La mediazione culturale: un profilo professionale a partire dall’esperienza

Dal corso, il mediatore ha acquisito conoscenze di antropologia, e norme e leggi italiane nei
diversi servizi socio-sanitari.
I corsi sono serviti come punto di partenza per mettere in pratica la figura del mediatore e per
formulare una definizione reale del ruolo e della funzione, oltre a definire il tipo di
professionalità e qualificazione del mediatore culturale.
E’ stato un percorso formativo faticoso, durato cinque anni, anche se nel Nord il percorso è
iniziato qualche anno prima. Ha proposto una figura inizialmente non riconosciuta, abbiamo
incontrato diversi ostacoli e diffidenza, sia da parte di stessi mediatori non orientati verso questo
tipo di lavoro, per carattere personale, sia da parte dei servizi istituzionali nei diversi settori, a
causa di pregiudizi. Abbiamo incontrato difficoltà anche con le associazioni con le quali
abbiamo diviso gli spazi per poter praticare la nostra professionalità.
Il lavoro pratico dei mediatori ha avuto il tempo e lo spazio per la sperimentazione, per inserirsi
ha necessitato di grande sensibilizzazione da parte degli operatori socio-sanitari.
Da qui si è giunti all’organizzazione dei corsi di formazione per mediatore culturale. E’ servito
tutto il nostro sforzo professionale, la nostra passione e buona volontà, per costruire un profilo
reale delle caratteristiche necessarie alla professione di mediazione culturale.
Abbiamo esaminato tutti gli aspetti tecnici del ruolo e gli elementi fondamentali necessari per
intervenire nei servizi così da creare un territorio di azione ampio per il lavoro e per aumentare
in qualità e quantità le prestazioni.
Ci aspettavamo però dalla Associazioni e dalle Istituzioni maggior rispetto dei nostri diritti, e
riconoscenza, invece oggi viviamo in una situazione dove le Istituzioni e alcune persone e
gruppi cercano, per interessi personali, di toglierci dal campo con la scusa di voler migliorare la
qualificazione.
In questo modo, però, stiamo cadendo in una situazione critica che non aiuta certo a qualificare
maggiormente la figura del mediatore, al contrario crea contrasti tra i ruoli senza trovare una
via di raccordo tra le diverse professionalità di una società multietnica e multi religiosa.
Noi crediamo che per avanzare in maniera più sana nella nell’interculturalità con un modello
chiaro di integrazione, adeguato ai bisogni e alle esigenze dell’Italia dovremmo seguire i
seguenti criteri:
• Maggior riconoscimento del ruolo, e maggiori diritti e spazi ai mediatori che hanno
lavorato fino ad oggi acquisendo esperienza attraverso l’aggiornarsi in maniera
adeguata ai fabbisogni dei servizi.
• Precisare i tipi di corsi di formazione per mediatori culturali e per l’interculturalità, che
appartengono ai vari gruppi culturali presenti in Italia.
Crediamo, con la nostra esperienza formativa e lavorativa, che per formare un mediatore si
abbia bisogno di corsi di formazione di un minimo di 500 ore fino a un massimo di 1000,
che propongano temi quali la comunicazione interpersonale, interculturale, basandosi
sull’antropologia, la psicologia e la normativa che regola l’Istituzione e i Servizi sociosanitari.
Sarebbe, inoltre, importante selezionare i partecipanti secondo i requisiti necessari
per diventare un mediatore culturale.
Infine aiutare i mediatori ad organizzarsi in gruppi o associazioni per creare un organismo a
livello nazionale e regionale; formare poi dei gruppi di raccordo tra i diversi settori dei
servizi qualora fosse necessario.
Ciò non significa che siamo contrari ai corsi di formazione promossi dalle università
sull’intercultura e sulla mediazione aperti sia agli italiani che agli stranieri. Questi corsi,
come già da anni stiamo dicendo, sono utili a preparare personale che abbia capacità di
gestire e dirigere l’interculturalità nella società e nei servizi oltre che a rafforzare la qualità
dei mediatori stessi.
In questo modo non si creerebbe un conflitto tra italiani e stranieri, ma armonia tra i ruoli
permettendo un maggiore sviluppo e un accrescimento della Società.
Migliorare la qualificazione dei mediatori, non preclude la possibilità agli attuali mediatori
stranieri di continuare a lavorare, non secondo il “percorso naturale” che ha seguito la figura
ora creatasi.
Chiediamo a tutte le Istituzioni italiane e alle associazioni di concentrarsi sul lavoro e sulla
ricerca per sviluppare un modello di integrazione libero dall’idea della paura della diversità;
la sicurezza non deve diventare il punto di partenza del fenomeno dell’immigrazione,
fenomeno ormai mondiale basato sulla situazione socio-economica e sulla distribuzione
delle risorse e dello sviluppo e sul divario tra il Nord e il Sud

Latif Al Saadi
Associazione Gente di Frontiera

Fonte:

http://www.infermierionline.net/mediatore%20culturale.pdf

Stampa

Educatrice Professionale e Criminologa.
Lavora per il Ministero Della Giustizia come Funzionario giuridico pedagogico. Redattrice del portale Eduprof.it dal 2003 ad oggi ed autrice di numerosi articoli sul tema pedagogico/criminologico.