La speranza nel dialogo

D.: Avete notato molta differenza tra i ragazzi italiani della vostra età e i ragazzi israeliani e palestinesi?
R.: «Una differenza, per esempio, può essere che noi la sera possiamo uscire tranquillamente e andare per locali, mentre loro sono spaventati dal fatto che potrebbero esserci attentati. Però con il ragazzo che ho ospitato a casa mia – dice Eleonora – mi sono trovata benissimo, ascoltavamo la stessa musica e avevamo gli stessi interessi, non mi sarai mai aspettata di incontrare una persona tanto simile a me». La differenza è quindi solo dal punto di vista quotidiano, che è condizionato dalle paure della realtà in cui vivono, dalla diffidenza verso tutti, compresi i loro coetanei.

Anche per Luca c’è stata la condivisione degli stessi gusti musicali, spesso di idee: «più tardi, dopo esserci conosciuti a Roma, scrivendoci per e-mail, abbiamo capito di somigliarci più di quello che potevamo pensare». Aggiunge Marta che in linea di massima differenze non ce n’erano: «eravamo tutti ragazzi di 17, 18 anni, con una gran voglia di stare tranquilli e sereni per una settimana. Eravamo molto più simili di quanto pensavamo inizialmente. Io ospitavo un ragazzo musulmano. Il pensare che non mangiava un certo tipo di carne, e tutta una serie di problemi che la mia famiglia si era posta, si sono poi rivelati molto più semplici da affrontare di quanto si pensasse».

D.: Avevate dei pregiudizi prima di incontrarli?
R.: Interviene Silvia: «Tutti siamo concordi nel dire che non avevamo pregiudizi, sapevamo di trovare persone che non avevano una situazione facile, e c’era la coscienza di incontrare ragazzi che vivevano in una situazione di costante paura. C’era invece una grande curiosità, una gran voglia di vedere delle persone provenienti da una realtà così diversa».

«Forse più che pregiudizio – continua Luca – direi un po’ di cautela su certi argomenti. Tutta la settimana che sono stati qui abbiamo solo scherzato, non abbiamo mai affrontato argomenti seri, solo dopo, per e-mail, mi sono accorto che non c’erano grossi problemi e che si potevano affrontare anche discorsi sulla loro condizione. Alcune difficoltà sono nate soprattutto nell’affrontare discorsi di tipo religioso. Quando, insieme a loro, visitando la Cappella Sistina, i ragazzi ospiti trovavano difficile capire Dio che crea Adamo o la crocifissione di Gesù».

Prosegue Eleonora: «Forse avevamo paura di trovare degli integralisti, qualcuno che non fosse disposto a discutere la propria idea. Tra di loro poi c’erano atteggiamenti diversi, per esempio un ragazzo che non voleva fare il militare, quindi con il rischio di andare in prigione, e dall’altra parte una ragazza che non vedeva l’ora di partire per far parte dell’esercito».
D.: Che tipo di relazioni c’erano tra loro?
R.: «Inizialmente molto diffidenti, ci sono stati anche dei piccoli screzi. Incomprensioni, come è normale in un gruppo di 50 persone, ma che con il tempo si sono risolte», afferma Marta.

Racconta Eleonora: «C’è stata una giornata in cui siamo stati molto uniti, era la giornata celebrativa della shoah, dove noi ragazzi dell’Augusto abbiamo avuto la possibilità di partecipare come uditori, con l’aiuto di un traduttore. È stata un’esperienza molto bella, c’erano israeliani, palestinesi, arabi, cattolici, ebrei e ognuno esponeva la sua… C’era una domanda che ricorreva spesso: che cosa ti porteresti se la tua casa stesse andando a fuoco? E tutti questi ragazzi discutevano su cosa si sarebbero portati via: diari, fotografie, lettere… è stato bello vedere che sceglievano le stesse cose che avremmo scelto noi».

D.: C’è, per voi, un modo per porre fine alla guerra israelo-palestinese?
R.: Risponde Silvia: «Un modo è appunto quello sperimentato da questo progetto, fargli conoscere una realtà esterna, diversa dalla loro, come hanno fatto questi ragazzi venendo in Italia a incontrare altri ragazzi …e quindi, salire su un autobus senza avere il timore che questo scoppi, senza dover temere in metropolitana un attacco di virus o altro, ti aiuta a renderti conto che la realtà a cui sei abituata sia in realtà fuori dal mondo. Se non fosse stata un’iniziativa valida non staremmo ancora a parlarne dopo due anni, e se ne parliamo ancora così entusiasticamente dopo tutto questo tempo significa che per noi ha lasciato un segno. Sono sicura che per loro ha avuto più effetto ed è stata più entusiasmante perché li sento ancora e hanno ancora un ricordo molto vivo. E improvvisamente anche l’inglese è diventata la nostra lingua, per magia, tornavo a casa e mi veniva di parlare in inglese con mia madre perché non pensavo più in italiano, pensavo in inglese».
I ragazzi sono concordi nel dire di aver trovato tanti nuovi amici. Così i ricordi di Eleonora, Marta, Silvia e Luca si accavallano e, con emozione non velata, dicono che in quella settimana hanno stretto rapporti molto forti, più di quanto si potessero stringere in mesi o in anni di conoscenza. Ricordano di essere stati molto male dopo la loro partenza e che piangevano tutti. I saluti infatti sono stati la parte più dolorosa, perché sapevano di salutare persone che probabilmente non avrebbero mai più rivisto: «…anche con l’angoscia di sapere che può succedergli qualcosa, che tu li chiami e che sono rimasti vittime di un attentato».

PARTECIPAZIONE di Enrico Di Fabio

Fonte:

http://www.unicef.it/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/2576

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Educatrice Professionale e Criminologa.
Lavora per il Ministero Della Giustizia come Funzionario giuridico pedagogico. Redattrice del portale Eduprof.it dal 2003 ad oggi ed autrice di numerosi articoli sul tema pedagogico/criminologico.