Anoressia-Villa Garda: un’esperienza significativa – Dott.ssa Laura Fornari www.educare.it

INTRODUZIONE

Morire di fame nell’epoca dell’abbondanza. Pesare trenta chili e vedersi grasse. Assaporare il cibo per poi vomitarlo di nascosto in bagno o consumarsi con diuretici e lassativi…; è l’inferno dell’anoressia.
Si tratta di una vera e propria malattia, la prima causa di morte tra le malattie psichiatriche, e si riscontra sempre più frequentemente in ragazze giovani.
E’ un “male di vivere” che “forse” nasce da un rapporto distorto con la famiglia e con gli altri, ma prima di tutto con se stessi, con la propria individualità.
Questa malattia ha una lunga storia, ma la sua esplosione è avvenuta particolarmente dopo la seconda guerra mondiale e in prevalenza nei Paesi industrializzati.
Secondo l’Istat le anoressiche (solo nel 10% dei casi si tratta di maschi) oggi sono circa venti milioni delle quali 775 mila in Italia. Purtroppo sono dati approssimati per difetto; sembra che spaventi l’idea di radiografare davvero questa immensa sofferenza sommersa.
In passato si trattava soprattutto di ragazze tra i 14 e i 20 anni, oggi questa fascia di età si sta allargando, comprendendo ragazzine di 12 anni e donne di 30-35.
Quasi sempre inizia con una dieta, ma alla base ci sono molte altre cause scatenanti che portano queste ragazze a cercare l’illusione di poter spostare sul cibo il controllo che pensano di non avere sulla propria vita.
Tutte queste informazioni sull’anoressia” si trovano su molte riviste, se ne sente parlare in televisione, escono molte pubblicazioni specifiche, però se non si sta almeno un po’ con chi vive questo disagio non si può capire a pieno di quale sofferenza reale e profonda siano vittime queste ragazze. Loro spesso dicono “quello che più mi fa rabbia è che gli altri considerano questo problema un capriccio”; e purtroppo è vero!
Come può una generazione che ha lottato per la sopravvivenza in un periodo di miseria quale è stata la guerra e gli anni successivi, accettare che si rifiuti il cibo, simbolo del benessere finalmente raggiunto?
Confesso che più o meno questa era anche la mia posizione quando ho incontrato i primi casi di anoressia e all’idea di fare un tirocinio in questo contesto provai istintivamente un senso di rifiuto.
Ora capisco che in quel modo io rifiutavo la malattia stessa perché anch’io madre che aveva “nutrito” mi sentivo potenzialmente rifiutata.
Poi “casualmente” capitai a Villa Garda e grazie alla disponibilità del Dott. R. Dalle Grave (responsabile del reparto di riabilitazione multidisciplinare per l’anoressia nervosa) nel farmi assistere alle sedute dei gruppi psicoeducazionali tenuti da lui, mi sono ritrovata senza rendermene conto a fare una ricerca su ciò che avevo poche settimane prima decisamente “rifiutato”.
Ho voluto esporre questo mio vissuto perché è attraverso l’analisi di queste mie emozioni che mi sembra di aver intuito qual è il meccanismo che agisce nella mente e nel cuore di una mamma quando si trova difrontea questo problema.
Spesso si dice che in famiglia ci si accorge molto tardi della malattia di una figlia anoressica; io credo che non sia esattamente questo. Forse la paura di riconoscere e di conseguenza dover affrontare il problema, è più forte della speranza che non sia così.
Ma può anche darsi che, soprattutto in una madre, scatti un meccanismo di autodifesa per cui non si può accettare che una figlia rifiuti il cibo, simbolo di quella vita che lei stessa le ha dato.
Dopo aver assistito alle sedute dei gruppi psicoeducazionali, la mia sensazione di rifiuto piano piano si è risolta, ho capito, ascoltando queste ragazze, che il loro atteggiamento non è un disprezzo per la vita, anzi, è la ricerca di una modalità che permetta loro di “star bene nel mondo”.

Parte I

VILLA GARDA:
UN’ESPERIENZA SIGNIFICATIVA

Avvertenza: I dati biografici delle persone protagoniste degli incontri psicoeducazionali sono stati mutati per garantirne l’anonimato.

Cap. 1- La psicoeducazione

Il termine psicoeducazione appare frequentemente nella recente letteratura professionale, in riferimento a tecniche che sono state trovate utili nel trattamento e nella riabilitazione di pazienti con una severa e persistente malattia mentale .
Barther definisce la psicoeducazione “l’uso di tecniche educazionali o istruttive per aiutare nel recupero dagli effetti disabilitanti della malattia mentale o come un’aggiunta, un’integrazione nel trattamento in corso” .
Karasu suggerisce che ogni tecnica psicoterapeutica esercita la sua influenza attraverso tre meccanismi: un’esperienza affettiva; un approfondimento cognitivo; una regolazione comportamentale.
La psicoeducazione è basata sui concetti di Karasu e sulle seguenti assunzioni a proposito del ruolo dell’educazione nel trattamento e nella riabilitazione.
L’istruzione è una parte integrale della psicoterapia.
Anche il trattamento psichiatrico che non include una psicoterapia, deve prevedere una componente d’informazione per essere più efficace.
Molte ricerche hanno confermato l’importanza “dell’istruzione come trattamento” ed ha un effetto di miglioramento su alcuni sintomi di severe e persistenti malattie mentali o per lo meno ha un effetto importante sull’accettazione del trattamento.
Se noi accettiamo la descrizione di Karasu sui tre meccanismi attivi, l’informazione è più limitata della psicoterapia perché sottolinea un aspetto d’insegnamento cognitivo piuttosto che un’esperienza di tipo affettivo.
La regolazione comportamentale è spesso un effetto sia della psicoterapia che dell’informazione. Certe forme di modificazione del comportamento sono altamente tecniche e devono essere dirette soltanto da terapisti qualificati o da educatori che siano stati autorizzati dal team che ha in trattamento la persona o comunque dal terapista principale.
L’informazione data ad un paziente da altri pazienti non dovrebbe essere considerata psicoeducazione e neppure l’informazione data ad un paziente da qualcuno che non sia stato incaricato o comunque non sia in relazione con il team che tratta il paziente.
In America esiste un’organizzazione che prepara educatori per pazienti psichiatrici . La definizione relativamente ampia di psicoeducazione può includere quasi ogni tipo di educazione data al paziente con un disordine psichico se questo tipo di “formazione” può aiutarlo a reinserirsi socialmente e nella famiglia. Per esempio, alcuni tipi di addestramento ad abilità sociali potrebbero essere considerate una categoria di psicoeducazione.
Anche la preparazione per un diploma o altro titolo di studio può essere considerata come una psicoeducazione se il paziente non è riuscito a completare i suoi studi a causa della sua malattia e se il conseguimento di tale titolo di studio può facilitare la sua possibilità di inserimento nel mondo del lavoro.
Se nella versione americana la psicoeducazione è intesa come una forma di “addestramento” dei pazienti all’abilità di comunicazione di riconoscimento e gestione del sintomo, nell’approccio attuato a Villa Garda mi sembra che sia stato fatto un passo in più verso un’impostazione più pedagogica. Il terapeuta stesso riferisce di alcune modifiche apportate al programma di riabilitazione conseguenti a nozioni apprese dalle pazienti stesse: «E’ bene che voi facciate delle critiche al nostro programma perché quando questo succede io penso, e spesso trovo nuove soluzioni, vedo il problema da un altro punto di vista, imparo da voi…» . Qui si attua uno dei principi fondamentali della relazione educativa: «o si cresce in due o non cresce nessuno dei due».
Quando il terapista incoraggia le ragazze a sperimentare una ricaduta nel comportamento patologico per mettere alla prova la propria capacità di ripresa mi ricorda quanto afferma il Lombardo-Radice (pedagogista dei primi del ‘900): «L’insuccesso è quasi più istruttivo del successo, anche se penoso, anzi perché penoso…» .

Anoressia-Il gruppo psicoeducazionale e Villa Garda Dott,ssa Laura Fornari www.educare.it
Cap. 2 – Il gruppo psicoeducazionale e Villa Garda

“…L’intervento psicoeducazionale è stato originariamente concepito all’interno del nostro programma come una necessaria componente preliminare all’intervento cognitivo, in base all’ipotesi che alcune credenze disfunzionali avessero origine da disinformazione o da conoscenze scorrette. Nel corso degli anni, però, esso è diventato un importante ed essenziale componente autonoma del trattamento” .
Durante le riunioni del gruppo psicoeducazionale, si forniscono alla paziente informazioni sulla sua malattia e sui metodi per combatterla con l’obiettivo di favorire delle modificazioni nel suo atteggiamento e comportamento e favorire così la sua capacità di far uso delle informazioni ricevute per prendere delle decisioni adeguate a rendere più personale ed efficace la propria terapia.
Questo atteggiamento nei confronti della paziente è una posizione assolutamente diversa da quella tradizionale per cui si pensava che spettasse solo al medico prendere ogni decisione circa le modalità e le esigenze terapeutiche del paziente.
Il terapeuta che conduce un gruppo psicoeducazionale deve avere una buona ed aggiornata conoscenza della letteratura scientifica internazionale sui temi che presenta e deve avere abbastanza esperienza per poter rispondere a tutte le domande che gli vengono poste ammettendo anche i limiti generali della comprensione della patologia .
Sono molte le informazioni che possono essere di grande aiuto per la ragazza anoressica e in particolare devono essere discussi i seguenti argomenti:
1. natura multideterminata dell’anoressia nervosa
2. fattori perpetuanti la malattia;
3. complicazioni mediche inclusi gli effetti del vomito, abuso di lassativi e diuretici;
4. regolazione del peso corporeo e teoria del set-point ;
5. concetto di alimentazione meccanica e di antidieta con informazioni nutrizionali;
6. pensieri irrazionali e problematici
7. relazioni interpersonali
8. prevenzione delle ricadute;
9. informazioni sulla sessualità e sulle sue problematiche;
10. come sviluppare un comportamento assertivo.
L’approccio psicoeducazionale è molto importante nelle prime fasi della terapia, perché aiuta ad instaurare una relazione terapeutica collaborativa, incoraggiando le pazienti ad assumere il ruolo di partecipante attiva nel processo terapeutico.
Anche il rendersi conto di condividere con altre ragazze le stesse problematiche è di grande aiuto. Chi partecipa al gruppo psicoeducazionale non inizia sempre nello stesso momento, perciò quando una ragazza entra nel gruppo, ne trova altre che sono già in una fase più avanzata della terapia e il vedere che si può anche accettarsi con qualche chilo in più, può essere loro d’aiuto.
Spesso i loro stessi atteggiamenti (esempio vedersi grasse) assunti da altre danno loro la prova oggettiva che il vissuto soggettivo può essere distorto; come commenta Enrica ascoltando Rosa «quando sento lei che dice “quando ero magra” mi sembra assurdo, perché secondo me lei è ancora magra», ma Rosa si sente grassa.
Il gruppo si riunisce una volta la settimana e la partecipazione è libera anche se “fortemente” consigliata dai terapeuti. Molte ragazze alle ultime riunioni hanno espresso il loro rammarico per la conclusione di questi incontri, dicendo che per loro erano stati molto utili e “interessanti”.

Isabella: «Ho cominciato pian piano a guarire, a capire qual era il mio problema: mi ha aiutato molto il lavoro di gruppo, il confronto con le altre…» .

Anche assistendo alle sedute del gruppo ci si rende conto pian piano del cambiamento nell’atteggiamento di queste ragazze, all’inizio più chiuse, più schive, timorose, chiaramente diffidenti; poi gradualmente più socievoli, desiderose di confrontarsi, di parlare della propria esperienza, del proprio vissuto, disposte “qualche volta” a mettere in discussione la propria scelta.
Il gruppo psicoeducazionale è uno degli approcci del programma di riabilitazione di Villa Garda che prevede diverse fasi. Vi opera un’équipe multidisciplinare con molta esperienza nel trattamento del disturbo. Viene attribuita molta importanza al luogo ed alla struttura architettonica del reparto che deve creare un’atmosfera calda e positiva, che faciliti il coinvolgimento delle pazienti nel trattamento, favorendo la loro creatività, spontaneità e capacità comunicativa. Anche l’arredamento del reparto è poco medico, ma più simile ad un grande appartamento che ad un ospedale.
Le ragazze di giorno non indossano il pigiama o la camicia da notte con vestaglia, ma l’abbigliamento quotidiano; sono libere di arredare la propria stanza come meglio credono, decorandola con poster o altro materiale; possono ascoltare musica e dedicarsi ad attività come lo studio e lavoretti manuali, coltivare i loro hobbies. Questa clinica ha il vantaggio di essere collocata in un luogo paesaggisticamente molto bello, nel verde e sul Lago di Garda, perciò le ragazze possono fare passeggiate, uscire per le loro spese, andare in spiaggia, naturalmente quando il loro stato fisico lo permette.
Il periodo di permanenza “giorno e notte” normalmente è di tre mesi, poi le ragazze alloggiano in un residence con miniappartamenti (possono scegliere di stare da sole o in coppia) e durante il giorno continuano a stare in clinica riducendo gradualmente la loro partecipazione ai pasti collettivi.
Durante la prima settimana di day hospital residenziale le ragazze consumano da sole la prima colazione e in clinica gli altri pasti. Nella seconda settimana in clinica assumono solo i due pasti principali e da sole gestiscono la colazione e la merenda. Nell’ultimo mese incominciano anche a cenare da sole e solo nell’ultima settimana si organizzano totalmente i propri pasti. Nel frattempo continuano a prendere parte alle attività psicoterapeutiche individuali e di gruppo avviate durante il ricovero.
Questa è la fase della “riappropriazione”, durante la quale la ragazza assume il completo controllo sulla dieta e sul peso corporeo.

2.1. L’équipe
Uno dei punti fondamentali su cui si basa il modello riabilitativo di Villa Garda è il seguente «il disturbo richiede l’intervento integrato di un’équipe composta da più figure professionali» . Attualmente operano nel reparto di riabilitazione nutrizionale tre medici internisti, uno psichiatra, quattro psicologi, due dietiste e un fisioterapista.
Dopo una prima visita medica e una serie di esami di laboratorio e strumentali, si valuta se sia più adeguato un trattamento ambulatoriale o se sia più utile il ricovero. In ogni caso il programma riabilitativo consigliato viene spiegato nel modo più dettagliato possibile: la ragazza dovrà sapere la durata prevista per il trattamento, le terapie che verranno attuate, l’impegno che le si richiederà, e i risultati raggiungibili. Solo quando ogni decisione sarà stata presa, si convocano i genitori e, in presenza della figlia, si spiega loro quale percorso riabilitativo è stato concordato.
Poiché, secondo il programma di Villa Garda non è possibile condurre una valida psicoterapia prima che siano stati eliminati, o comunque ridotti, i sintomi da digiuno (vedi cap. 5) è importante iniziare subito un piano di riabilitazione nutrizionale.
Le dietiste si occupano principalmente di questo aspetto della terapia. Al momento del ricovero, durante il primo colloquio, la dietista illustra il piano di “cura” per il recupero di un adeguato modo di nutrirsi. Vengono così informate che il cibo sarà loro prescritto come una medicina (“alimentazione meccanica”, vedi par. 5.2), e non conosce-ranno nemmeno il proprio peso corporeo, di questo si occuperà la dietista, assicurando le pazienti che per nessun motivo le si porterà ad un peso superiore al proprio peso forma.
In clinica le ragazze mangiano tutte allo stesso tavolo, con l’aiuto della dietista che le incoraggia in modo calmo e deciso ad “affrontare ogni cibo”. Il compito della dietista, durante i pasti, è quello di offrire un sostegno nelle difficoltà e non deve mai dare la sensazione di essere lì per controllare.
Quasi tutte le pazienti entro le prime 24 ore iniziano ad assumere regolarmente i pasti.
Uno dei tre medici è una ginecologa, che segue le ragazze dal punto di vista medico per quanto concerne le problematiche fisiche conseguenti al digiuno (amenorrea, assenza di desiderio sessuale, ecc.) e dà loro tutte le informazioni e spiegazioni inerenti alla propria specializzazione, completando o attuando una corretta educazione alla conoscenza della propria sessualità.
Un altro aspetto importante come “prerequisito essenziale per la guarigione” è la correzione della cattiva percezione della propria immagine corporea (vedi cap. 6). La lunga esperienza con pazienti affette da anoressia nervosa, conferma che questo disturbo è molto difficile da modificare e richiede l’associazione di tecniche “non verbali” oltre alla psicoterapia.
A Villa Garda per tale compito c’è un terapeuta del corpo e si stanno evidenziando risultati soddisfacenti attraverso esercizi di rilassamento e respirazione, di espressione corporea e di attività fisiche come ginnastica, stretching e fitness con pesi. Con queste attività ci si pongono le seguenti finalità: ricostruire la percezione di un’immagine corporea realistica, ridurre l’iper-attività, la tensione e l’impulsività; sviluppare una buona capacità di relazione ed imparare a divertirsi attraverso il proprio corpo. Per molte ragazze, durante il trattamento, si risolve abbastanza bene il problema dell’errata percezione del proprio corpo.
Ai medici internisti e allo psichiatra è affidato anche il compito di prescrivere o sospendere i trattamenti farmacologici ritenuti utili o superflui. Non si conoscono farmaci specifici per la cura dell’anoressia nervosa, ma talvolta può essere utile l’uso di un antidepressivo o di farmaci che aiutino l’apparato digerente nella fase della ripresa di un’alimentazione normale. Spesso si presenta, nelle prime due settimane di rialimentazione, l’edema periferico (gonfiore alle gambe, alle mani). Per evitarlo si inizia con una dieta meno ricca di carboidrati, si fa usare poco sale e tenere i piedi alzati, rassicurando la paziente e evitando “sempre” di somministrare diuretici.
Molto importante è una regolare monitorizzazione dei livelli plasmatici di fosforo. L’ipofosfatemia da rialimentazione, detta anche “sindrome da guarigione nutrizionale” può provocare delirio, crisi epilettiche, arresto respiratorio; particolare attenzione per questo problema richiedono le pazienti fortemente deperite o che fanno uso di alcool.
E’ molto importante anche controllare periodicamente i livelli di potassio, soprattutto in pazienti che ricorrono al vomito o usano forti dosi di lassativi. L’ipopotassemia porta ad arresto cardiaco e crisi tetaniche.
A Villa Garda comunque si tende a non trattare farmacologicamente queste anomalie fino a che non si sia avuta una completa riabilitazione nutrizionale.

La psicoterapia individuale -di gruppo Dott.ssa Laura Fornari www.educare.it
La psicoterapia individuale
Pur nella multidisciplinarità, nel programma di Villa Garda, la psicoterapia occupa un posto di rilievo, essendo questo disturbo caratterizzato da un profondo disagio psicologico personale e relazionale.
Va intrapresa sin dall’inizio del trattamento e prosegue, talvolta anche per anni, anche dopo il raggiungimento di uno stato fisico soddisfacente. In alcuni casi il percorso di riabilitazione psico-fisico può essere breve, ma si tratta di ragazze giovani e da poco ammalate di anoressia. Molto importante è l’esperienza del terapeuta e la relazione empatica che si instaura con la paziente. Spontaneità, onestà, accettazione, flessibilità e apertura, sono più importanti dello specifico orientamento scelto.
Queste ragazze, generalmente, vivono un profondo conflitto tra la necessità di essere autonome e il proprio bisogno degli altri, della loro approvazione e del loro amore. In un certo senso le ragazze anoressiche intrattengono con gli altri lo stesso tipo di rapporto che hanno con il cibo: o lo rifiutano o ne vengono invase. E’ perciò molto importante che la terapia psicologica non sia percepita come invasiva, ma a carattere “collaborativo”. Il terapeuta deve aiutarle a trovare da sé le risposte e le soluzioni; solo in questo modo la paziente ha la sensazione di poter dominare se stessa e la propria esistenza, cosa che ha sempre cercato di fare con la “soluzione anoressica”.
La psicoterapia deve fare da supporto anche alle problematiche scatenate dalla ripresa dell’alimentazione e dalla frustrazione causata da un corpo più “grasso”.
Per definire le caratteristiche dell’intervento psicoterapeutico di Villa Garda è utile tener presente che qui l’anoressia nervosa viene considerata una forma di “difesa” o “autoterapia”. Se la paziente non accetta le regole della psicoterapia (setting) non è possibile stipulare un “contratto”, né un progetto terapeutico.
Normalmente è difficile convincere la ragazza anoressica “a curarsi” perché quella che lei ha attuato è, nelle sue intenzioni, già “una cura”. Perciò un errore da evitare è quello di proporre alla paziente un programma terapeutico che si presenti solo come una “cura della cura”. Spesso l’accanirsi in questa lotta non fa altro che fornire alla paziente argomenti per dimostrare che il suo metodo è migliore di quello dei terapeuti. Per questo, durante le sedute di psicoterapia, va analizzata la situazione di disagio esistenziale più o meno profondo che ha portato a rendere desiderabile un’esistenza da anoressica.
E’ fondamentale chiarire alla paziente quale sia il problema, come si possa risolvere, che cosa s’intende per guarigione e quali siano gli ostacoli da superare.
Nella fase acuta della denutrizione le ragazze anoressiche, per gli effetti del digiuno (vedi cap. 5), sono molto simili tra loro, ma il recupero ponderale e un attento ascolto, evidenziano che la loro personalità è strutturata in modo molto diverso. Questo, naturalmente, influisce in modo significativo nella scelta del trattamento terapeutico adeguato.

La psicoterapia di gruppo

«Le difficoltà relazionali, il continuo oscillare tra dipendenza e autonomia, tra paura degli altri e paura della vicinanza, aspetti quasi sempre presenti nelle ragazze anoressiche, ci hanno spinto ad associare a quella individuale, una psicoterapia di gruppo» .
Questo nuovo approccio terapeutico è stato introdotto da due anni circa; ha tuttora un carattere sperimentale e viene condotto da un terapeuta che non segue le pazienti in psicoterapia individuale.
I gruppi sono formati da un numero massimo di otto-dieci persone e si propongono i seguenti obiettivi:
– Favorire l’emergere e il consolidarsi delle capacità di auto-osservazione. La paziente in questo modo può vivere l’esperienza del gruppo, assumendo il punto di vista delle pazienti o quello del terapeuta, a seconda che esponga i propri problemi oppure che si impegni a comprendere quelli di un’altra.
– Confrontare con gli altri le proprie esperienze sia interne che esterne. Queste ragazze spesso temono le loro sensazioni, paure e pensieri e la scoperta che quello che avevano ritenuto anormale è condiviso da molte altre persone le aiuta a sdrammatizzare.
– Promuovere la relazione con i “pari” e analizzare le dinamiche relazionali. La relazione con lo psicoterapeuta è un rapporto privilegiato con una figura di autorità e potere che ricorda quello genitore-bambino.
Nella terapia di gruppo si ricostruisce la situazione dei rapporti con i coetanei . In questo contesto infatti emergono continuamente la paura di esporsi, di essere presi in giro, la sfiducia nel gruppo, il bisogno di mantenere un ruolo e un personaggio. In questo confronto “guidato” si ritrova il desiderio di stare con gli altri, senza perdere la propria identità.

I fattori predisponenti e i fattori precipitanti Dott.ssa Laura Fornari www.educare.it
Lo scopo di ogni incontro è quello di trattare e di informare le pazienti circa un argomento specificamente inerente la loro malattia. Si tratta di gruppi di informazione che le portano a prendere coscienza delle proprie abitudini, degli aspetti soggettivi e oggettivi della situazione anoressica, sia dal punto di vista sociale, fisiologico e psicologico-comportamentale.
L’anoressia nervosa di tipo restrittivo va differenziata dalla bulimia nervosa che si distingue da questa per la presenza di un peso corporeo normale pur essendo presenti gravi danni all’apparato digerente e cardiocircolatorio, amenorrea, osteoporosi, percezione distorta della propria immagine corporea, eccessiva attività fisica, paura ossessiva d’ingrassare.
Una volta acquisite tali informazioni, le ragazze possono lavorare sui due punti che il terapeuta ritiene fondamentali: come modificare la propria accettazione corporea e come prevenire le ricadute.
Si tratta di capire il sintomo per poterlo gestire, capire quale atteggiamento porta ad ammalarsi ed imparare ad evitare ciò che mantiene o peggiora la malattia.
La prima domanda che normalmente ci si pone è: “da che cosa sono causati i disturbi alimentari?”. Su Lancet viene proposto questo modello sulle cause dell’anoressia nervosa:

Fattori predisponenti Fattori precipitanti Fattori perpetuanti

Familiari
Insoddisfazione nei confronti del peso e delle forme corporee Dieta per aumentare il proprio valore e l’autocontrollo Rinforzi am-bientali e co-gnitivi, sintomi da digiugno

Individuali

La natura multideterminata ed autoperpetuante dell’anoressia nervosa
Fonte: Adattata da Garner, Lancet, 341, 1631-1635, 1993.

Vedendo questo schema e alla domanda di un commento le ragazze ne confermano la validità; Rosa «l’inizio ti riporta all’inizio»; Lina «è un circolo vizioso», Vittoria: «quando una comincia la dieta e non riesce più a smettere».
Il fattore precipitante è il fattore che scatena il disturbo. Possono esserci tutti i fattori che predispongono a sviluppare la malattia, ma non svilupparla perché manca il fattore precipitante: «è la goccia che fa traboccare il vaso» (Rosa). Quella goccia dà inizio all’insoddisfazione corporea. L’insoddisfazione per il proprio peso, per l’aspetto fisico porta a fare una dieta. La cosa interessante è che in questi casi la dieta è severa e viene utilizzata per aumentare la propria autostima, ci si gioca il senso di autocontrollo ed il proprio valore personale, questa è la differenza rispetto al semplice perdere qualche chilo.
In seguito alla dieta si determina una serie di modificazioni biologiche e psicologiche che mantengono il disturbo.
I fattori predisponenti sono vari: si va da quello socioculturale a quelli più individuali di tipo psicologico, come la difficoltà dell’esistenza , ai traumi oppure di tipo biologico. Filoni attuali di ricerca hanno messo in evidenza la possibilità che ci sia anche una predisposizione biologica a sviluppare la malattia. Allo stato attuale non sappiamo con esattezza se siano più importanti i fattori psicologici o biologici. Possono esserci anche fattori famigliari, come ad esempio la difficoltà d’interazione tra i vari membri della famiglia (Elisabetta: «Avevo paura che i miei genitori si vergognassero di me»). Anche in questo caso, benché ci siano molte teorie che cercano di dare una spiegazione convincente, non si sa cosa accada in realtà.
La cosa più enigmatica è che ci sono degli individui che presentano tutti questi fattori predisponenti e non sviluppano la malattia; abbiamo individui che non hanno questi fattori predisponenti e che sviluppano la malattia.

Barbara: «Io ho iniziato con l’idea di perdere qualche chilo. Non avevo particolari problemi nelle relazioni con gli altri, non ci sono stati eventi particolari o cambiamenti che mi hanno spinto a restringere»,

quindi è una questione molto complessa sulla quale ci sono conoscenze “certe” molto scarse perché non c’è un’unica causa, bensì molte cause, diverse da individuo ad individuo (multifattorialità)..
Questo non è un dramma perché dell’80% delle malattie non si conoscono le cause, però si curano (esempio l’ipertensione, il diabete, l’asma, l’ulcera). Purtroppo le informazioni date dai mass-media spesso sono fuorvianti; si parla di “colpe” associate a questa malattia, ma è irrazionale sentirsi in colpa per qualcosa di cui non si conosce la causa. Così accade che i genitori si sentano in colpa perché pensano di aver causato la malattia della figlia.

«Ho letto su una rivista che l’anoressia è legata ad un rapporto troppo stretto con la propria madre, ad una madre molto invadente» (Barbara).

Non è mai stato dimostrato che la madre intrusiva causi l’anoressia oppure il mito del “padre assente”.
Questo modello, e non è ancora stato dimostrato che sia vero, in realtà peggiora la situazione perché questi sensi di colpa reciproci (anche la figlia si sente in colpa perché si sente una cattiva figlia) non aiutano a fare un cambiamento, ma caso mai ingenerano ulteriori incomprensioni.

3.1. Ruolo dei condizionamenti socioculturali
C’è un passaggio da una serie di fattori biologici, individuali, psicologici, relazionali al dire “io sono insoddisfatto del mio corpo”. Questo passaggio è forse condizionato da un fattore ambientale: nella nostra società è molto facile spostare i problemi da un versante psicologico a un versante fisico.

Maria: «Ero sovrappeso, me lo dicevano tutti, anche mia mamma e mia sorella, così ho deciso di iniziare la dieta. Ho fatto una dieta molto ferrea, in due mesi ho perso dieci chili. Tutti mi dicevano che stavo bene, ma io ho sempre fatto molta fatica a stare a dieta e quando avevo dei problemi ed ero molto in ansia, non riuscivo a trattenermi e mangiavo tantissimo, fino a scoppiare. Così ho ripreso peso, poi ho scoperto il vomito…».

Succede che avendo dei problemi psicologici si mangia per calmare l’ansia, poi si ingrassa e si è insoddisfatti, per un adolescente è molto doloroso essere grassi in questa società, soprattutto per le donne che si ammalano in proporzioni di 10 a 1 rispetto agli uomini.

Lina: «Io sono cresciuta in un clima dove i miei fratelli e mio padre preferivano le ragazze magre ed io anche quando ero piccola ho sempre pensato che avrei voluto diventare una ragazza magra. Con le prime mestruazioni i miei fianchi hanno cominciato ad arrotondarsi e i seni a crescere. Non mi sono più riconosciuta. Verso i quindici anni sono cresciuta ancora di più, tutti hanno cominciato a prendermi un po’ in giro, a scherzarci sopra. A me dava proprio fastidio, così ho cominciato a fare la dieta, all’inizio bassa, poi ho deciso per una dieta ferrea e sono dimagrita sette chili in dieci giorni, mangiando solo mele».

Nello sviluppo puberale della donna c’è un incremento in poco tempo del 10% del grasso corporeo, il suo corpo arriva ad avere il 20-30% di grasso, perché altrimenti non può mestruare. L’organismo femminile si prepara così alla vita riproduttiva. Questo, in un ambiente che enfatizza invece la magrezza, può portare ad una profonda insoddisfazione corporea.
Per i ragazzi è un po’ diverso perché lo sviluppo puberale porta un aumento delle masse muscolari e nell’immagine “ideale” l’uomo deve avere molti muscoli, soprattutto l’adolescente. Perciò il maschio nel momento in cui si sviluppano i muscoli, si sente anche più soddisfatto della sua immagine. Questo potrebbe essere una spiegazione alla netta prevalenza di questo disturbo fra le donne (nei ragazzi troviamo altri comportamenti a rischio).
Spesso s’inizia quando ci sono delle relazioni interpersonali inadeguate come nel caso di Vittoria:

«A tredici anni pesavo 57 chili. Mi prendevano in giro così ho iniziato a mangiare sempre meno. Poi i miei si sono trasferiti ed io avevo molta difficoltà a socializzare e ho cominciato a chiudermi in me stessa. Il mio aspetto fisico ha cominciato a non andarmi più bene».

Sarebbe stato interessante vedere come Vittoria avrebbe gestito il suo problema di solitudine se nel suo ambiente e nella società attuale andassero di moda le donne “deliziosamente paffute” per dirla con Louise Kaplan .
L’importanza dei fattori ambientali è resa esplicita dall’aumento di incidenza di questa patologia tra le giovani donne delle attuali società industrializzate.
I dati evidenziano che l’anoressia è diffusa, tra le donne in carriera, che operano (o che vorrebbero operare) in professioni di buon prestigio sociale e in ambienti molto competitivi, ambienti che inducono ad assumere un comportamento di competenza e perfezione difficili da gestire soprattutto se si vivono inquietudini relative all’autostima e all’autonomia.
Inoltre, il fatto che questa patologia sia praticamente sconosciuta nel mondo non industrializzato, e sia invece in aumento negli stati Uniti, nell’Europa occidentale e in Giappone, porta ad ipotizzare che sia un fenomeno tipico di quelle società in cui vige un sistema di affermazione (visto come valore) competitivo, in cui si sono prodotti decisivi e profondi cambiamenti del ruolo femminile e in cui prevalgono gli ideali di gradevolezza fisica imposti dalla moda.
L’importanza dell’ambiente sociale è messa in evidenza anche da Hilde Bruch che, nei suoi ultimi lavori, evidenzia come l’anoressia si sia trasformata da disturbo individuale in disturbo sociale. La Bruch avanza addirittura l’ipotesi che i numerosi programmi e articoli che trattano l’argomento dei disturbi alimentari possono aver contribuito alla loro diffusione.

Rosa :«Io digiunando mi sentivo vincente. Poi leggevo un sacco di libri che parlavano del digiuno: il digiuno disintossica, il digiuno libera la mente, e infatti se non mangiavo mi sentivo molto meglio».

Se sino agli anni ’60 le anoressiche che si presentavano ai medici non avevano mai sentito parlare del loro disturbo, oggi lo conoscono già prima di ammalarsi e talvolta ne sono addirittura suggestionate. Quest’ultimo aspetto trova conferma in una ricerca condotta in Canada da Gordon da cui risulta che un gruppo di pazienti anoressiche manifestò i sintomi della malattia dopo aver assistito ad una trasmissione sui disturbi alimentari.
L’influenza dei mezzi di comunicazione e dei fattori socio-ambientali è innegabile, ma non sufficiente a spiegare altri aspetti legati all’anoressia, di cui possono essere responsabili fattori psicologici o biologici. L’ipotesi oggi più attendibile è che personalità “geneticamente predisposte” e psicologicamente vulnerabili possano essere più sensibili ad alcune sollecitazioni socio ambientali che possono favorire l’insorgere di questa patologia, in particolare nell’adolescenza, periodo difficile, caratterizzato da modificazioni ormonali e da spinte oppositive per raggiungere l’indipendenza.
Anche le abitudini alimentari spesso proprio nell’adolescenza sono motivo di contrasto tra i figli e i genitori. L’adolescente infatti non di rado rifiuta i cibi ed i ritmi dei pasti della famiglia, che fino a quel momento aveva accettato di buon grado.
A quest’età è molto frequente la ricerca di modelli di comportamento al di fuori dalla famiglia. Questa ricerca passa soprattutto attraverso il gruppo dei coetanei. Tali gruppi possono considerare il fumo, l’alcool o l’uso di sostanze stupefacenti come normale, anzi necessario per “essere accettati” dal gruppo.
Altri gruppi possono privilegiare la ricerca della forma fisica (per esempio la magrezza a tutti i costi) piuttosto che un reale stato di benessere.
Naturalmente i gruppi di adolescenti non vivono nel vuoto sociale e subiscono l’influenza dei mezzi di comunicazione di massa, i cui messaggi contribuiscono in modo decisivo, seppure spesso inconsapevole, alla costruzione delle norme stesse del gruppo. Quest’ultimo infatti filtra i messaggi proposti dalla televisione e dagli altri media e li fa propri riadattandoli alle proprie norme precedenti.
Nel caso della soluzione anoressica, nell’intento di emulare modelle sottopeso, convinte che solo così saranno accettate dagli altri e che potranno sentirsi felici, le ragazzine iniziano diete scriteriate, si sottopongono a digiuni atroci.
Nel 1964, all’interno dell’Enciclopedia Psicologica Ed. Paoline alla voce “Anoressia nervosa” corrisponde: XXVII-57 è citata in un solo volume, in una sola pagina, liquidato in quindici righe. Così ne parla Francesco Canova, libero docente di patologia medica all’Università di Padova:

«Altro disturbo che incide con una certa frequenza durante la prepubertà e può assumere a volte un aspetto anche assai grave è la cosiddetta anoressia nervosa. Si tratta di una invincibile repulsione per ogni sorta di cibo, ma specialmente per i cibi carnei, donde magrezza ed anemizzazione progressiva Gli psicanalisti la spiegano come una ripugnanza da parte del soggetto a crescere e ad assumersi le responsabilità proprie degli adulti. In genere si tratta di soggetti disadattati, provenienti da famiglie con gravi tare psichiche. Sembra che la causa prima dell’anoressia nervosa sia essenzialmente da ricercarsi in disturbi del diencefalo. Buoni risultati terapeutici si ottengono con una illuminata opera di persuasione, rimuovendo gli eventuali ostacoli psichici e facilitando i cambiamenti di ambiente, specie quando questo si dimostri inadatto per un normale sviluppo».

Trent’anni dopo, l’anoressia nervosa ha assunto una connotazione molto diversa, mentre molte malattie che colpiscono l’anziano sono state comprese e risolte i problemi degli adolescenti si sono esasperati e sono sempre più diffusi; penso che da questo punto dovrebbe partire la riflessione dei genitori, degli educatori, dei sociologi, dei pedagogisti.
Mi conforta a tale proposito quanto scrive F. Larocca .

«Che fare? La responsabilità è insieme di tutti e di nessuno. Ma, forse, a pensarci bene, le radici ultime sono da ricercare nell’individualismo esasperato, nella corsa sfrenata di tutti ad “acchiappare” l’attimo fuggente, e quindi nella Cultura, con la “C” maiuscola e quindi nella Civiltà che non offre più a nessuno motivi forti per progettare il tempo che ci è dato. Proviamo a riprogettarci valorizzando almeno i figli? Allora occorre rivalorizzare parecchio altro: magari su fondamenta nuove. Anzitutto di pensiero e… di cuore».

La fase della “luna di miele” con l’anoressia• Dott.ssa Laura Fornari www.educare.it
La fase della “luna di miele” con l’anoressia•

Alle ragazze è stato chiesto di analizzare i vantaggi che hanno avuto all’inizio della loro malattia in quattro aree: sul tono dell’umore, sulle relazioni interpersonali, sull’autostima, sulle loro paure. Ognuna deve scrivere quello che si sente, per fare chiarezza sulle proprie sensazioni:

Maria: «Ero euforica per la perdita di peso. Mi guardavo finalmente allo specchio a lungo ammirando il mio aspetto e pensando che avevo finalmente raggiunto una linea perfetta. Adesso, essendo leggera potevo farmi prendere in braccio senza problemi da tutti. Finalmente anch’io ero bella e magra come Barbara, una mia amica corteggiata da una schiera di ragazzi».

Elisabetta: «I vantaggi sull’umore erano che mi sentivo euforica, allegra, contenta. Sulle relazioni interpersonali mi sentivo meno timida, più piacevole e disinvolta, ero più sicura di me.
Per quanto riguarda l’autostima: mi piacevo di più ed ero più orgogliosa di me perché sapevo resistere alle tentazioni.
Sulla paura: sicuramente ero più coraggiosa in tutto e mi sembrava di riuscire ad affrontare ogni situazione, ne ero finalmente all’altezza. Quando entravo nei negozi di abbigliamento mi stavano bene taglie sempre più piccole e mia mamma che prima quando mettevo una gonna mi diceva “oh, come stai male” adesso invece… ».

Isa: «Le abbuffate cominciavano quando ero stanca o depressa o semplicemente arrabbiata. Diventavo tesa, presa dal panico e mi sentivo vuota. L’unico modo che conoscevo per liberarmi da questa sensazione era abbuffarmi mangiando tutti i miei cibi “proibiti”: cioccolato, dolci, biscotti, gelato, marmellata, nutella. Normalmente non mangiavo mai questi cibi perché “ingrassavano”, ma quando mi abbuffavo ne avrei voluti sempre di più.
Mi sentivo meglio solo “svuotandomi” e così mi sembrava di migliorare la mia qualità di vita e che anche gli altri ne avrebbero tratto beneficio. Nascondevo tutto dietro il cibo, era questa l’unica mia valvola di sfogo. Io decidevo quando uscire e dove andare, tutto mi era lecito e permesso, usavo gli altri e i miei problemi col cibo per gestire i miei rapporti».

Rosa: «Per quanto riguarda le relazioni interpersonali, mi sentivo superiore, avevo l’attenzione degli altri, soprattutto dei miei famigliari. Riuscivo a fare tutto bene anche senza mangiare.
Per quanto riguarda l’autostima, ne avevo molto poca, ma ne andavo alla ricerca, per questo facevo tutto quello che ho fatto. Avevo molta paura d’ingrassare quindi mentre perdevo peso le mie paure erano molto ridotte.
Un altro vantaggio della malattia è che si ha l’attenzione degli altri che si preoccupano per te, sei al centro di tutto, provi un senso di benessere, di protezione».

Enrica: «La restrizione mi ha portato ad uno stato di euforia, leggerezza mentale e tranquillità. Meno mangiavo e più mi sentivo pura, pulita, libera e a posto con me stessa. Inizialmente la mia malattia mi ha aiutato anche nei rapporti interpersonali perché mi sentivo cambiata in meglio, anche fisicamente, quindi ero meno timida.
La mia autostima è migliorata, non mi sentivo più così inferiore agli altri e inadeguata, riuscendo a non mangiare e ottenendo anche risultati migliori.
La paura di ingrassare è scomparsa perché continuavo a perdere peso; ho risolto anche la paura di prendere decisioni, perché le facevo prendere ad altri per me. Tutti mi prestavano attenzione, soprattutto i miei genitori, ero la coccolina di papà.
La restrizione e l’iperattività mi hanno portato ad una maggiore agilità fisica, per me estremamente importante e che influenzava molto positivamente l’autostima e il tono dell’umore. Mi vedevo fisicamente meglio, quindi non mi facevo più così schifo come quando ero in condizioni normali».

Sandra: «Per quanto riguarda il tono dell’umore mi sentivo euforica, avevo la sensazione di essere capace di fare tutto.
Per quanto riguarda le relazioni interpersonali, quando riuscivo a non mangiare, riuscivo ad essere più sicura di me, più spigliata. La sensazione di essere riuscita finalmente a fare qualche cosa nella mia vita con il mio corpo, col cibo, faceva aumentare la mia autostima e mi faceva credere di essere più forte, di riuscire a fare tutto. Non avevo più paura di niente, ero più sicura di me. Non avevo più paura del confronto con gli altri. Con il digiuno ero diventata una persona degna… degna di stare con gli altri. Ultimamente riuscivo ad avere una sensazione di purezza, di leggerezza, che mi davano una sensazione di… santità, di tendere verso l’alto e di essere al centro delle attenzioni terrene».

E’ evidente che all’inizio della malattia c’è quella che all’interno del programma di Villa Garda viene definita la fase della “luna di miele” con l’anoressia. E’ una fase in cui non c’è sofferenza, bensì un costante stato di esaltazione, di euforia, di leggerezza, ci si sente più puliti, più puri, più vicini a Dio. In questa fase si provano sensazioni difficilmente sperimentabili nella situazione di normalità.
I motivi di questo benessere sono biologici, psicologici e sociali.
Motivi psicologici: dal racconto del vissuto delle pazienti anoressiche emerge chiaramente la loro “sensazione” di avere un maggior controllo su se stesse e sul mondo che le circonda, la “convinzione” di star facendo qualcosa di importante, di essere brave. C’è dunque un aumento dell’autostima.
Motivi sociali: certamente chi era, anche solo di qualche chilo sovrappeso, ha vissuto l’esperienza esaltante di essere al centro dell’attenzione e dell’approvazione dei conoscenti e dei genitori, e di sentirsi dire in continuazione “come stai bene”.
Motivi biologici: purtroppo ci sono ancora pochi studi “compiuti” al riguardo, ma si ipotizza che lo stato di benessere associato ai primi periodi di dieta sia dato dal fatto che in questa situazione vengono liberate delle sostanze, probabilmente delle endorfine, che danno una specie d’euforia . Queste sostanze sono liberate quando un soggetto è a digiuno, hanno la funzione di ridurre la sensazione dolorosa, non fanno sentire la fatica, talora hanno anche un’azione euforizzante.
Il soggetto a digiuno è spinto a cercare il cibo e per un meccanismo evolutivo di sopravvivenza, in un primo tempo vede meglio, sente meglio, i sensi sono acuiti.
Durante le grandi migrazioni di popoli alla ricerca di terre dove c’era cibo, si racconta di gente che camminava quindici ore al giorno e non sentiva la fame, non sentiva la fatica, che cantava, che era quasi esaltata, come in uno stato di coscienza alterato. Purtroppo questo stesso meccanismo può essere utilizzato nell’anoressia per gestire un dolore psicologico.
E’ giusto che le pazienti riflettano su questi “vantaggi”, perché comprendano che la loro malattia ha un senso e che guarire vuol dire rinunciare a quei vantaggi e trovare delle soluzioni per far fronte alle difficoltà senza utilizzare la dieta. I vantaggi, infatti, non durano a lungo.
E’ interessante a questo proposito l’esperimento effettuato nel Minnesota nel 1944 . A giovani americani obiettori di coscienza, come alternativa al servizio militare, era stata data la possibilità di partecipare ad uno studio sul digiuno. A causa delle esperienze nei campi di concentramento, tristemente noti in quel periodo, e delle carestie, era importante studiare gli effetti del digiuno e come riabilitare i soggetti che uscivano da un lungo periodo di deprivazione alimentare.
L’esperimento aveva una durata di sei mesi; i soggetti dovevano mangiare circa la metà di quello che mangiavano usualmente e persero circa il 25% del loro peso iniziale. Entrarono quindi in una fase biologica di anoressia.
Questi ragazzi, essendo maschi, non avevano le preoccupazioni fisiche legate al peso tipiche delle donne. Erano psicologicamente sani, infatti erano stati accuratamente studiati prima dell’esperimento per accertarsi che non avessero problemi di depressione, di ansia, ossessioni o problemi con il cibo.
Dopo sei mesi di semidigiuno ragazzi che prima parlavano di donne, di sport, degli argomenti tipici dei maschi a vent’anni, erano preoccupati del cibo dalla mattina alla sera; parlavano e pensavano sempre al cibo, collezionavano ricette… alcuni divennero cuochi dopo l’esperienza.
Questi sono i comportamenti che hanno le pazienti anoressiche.
Allora è vero che pensare al cibo è un sintomo tipico della malattia, però è un sintomo secondario al digiuno che si verifica in tutti gli esseri umani. E’ secondario al digiuno, non ne è la causa, altrimenti non ci sarebbe stato nei giovani dell’esperimento.
Noi abbiamo dei sistemi biologici molto antichi e che non possiamo controllare con la nostra mente. Se non pensassimo al cibo in una situazione di digiuno moriremmo per inedia. Ma quando si vuole a tutti i costi dimagrire, ma si ha questo corpo affamato che “pensa” continuamente al cibo che emozione si prova? Enrica: «Ossessione del cibo!». Sandra: «Paura di cedere».
Quindi questa pressione a cercare il cibo sviluppa un sintomo che è “micidiale” nel mantenimento del disturbo del comportamento alimentare: la paura di perdere il controllo e di ingrassare. Elisabetta: «Se io non avessi paura d’ingrassare non avrei paura del cibo».
Allora la paura d’ingrassare è uno dei fattori di mantenimento. E’ un rinforzo negativo.
C’è quindi un fattore di mantenimento che è un vantaggio: l’euforia, ma poi abbiamo degli svantaggi: una terribile ossessione per il cibo che porta alla paura d’ingrassare la quale, a sua volta, rinforza la malattia.
Tornando all’esperimento del Minnesota, si vide che questi maschi che all’inizio dell’esperimento facevano molta vita comunicativa, cominciarono ad isolarsi, a ridere sempre meno. Alcuni diventarono depressi, altri cominciarono ad avere sintomi ansiosi, fobici. Altri ancora diventarono ipocondriaci, cominciarono ad avere problemi allo stomaco, difficoltà digestive, continuavano a concentrare l’attenzione sul loro corpo, sulla loro “pancia”.
L’attività sessuale, molto presente nei pensieri dei maschi di quell’età, sparì del tutto. Tutti diventarono molto più sensibili al freddo. Qualcuno diventò iperattivo. Avevano disturbi del sonno, ci mettevano ore a digerire i cibi che prima digerivano in poco tempo.
Il digiuno protratto portò una serie di problemi psicologici che nella situazione dell’anoressia possono perpetuare il disturbo. Infatti se una persona inizia perché ha delle relazioni interpersonali inadeguate, non riesce ad avere buoni rapporti con gli altri, non riesce ad essere accettata dagli altri, è timida, ha difficoltà ad esprimersi.
A seguito dei sintomi da digiuno, dopo l’iniziale fase di miglioramento, si isola ancora di più e le sue relazioni interpersonali peggiorano.
Con l’instaurarsi della malattia si strutturano una serie di circostanze che fanno sì che la malattia si autosostenga. Certi meccanismi una volta iniziati vivono di vita propria.
L’ultima fase del digiuno è quella dell’ipereccitazione. E’ presente anche negli animali a digiuno ed è quella fase in cui non si riesce più a stare fermi. Non si dorme, si è sempre in movimento, si ha un cedimento del sistema nervoso centrale.

Svantaggi della malattia- Dott.ssa Laura Fornari www.educare.it
Svantaggi della malattia•

Dopo aver ripensato ai vantaggi avuti nei primi giorni di dieta (che è quasi sempre molto severa) si passa ad analizzare le conseguenze “svantaggiose” della malattia nelle stesse aree: umore, autostima,paure e relazioni interpersonali.

Lorena: «La malattia mi rendeva molto nervosa, sia con me stessa che con gli altri. Il cibo mi trasmetteva una forte paura d’ingrassare e un senso di perdita di controllo.
Dormivo sempre, ero molto depressa e mi sentivo sola. Continuavo a perdere peso, da principio mi faceva piacere, poi con l’andar del tempo ho cominciato ad avere paura. Non volevo più mangiare, non riuscivo a controllare il tono dell’umore, mi chiudevo in me stessa e maltrattavo chi avevo intorno.
Mi ha spinto a venire a “Villa Garda” la paura di morire per questo motivo ho chiesto aiuto a chi me lo poteva dare».

Elisabetta: «Relazioni interpersonali: non avevo mai voglia di uscire con gli amici, non potevo partecipare a feste, a cene, ai compleanni, oppure se anche uscivo, pensavo continuamente al cibo e non facevo altro che guardare l’orologio. Ero nervosa e scorbutica con tutti.
Autostima: mi sentivo una nullità, un fallimento, avevo voglia di mangiare ma non riuscivo a farlo. Continuavo solamente a far soffrire gli altri e soprattutto me stessa. Non riuscivo a reagire.
Sulla paura: avevo paura di dare fastidio alle altre persone, di essere di troppo, e soprattutto avevo paura che i miei genitori e i miei amici si vergognassero di me.
Sono venuta a Villa Garda perché la mia vita non era più tale, era diventata un inferno. Adesso voglio ritrovare un equilibrio per realizzare il mio grande sogno, quello di diventare infermiera. Voglio ritrovare la gioia di vivere, di stare in compagnia o semplicemente di mangiarmi un gelato per strada, in tutta tranquillità. Io sono venuta a Villa Garda perché voglio vivere!!».

Isa: «Dopo un’abbuffata mi sentivo spaventata ed arrabbiata. Provavo soprattutto paura, ero terrorizzata dal pensiero del peso che guadagnavo. Ero infuriata per aver permesso che questo accadesse ancora e tutto questo mi faceva odiare me stessa. Pur provando ribrezzo e schifo per quello che stavo facendo non riuscivo a smettere. Erano sempre più frequenti i miei sentimenti di inadeguatezza e di scarso valore. Non riuscivo ad affrontare la gente e a concentrarmi sul lavoro. Avevo forti liti in famiglia ed ero diventata chiusa ed introversa di trascinare parti che non ti appartengono , perdendo così ogni tipo di relazione interpersonale.
Ho deciso di venire a Villa Garda perché ormai avevo la certezza che la mia buona volontà era insufficiente per cambiare. Non era utile, anzi, era dannosa, perché aumentava la mia rabbia e la mia frustrazione.
La mia unica via d’uscita era quella di accettare il programma. Avevo bisogno di una terapia “d’urto” e la vedevo come l’unica ancora di salvezza per non affogare».

Sandra: «Pensieri ossessivi e confusi verso tutto e tutti. Non accettazione e senso di colpa per tutto quello che stava accadendo. Sottovalutazione estrema di me stessa, senso costante d’incapacità, sentivo di dover fare tutto per tutti.
Relazioni interpersonali uguali a niente.
Fatalismo, disinteresse, voglia di non fare più niente, nemmeno di esistere, sopravvalutazione estrema dell’aspetto fisico.
Sono venuta a Villa Garda perché ho dovuto scegliere tra la vita e la morte e ho scelto di continuare a lottare per la vita».

Maria: «Mi hanno spinto a seguire il programma: la stanchezza di una vita ossessionata dal cibo, la voglia di vivere una vita normale, il desiderio di assaporare altri piaceri, come ad esempio viaggiare, la voglia di sentirmi sana e senza sensi di colpa nei confronti degli altri, non sentirmi inferiore alle persone normali.
Volevo anche far respirare i miei famigliari che stavano male, che erano spesso incavolati e non voglio più essere ossessionata dal cibo, non voglio più avere paura di lui, e non voglio più perdere il controllo quando mangio».

Evidentemente l’evitamento del cibo è una soluzione a breve termine, ma alla lunga non funziona; per queste ragazze non ha funzionato.
L’obiettivo della riflessione è quello di accettare di avere tantissimi problemi, ma accettarsi è diverso dal rassegnarsi.
La mentalità che si vuole sviluppare nelle pazienti è di accettazione attiva del problema.
Da queste testimonianze emerge chiaramente come l’anoressia non sia una “scelta di morte”, ma una ricerca di adattamento alla vita, forse anche un modo per chiedere aiuto, per dire con il corpo quello che non riescono ad esprimere a parole o che hanno qualche volta espresso ed è rimasto inascoltato.

5.1. Ricerca sull’immagine femminile nel tempo
Nel corso del quarto gruppo psicoeducazionale due ragazze espongono un cartellone sul quale sono state incollate diverse raffigurazioni di corpi femminili ritratti in epoche diverse…
Sandra commenta: «La prima è l’immagine di una donna greca (la Nike di Samotracia) che esprime il canone della bellezza di quell’epoca. E’ una donna abbastanza formosa, ma non eccessivamente, l’abbiamo chiamata “le ali della libertà”».
Clara: «Le ali della libertà, perché le manca la testa».
Sandra continua:

«Poi arriviamo agli Etruschi, al modello femminile con i fianchi larghi, abbastanza formosa. Poi c’è un periodo in cui la donna viene molto nascosta, però e un modello di saggezza, quest’opera viene chiamata Sapienza, è una donna coperta, quindi aveva un ruolo di secondo piano e il corpo femminile non era visibile ed esaltato. Arriviamo alla Venere di Botticelli, e su questa c’è poco da dire perché è il fulcro della bellezza, quasi perfetta.
Più avanti nel tempo troviamo Monet e Renoir, che ci propongono un modello femminile molto, come dire, tondeggiante ed era l’emblema del candore (in questo caso si sta lavando) è una bellezza pura fino ad arrivare a questa immagine della fine dell’Ottocento, questa è una prostituta, però se guardiamo bene, l’immagine è ben diversa dalle altre, perché ha un po’ di pancia, un po’ di seno. Poi c’è l’opulenza, la regina di Francia, molto fastosa in tutti i sensi, il viso, gli abiti. All’inizio di questo secolo vediamo già una donna molto magra, è un’opera di Munch; una donna molto emaciata, messa a confronto con una donna obesa (Botero).
Prima di questo secolo l’unica immagine di donna emaciata è questa (era tra le Sante anoressiche). Fino ad arrivare ai giorni nostri in cui appunto abbiamo tutti il desiderio di essere come questa top model e da qui l’insoddisfazione delle ragazze di oggi (infatti questa si pesa e dice “che schifo”), fino ad arrivare ad essere intrappolate nel digiuno che guarisce…
Poi c’è una ragazza che è riuscita a dimagrire, voilà: Fino ad arrivare a “la donna non va toccata nemmeno con un fiore”, poi in questa immagine è stata smontata tipo puzzle e la domanda è “Quale parte rifare?”. Poi un’immagine di una mamma che dice “Dopo tutto sono donna, sono mamma”. In fondo una vignetta umoristica: su di una spiaggia dicono: che ignoranti, non leggono, non s’informano, non sanno che la cellulite è sexi”? Questa ricerca è stata fatta per capire quali sensazioni provano le ragazze di fronte a questo cambiamento del canone della bellezza femminile nelle diverse epoche».

Maria: «Secondo me è colpa del consumismo; si è visto che anche l’uomo tiene alla sua immagine, e allora sulle riviste vengono reclamizzati anche prodotti tipo profumo e creme, anche per gli uomini; secondo me è cambiata la società; più facile la vita, più consumismo. Siamo diventati talmente materialisti, la moralità è quella che è, anche i sentimenti sono sempre in secondo luogo; adesso si pensa solo alla ricchezza, star bene ed avere tutte le cose possibili…».

Quasi tutte preferiscono l’immagine di Cindy Crawfort alla Venere del Botticelli. La ragazza che solleva i pesi fa loro pensare alla ginnastica; al peso corporeo; al peso di essere donna; alla forza della sua bellezza.
Evidentemente tuttora la donna non si è sganciata dalla valutazione di se stessa attraverso l’aspetto fisico e questo nel suo processo di emancipazione le crea spesso dei problemi.
L’esplosione delle diete, della mania della magrezza, della chirurgia plastica, sono in contraddizione con valori più importanti come l’essere donna e madre.
Il senso che hanno i valori fondamentali dell’esistenza spesso non si trova in accordo con le richieste pressanti di una società sempre più superficiale. L’importanza del messaggio di questa ricerca è che il valore sul quale si basa la scelta della soluzione anoressica è effimero, momentaneo e non è vero che quelli che le adolescenti imitano siano modelli vincenti, lo sono solo perché vengono imposti come tali dai media della società.
Tutti i periodi della storia sono caratterizzati da specifiche patologie che riflettono l’interazione tra processi intrapsichici e modelli socioculturali. Nel secolo scorso, ad esempio, una patologia prettamente femminile, quale l’isteria, ha avuto una netta prevalenza rispetto ad altri disturbi psichici. Questo è comprensibile se pensiamo al contesto culturale del tardo ottocento ed esprimeva le problematiche delle donne del ceto sociale medio-alto, educate ad una morale sessuale repressiva e contemporaneamente vittime dello stereotipo in voga a quei tempi che richiedeva alla donna di essere femminile e sensuale.
Nella seconda metà del nostro secolo, invece, la possibilità per le donne di accedere alla cultura superiore ed alle professioni maschili ha determinato un differente ruolo socioculturale femminile. Da qui i conflitti tra indipendenza e dipendenza, tra vecchi e nuovi; da qui la diffusione di un nuovo, rigido, ideale di bellezza; da qui l’emergere di una nuova patologia prevalentemente femminile, che esprime le problematiche della donna. In una ricerca di Catherine Steiner-Adar effettuata nello stato di New York, è emerso che soltanto le ragazze che si identificavano completamente con l’ideologia della superdonna, presentavano disturbi psicologici legati all’alimentazione. Si trattava di ragazze che aspiravano a soddisfare gli ideali imposti sia dalla mascolinità che dalla femminilità e che attribuivano grande importanza al proprio aspetto fisico.
In effetti per le donne che aspirano al prestigio, alla carriera, alla professione, quello di un corpo piatto e androgino appare come un modello ben più consono al ruolo rispetto all’immagine di un corpo formoso e curvilineo (associata sia a valori frivoli che alla capacità riproduttiva).

A conclusione del primo ciclo d’incontri d’informazione più volti a capire la “fisicità” del disturbo, si chiede alle ragazze di descrivere quali sono stati gli effetti fisici negativi della dieta, del vomito, dei lassativi e dell’esercizio fisico eccessivo.

Isa: «Io ho scritto qualcosa sugli effetti fisici del vomito: dolore atroce al collo e un rigonfiamento tale alle ghiandole salivari da far fatica persino a deglutire, forti dolori ai condili con lesioni nella regione osteo-mandibolare, la sensazione che lo stomaco si rompesse, continui e insistenti mal di testa, distruzione dello smalto dei denti, tagli che non guarivano mai alle dita che usavo per procurarmi il vomito».

Rosa: «Problemi ai reni, al cuore, perdita di massa muscolare, perdita di calcio».

Enrica: «Diminuzione della massa muscolare, la perdita di capelli, amenorrea, osteoporosi, abbassamento della pressione, il freddo intenso, l’aumento della peluria e poi il versamento pelvico (anche i bambini denutriti hanno la pancia gonfia, piena d’acqua, a causa della perdita di proteine)… poi la pelle secca, la diminuzione della concentrazione e l’appannamento della vista.
Per il vomito: l’ingrossamento delle ghiandole salivari, lacerazione dei condili , danno a livello dei denti, ulcere allo stomaco e all’esofago, diminuzione del battito cardiaco, svenimenti, pericolo d’infarto, crisi tetaniche; infiammazione ai legamenti tendinei per l’iperattività, con il freddo i geloni, i crampi, gli stiramenti…
A causa dell’uso esagerato di lassativi: irritazione intestinale, perdita di elettroliti, calcolosi renale».

La testimonianza di quasi tutte le ragazze è come questa; questo compito viene assegnato perché le pazienti capiscano che c’è anche un corpo che, al di là di tutti i problemi psicologici, soffre enormemente per la conseguenza di comportamenti molto rischiosi.
Quasi sempre tutti questi sintomi sono reversibili con la ripresa di una alimentazione adeguata, tranne l’osteoporosi (la rarefazione della massa ossea). Questo è un grosso problem

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Educatrice Professionale e Criminologa.
Lavora per il Ministero Della Giustizia come Funzionario giuridico pedagogico. Redattrice del portale Eduprof.it dal 2003 ad oggi ed autrice di numerosi articoli sul tema pedagogico/criminologico.