devono poter essere soddisfatti anche dai non vedenti; ma anche a prescindere dalla soddisfazione di obblighi di legge mediante l’utilizzo della firma digitale, i non vedenti sono comunque titolari di un diritto di accesso ai servizi di firma digitale, che deve essere loro garantito in base ai principi della legge n. 4/2004.

Risulta evidente l’importanza della consapevolezza delle procedure svolte e, soprattutto, delle loro conseguenze in termini giuridici. Per un non vedente, come del resto per un sottoscrittore vedente, non è sufficiente avere dimestichezza con il software: ciò che conta, ai fini di una corretta procedura di firma digitale, è che il sottoscrittore, nell’accostarsi ad una procedura informatica equivalente, per le responsabilità connesse, alla sottoscrizione autografa, acquisisca una piena consapevolezza sia del testo sottoscritto da lui, sia del testo sottoscritto da altri, sia delle informazioni contenute nei certificati di sottoscrizione, con la capacità di valutarne la validità. E’ indispensabile che nel non vedente maturi tale consapevolezza, poiché è ciò che vale a costituire il fondamento di una cosciente paternità dei documenti sottoscritti con la firma digitale, nonché di un’autonoma capacità di concludere negozi giuridici verificando le firme digitali apposte da altri. Solo così il non vedente potrà ritenersi veramente dotato del massimo grado di autonomia documentale, pari a quello che può raggiungere un vedente, senza dover più ricorrere a persone di fiducia per controllare i documenti sottoscritti.

Le prime valutazioni sono state effettuate da utenti ipovedenti e non vedenti relativamente all’accessibilità dei servizi offerti dal certificatore accreditato Infocamere (sito: www.card.infocamere.it) utilizzando come software di firma e di verifica il prodotto Dike v. 3.0.8. Le prove fanno riferimento a casi di verifica di documenti firmati, di pluralità di sottoscrittori, di verifica di documenti marcati temporalmente.

In base a questi primi esami è possibile affermare che, nonostante alcuni problemi di accessibilità, un disabile visivo (non vedente e ipovedente) esperto di tecnologie informatiche è già in grado di apporre la firma digitale ai documenti, di marcare temporalmente un documento, di verificare le firme digitali altrui anche in caso di pluralità di sottoscrizioni, di verificare le marche temporali, “leggendo” tutti i dati che i certificati di sottoscrizione contengono.

Dalle prove condotte emerge inoltre che tutte le operazioni sono state effettuate con quel consenso responsabile che è alla base delle forme legali della nostra tradizione giuridica documentale:il disabile visivo, se adeguatamente addestrato, può utilizzare con autonomia e consapevolezza i c.d. sistemi divalidazione – cioè i sistemi informatici e crittografici mirati a generare ed apporre la firma digitale – e a verificarne la validità, senza che le esigenze di rispetto formale e di consapevole paternità dei documenti sottoscritti o verificati siano scalfite. Questo risultato sembra di significativo interesse, ove si voglia intraprendere la via delle tecnologie digitali di sottoscrizione per consentire al non vedente, finalmente, una completa autonomia nel processo di documentazione delle attività giuridicamente rilevanti.

D’altro canto, bisogna rilevare che l’ esito positivo delle procedure di firma e verifica sembra, almeno in parte, condizionato dall’esperienza degli utenti che hanno effettuato le prove: i problemi di accessibilità riscontrati fanno ragionevolmente supporre che l’utente-medio, privo di adeguate competenze informatiche, dovrà superare maggiori difficoltà.

Ciò non deve scoraggiare: il cammino per la diffusione della firma digitale è lungo anche per gli utenti vedenti, per i quali tuttora si riscontrano problemi di assimilazione della reale portata del nuovo strumento di sottoscrizione. Ma, mentre per il vedente il mancato uso della firma digitale non comporta certo l’impossibilità di formazione autonoma dei documenti cartacei, per il non vedente, invece, in mancanza della firma digitaleapposta sui documenti informatici, l’unica alternativa è affidarsi a terzi di provata fiducia che controllino i documenti cartacei e le sottoscrizioni autografe: la firma digitale si conferma dunque uno strumento utile per i vedenti e indispensabile per i non vedenti.

Per la diffusione della firma digitale tra i disabili visivi, quindi, occorrerà in primo luogo eliminare ogni problema di accessibilità per non compromettere le enormi potenzialità della sottoscrizione digitale. A tal finesarebbe quanto meno opportuno che, nell’ambito della normativa secondaria derivante dalla Legge Stanca, si determinassero degli espressi riferimenti per una corretta fornitura dei servizi di firma digitale, secondo regole di accessibilità che favoriscano la più ampia diffusione di tali servizi.

In secondo luogo, occorrerà una paziente e intensa opera di addestramento al corretto uso della nuova tecnologia, in modo da diffondere la cultura della firma digitale quale moderna conquista di autonomia e integrazione sociale dei disabili visivi.

Film emozionante sulla disabilità visiva

Rosso come il cielo, un film di Cristiano Bortone

Il film racconta una storia vera ed è tratto dai racconti di colui che nella vita è stato il protagonista di questa particolare fiaba, Mirco Mencacci, oggi uno dei più importanti montatori cinematografici del suono.

Siamo nel 1971 a Genova e Mirco è un bambino di 10 anni. Ama il cinema più di ogni cosa, soprattutto l’western, ma, giocando con un fucile del padre, un incidente gli toglie il mezzo per godere di ciò che più gli piace, la vista.

In quegli anni chi era cieco non poteva proseguire gli studi in una scuola pubblica, ma doveva rifugiarsi in quegli speciali ghetti che erano gli istituti per ciechi, il ragazzo entra così nell’istituto per ciechi “David Chiassone” di Genova.

Dopo un periodo di smarrimento e di demoralizzazione, Mirco trova un vecchio registratore e si accorge di poter raccontare delle storie con i suoni e i rumori, tagliando e riattaccando il nastro.

Quando questa sua nuova passione viene scoperta dall’Istituto, i dirigenti cercano in ogni modo di ostacolarla dicendo che non è possibile illudere questi bambini, dare loro delle speranze, perché la vita li ha definitivamente esclusi.

Mirco però non si arrende e in segreto prosegue questa sua attività di “taglia e incolla”, ma fa di più: coinvolge, con la complicità di una coetanea, figlia del custode dell’Istituto, un po’ alla volta anche altri bambini e permette loro di capire di avere, come tutti, dei sogni e delle aspirazioni.

Viene espulso ma in sua difesa nasce una vera e propria mobilitazione (in quegli anni era possibile tale fattiva solidarietà) e così il ragazzo viene non solo riammesso, ma potrà mettere in scena una fiaba sonora presentata ai genitori che assisteranno bendati alla rappresentazione.

“Tutti abbiamo delle difficoltà: il trucco sta nell’accettare la propria e l’altrui diversità”

ROMA – Cristiano Bortone è l’autore del film “Rosso come il cielo”, che narra la storia di Mirko Mencacci, noto tecnico del suono non vedente: un viaggio tra cinema, cultura, stroia italiana e disabilità.

Bortone, cosa motiva il suo lavoro di cineasta, cosa la muove?

Mi piace molto raccontare delle storie. Prima di fare cinema ero un artista visuale, e la cosa che mi ha affascinato di più è che all’interno di un film puoi riunire in qualche modo vari linguaggi. Arti non fini a sé stesse ma messe al servizio di un racconto e, soprattutto, di una tematica. Nell’epoca in cui viviamo abbiamo bisogno di film che affrontino argomenti che hanno a che fare con la vita reale. Questo è ciò che più conta per me, ma l’ho capito nel corso degli anni.

Nel suo lavoro esiste un filo comune?

Se vediamo i film che ho realizzato sino ad oggi, in qualche modo hanno tutti trattato temi controversi, problematiche di importanza sociale. Spaccati di mondo poco conosciuti che hanno delle difficoltà e meritano di essere portati all’attenzione dell’opinione pubblica.

Il tema dell’aids, l’antiproibizionismo e le droghe leggere, il tema dell’emigrazione. In generale parlo del diritto di ognuno di noi ad essere accettati nella nostra diversità, e del diritto di esprimere tutte le nostre potenzialità.

Ha raccontato per immagini la storia di un non vedente. Si ritiene soddisfatto del risultato?

Abbiamo affrontato una serie di sfide: insegnare a bambini vedenti come comportarsi e muoversi da non vedenti in maniera credibile; insegnare a bambini non vedenti a recitare in un set fatto a misura di persone vedenti; dal punto di vista tecnico dovevamo portare sullo schermo immagini, e soprattutto suoni, che trasmettessero la voglia di creatività dei protagonisti. Abbiamo giocato con la spazialità, sperimentato tecniche nuove, e chi vedrà il film -se presterà attenzione- potrà cogliere come i suoni si muovano a 360gradi. E’ stata una lavorazione faticosa, che mi lascia però molto contento.

Come si lavora con un cast che conta 40 bambini, tra vedenti e non vedenti?

Nonostante la presenza di una sola bambina, esperienze e provenienze diverse, siamo comunque stati capaci di creare un gruppo armonico di personalità. Nel corso delle 9 settimane delle riprese molti hanno dovuto imparare, indossare lenti speciali, inventare una mimica credibile, e tutti hanno lavorato con serietà e responsabilità. Ma la grande soddisfazione è stata vedere due realtà -due gruppi che nella vita quotidiana sono distanti- amalgamarsi e diventare amici. I bambini vedenti hanno capito che i professori erano i non vedenti mentre questi ultimi per la prima volta si sono sentiti protagonisti, sicuri, entusiasti. Una esperienza eccezionale.

Film Evento UNICEF perché promotore di valori di integrazione e tolleranza della diversità. Esiste in questo senso anche un esempio dal set?

Simone Gullì, il bambino di Torino che nel film interpreta il miglior amico di Mirco, nella realtà -come nel film- sin dall’infanzia andava in giro a registrare dei suoni. Scopertolo gli altri bambini si sono entusiasmati e con la diaria che percepivano hanno acquistato dei registratorini, dando vita a quella che hanno chiamato “la battaglia dei suoni”. Vincevano sempre i non vedenti! Un esempio incredibile di integrazione e di possibilità di incontro tra realtà che possono apparentemente sembrare inconciliabili.

Difficoltà?

Per ricreare il collegio di quegli anni abbiamo girato negli spazi abbandonati dell’Albergo dei poveri a Genova. Bellissimo ma immenso e pieno di angoli che potevano essere pericolosi. Avere a che fare con 40 ragazzini che corrono di qua e di la, di cui alcuni non vedenti, che essendosi esaltati vogliono comportarsi come gli altri, è stata una cosa che ha richiesto particolare attenzione. In una scena il protagonista decide di fuggire in bicicletta guidando e facendosi dare dalla sua amica le direzioni. C’è quella dove un bambino si rifugia in cima ad un albero salendo sulla scala del giardiniere. Per la sicurezza che ci deve essere sempre sul set (ed in tutti i luoghi di lavoro) abbiamo creato degli appositi dispositivi di protezione.

Come avviene che il materiale girato “dietro le quinte” diventi un documentario?

Ero convinto che bisognasse dare ad alcuni bambini realmente non vedenti, nonostante cercassero di scoraggiarmi, l’opportunità di recitare. Siamo entrati in un mondo che non conoscevamo e la ricerca dei protagonisti in tutta Italia ci ha appassionati talmente che ho deciso di produrre un film parallelo. “Altri Occhi” è un documentario, che nella nostra idea desidera raccontare la stessa storia dal punto di vista della vita reale: la voglia di un bambino non vedente di 10 anni di integrarsi, di essere uguale agli altri, di scoprire soprattutto il suo talento e le sue potenzialità.

Dopo questa esperienza cos’è oggi per lei la disabilità?

Avere un senso in meno sicuramente è un handicap però non rende impossibile -con i dovuti accorgimenti- vivere una vita altrettanto degna, altrettanto soddisfacente ed appagante quanto quella di qualcun altro Certo bisogna accettare, aiutare e sostenere la difficoltà. Un cieco è cieco nella terra dei vedenti. Nella terra dei non vedenti è semplicemente una persona con una particolarità. La morale che viene fuori da “Rosso come il cielo”, la cosa su cui si dovrebbe riflettere, è che alla fine un po’ tutti abbiamo delle difficoltà: il trucco sta nell’accettare la propria e l’altrui diversità. Vivere la vita al meglio delle nostre potenzialità. Mi piacerebbe che il film fosse visto in questa chiave: non un film sulla cecità, ma un film che promuove invece una morale positiva. (Eva Panitteri)

(25 ottobre 2006)

Fonte di riferimento:

http://www.amialaluna.it/disabilite

http://sd2.itd.cnr.it/Prot/Zoom/disabilita_visive/index.htm

http://www.chiossone.it/file/RIVISTA/Chiossone_News2008_1.pdf

http://accadeinestate.eosservice.com/component/option,com_frontpage/Itemid,109/

http://www.nicolaferrando.it/disavis.htm

http://www.italia.gov.it/servlet/ContentServer?pagename=e Italia/news3&id=1207725734235#

www.bibciechi.it/pubblicazioni/tiflologia/200504/Chiarelli.rtf

http://www.pubbliaccesso.gov.it/biblioteca/documentazione/firma_digitale.htm

http://www.centriausili.it/documenti/visive1.htm

http://www.wuz.it/Articolo/tabid/77/id/2029/Default.aspx

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Educatrice Professionale e Criminologa.
Lavora per il Ministero Della Giustizia come Funzionario giuridico pedagogico. Redattrice del portale Eduprof.it dal 2003 ad oggi ed autrice di numerosi articoli sul tema pedagogico/criminologico.