I mediatori culturali: oltre il pragmatismo un po’ di teoria

I mediatori culturali: oltre il pragmatismo un po’ di teoria

La figura deI mediatore interculturale o culturale, o linguistico-culturale è da alcuni anni al centro della discussione dell’azione educativa e sociale di matrice interculturale.
Molte amministrazioni locali ne hanno fatto una bandiera, altre lo ritengono inutile. In ambito scolastico alcuni ne vedono l’assoluta utilità mentre altri lo ritengono assolutamente inutile quando non sostitutivo dell’insegnante.
Dopo anni di sperimentazione è giunto dunque il tempo di provare a fermarsi a riflettere organizzando i dati sin qui emersi in una proposta teorica. Magari con qualche ausilio proveniente da studi comparativi sulle realtà e le esperienze di altri paesi.
In Italia pochi hanno tentato un’operazione di sintesi di questo tipo. Tra questi certamente Graziella Favaro del Centro COME di Milano (in particolare per quanto riguarda i mediatori linguisitici. Ne abbiamo già parlato recensendo il volume “Bambini stranieri a scuola”).
Uno studio più ampio è stato invece compiuto da Massimiliano Tarozzi che, sotto la guida di Piero Bertolini, ha dedicato al tema dei mediatori culturali il proprio dottorato di ricerca.

Ne è uscito un volume edito da CLUEB (Bologna, 1998) titolato “La mediazione educativa. Mediatori culturali tra uguaglianza e differenza”

La scuola di Bologna, dunque. L’approccio fenomenologico – ermeneutico che si richiama a Piero Bartolini ed al gruppo di Enciclopaideia (tra le molte opere: Postprogrammazione di Gabriele Boselli e Nel tempo della pluralità. Educazione interculturale in discussione e ricerca a cura di Duccio Demetrio. In quest ultimo volume Tarozzi si era già cimentato in un saggio di Pedagogia Interculturale ove, malgrado una partenza molto critica e all’attacco, si trova comunque costretto a inserire tra le direzioni intenzionali originarie – tanto care all’impianto fenomenologico – proprio quella dimensione interculturale che nella precedente riflessione fenomenologica era assente, cfr. Corso di pedagogia di scienze dell’educazione curato da Bertolini per Zanichelli).

Enciclopaideia: uguaglianza e differenza.
Una polarizzazione insanabile

Il saggio di Tarozzi è certamente composito nella sua pretesa di abbracciare un’ampia parte dell’universo. Si va così da un interessante studio dell’approccio interculturale in Gran Bretagna ad un interessantissimo affondo epistemologico (cap. 2: Questioni di epistemologia interculturale. Il Padradigma fenomenologico e l’esigenza della mediazione), da una analisi della figura del mediatore culturale tra realtà e progetto (cap. 3, con analisi dell’esperienza francese oltre che britannica) ad una ricerca qualitatativa ed auto/biografica sulla figura del mediatore culturale (cap. 4).

L’assunto di fondo, come scrive Bertolini, sta nella insanabile antinomia della pedagogia interculturale presa tra due dimensioni: uguaglianza e differenza.
Dimensioni che si ritrovano – ancora una volta insanabili – quando si tratta di definire i tratti caratteristici della figura del mediatore.
Figura che, scrive Tarozzi – costituisce una “dimensione fondamentale dell’educazione interculturale, ma non necessariamente a questa funzione deve corrispondere un’unica figura professionale che la svolga” (pag. 191). Tale figura è infatti caricata di eccessive aspettative. Così, prima di cercare di definire gli ambiti di azione del mediatore, Tarozzi cerca di sgomberare il campo dicendo cosa il mediatore non è.

Cosa non è il mediatore

1. Il mediatore culturale non è l’esperto di intercultura cui demandare tutto cio che concerne l’educazione intterculturale e l’integrazione dei bambini non autoctoni

2. Non è pensabile che tutte le funzioni della mediazione siano svolte da una sola persona che peraltro dovrebbe possedere abilità e capacità illimitate.

3. Non è legittimo delegare in toto al mediatore il ruolo di agente, principale o esclusivo, del cambiamento sociale. Questo tipo di aspettativa, che diviene delegam è ancor più preoccupante in quanto indice di immobilismo o di disinteresse.

4. La mediazione cognitiva (ovvero la presenza costante di un mediatore culturale in una classe in cui vi siano molti bambini di etnica minoritaria ad affiancare il lavoro dell’insegnante) è una funzione non solo difficilmente realizzabile ma nemmeno auspicabile. Costruire uno spazio interattivo appropriato, come sostengono Favaro e Demetrio, è compito dell’insegnante, non di altri.

5. Non sembra auspicabile nemmeno la figura del mediatore come informatore, ovvero come colui che entra nelle classi con interventi sporadici per far conoscere la cultura di un determinato paese. E’, in sostanza, il rischio di ridurre la cultura alla dimensione foklorica.

6. Il mito della imparzialità. Il rischio è che il mediatore si trovi tirato dalle due parti e di non riuscire a gestire questa difficilissima situazione.

Gli ambiti di un proficuo intervento
della figura del mediatore.

Detto ciò che il mediaotre non è Tarozzi precisa gli ambiti in cui ritiene proficuo il ricorso a figure professionali di mediazione culturale:

1. Situazioni di emergenza. Spesso è il caso del lavoro di interpretariato nei confronti di ragazzi appena giunti da un paese straniero. Ma, trattandosi di situazioni limitate e a termine dovrebbero terminare una volta cessata l’emergenza.

2. Funzione di back office. Non sportello e/o assistenza diretta ma consulenza ai responsabili dei vari servizi per tutto ciò che riguarda la fomrazione e l’aggiornamento degli insegnanti, l’acquisto di materiali, l’organizzazione scolastica, le scelte strategiche, ecc.

3. Animazione interculturale. Attualmente questa figura è legata a interventi sporadici di carattere infomrativo. Si tratta di andare oltre giungendo alla figura dell’animatore culturale.

Le competenze del mediatore culturale
come operatore pedagogico

Quali le competenze (gli skills, come li chiama Bertolini in L’esistere pedagogico riferendosi ad ogni operatore pedagogico) del mediatore culturale come operatore pedagogico?

In sintesi:

1. Consapevolezza dell’infinità del proprio compito. Da qui il senso del limite e dell’imperfezione da trasformare in caratteristica positiva, maggiore consapevolezza e responsabilità nei confronti di ogni azione e decisione.

2. Competenza pedagogica: le relazioni che egli instaura sono sempre relazione educative e richiedono conoscenze ed abilità specifiche: tecniche della comunicazione, dell’animazione, della conduzione del gruppo, di identificazione personale, di tipo manageriale.

3. Una buona conoscenza della lingua italiana e di almeno una delle lingue veicolari dei gruppi etnici presenti sul territorio affiancata da buone capacità comunicative.

4. Capacità comunicative: il mediatore dovrà essere un costruttore di relazioni e un manutentore delle stesse.

5. Il mediatore dovrebbe appartertenere alla medesima etnia degli utenti a cui si rivolge

6. Il mediatore è capace di prevenire e di gestire i conflitti (come un diplomatico o un esperto di educazione alla pace)

7. Il bagaglio professionale del mediatore culturale è costituito anche da abilità individuali, sia naturali che culturali che, in quanto soggettive, sono di per sè inclassificabili ma costituiscono anche il tratto distintivo di un soggetto.

Andare oltre l’improvvisazione

Un identikit preciso, fondato epistemologicamente, frutto di uno studio attento ed approfondito su cui riflettere o con cui, per lo meno, fare i conti.

Quello che normalmente non fanno assessori e/o politici e/o responsabili di processi formativi come quella dell’aneddoto iniziale.

E si capisce perché poi siamo sempre nell’emergenza.
O meglio all’ improvvisazione.

Aluisi Tosolini

Fonte:

http://www.pavonerisorse.to.it/intercultura/2000/mediatore.htm

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Educatrice Professionale e Criminologa.
Lavora per il Ministero Della Giustizia come Funzionario giuridico pedagogico. Redattrice del portale Eduprof.it dal 2003 ad oggi ed autrice di numerosi articoli sul tema pedagogico/criminologico.