Il pregiudizio: atteggiamento nei confronti dell’etnie

Un importante contributo allo studio delle relazioni tra diversi gruppi etnici, e in particolare degli atteggiamenti e dei comportamenti discriminatori che all’estremo possono assumere la forma del razzismo, è stato fornito dallo studio delle interazioni tra dimensioni individuali e dinamiche collettive. Tale approccio costituisce un’interessante premessa alla comprensione delle relazioni interetniche, rispetto alle quali queste due componenti sembrano giocare un ruolo
fondamentale. In tal senso è stata più volte indicata la necessità di un approccio multidimensionale: una comprensione completa dei fenomeni alla base delle relazioni e conflittualità interetniche.

Nell’ambito degli studi di psicologia sociale, dalla rilevazione di quell’intreccio è scaturito un nuovo approccio per l’analisi dei comportamenti umani. Quelli che sono spesso indicati come i tre “fondatori” della moderna psicologia sociale dei gruppi, e cioè Kurt Lewin, Muzafer Sherif e Henri Tajfel, ci hanno mostrato che gli individui «non si pongono necessariamente in rapporto
reciproco in quanto individui; molto spesso, si comportano come membri di categorie sociali ben definite e nettamente distinte. Le dinamiche sociali che in tal modo s’instaurano riguardano, quindi, i diversi soggetti che agiscono in quanto membri di un determinato gruppo. Ma ciò che
sembra di estremo interesse è che gli studi sui rapporti intergruppi, soprattutto quelli di Sherif sulla strada tracciata da Lewin con le ricerche sulla dinamica di gruppo, hanno mostrato che il solo fatto di appartenere ad un gruppo influenza gli atteggiamenti degli individui nei confronti di altri percepiti come appartenenti a gruppi diversi dal proprio» Successivamente, è stato messo in evidenza, soprattutto da Tajfel e da coloro che, come W. Doise, a lui si sono
riferiti, il ruolo fondamentale dell’appartenenza di gruppo per l’identità sociale
degli individui.
Da ciò è partito un filone di ricerche cui si deve la descrizione di alcune delle situazioni in cui, a causa di ciò, le relazioni tra membri di diversi gruppi possono dar luogo a situazioni di ostilità. Non a caso, una di tali situazioni è quella delle relazioni interetniche a proposito delle quali qualcuno ha parlato di “conflittualità da appartenenza” Alla luce di tali considerazioni ci si può rapportare alle modalità con cui le relazioni etniche si esprimono tra gli individui in concreto, partendo da un interrogativo: “Come si pongono gli individui nei confronti di chi è percepito da
loro come etnicamente diverso?”. Tale quesito si può esprimere in termini più precisi, tenendo conto delle considerazioni fatte finora, nel modo seguente:
“L’appartenenza ad un gruppo può influenzare le percezioni della diversità sociale e gli atteggiamenti nei confronti degli individui che si percepiscono come etnicamente diversi?”.
Per tali ragioni la riflessione sulle relazioni etniche si è spesso imperniata sul concetto di pregiudizio, nella sua forma di atteggiamento orientato in senso negativo nei confronti di un individuo percepito come membro di un gruppo etnico diverso dal proprio.
Partendo da tali considerazioni, il concetto di atteggiamento sembra delinearsi come unità di analisi rispetto alla quale dar conto delle interrelazioni tra fattori psicologici e fattori sociali che si esprimono nelle relazioni interetniche.
Ma, occorre ricordare che spesso tale concetto è stato anche bersaglio di aspre critiche da parte di chi era preoccupato di evidenziare l’influenza delle dimensioni sociali e di contesto sui comportamenti umani. È pur vero che gli studi sugli atteggiamenti, nel privilegiare l’aspetto dell’organizzazione individuale dei processi psicologici che conducono alla formazione degli atteggiamenti stessi, hanno spesso trascurato le sue determinanti sociali .Non è un caso
che, proprio partendo da un approccio sociopsicologico allo studio dei processi cognitivi, gli atteggiamenti siano stati studiati come l’espressione individuale delle conoscenze, valutazioni e disposizioni ad agire nei confronti di un determinato “oggetto” socialmente rilevante Tali sviluppi sono poi evidenziati nei più recenti studi sociopsicologici – soprattutto quelli
relativi alle rappresentazioni sociali– che hanno in seguito messo in luce la rilevanza delle conoscenze condivise nei gruppi, vale a dire quelle conoscenze che si sviluppano tramite un’attività coordinata delle interazioni che avvengono all’interno dei gruppi stessi.

IL PREGIUDIZIO: TEORIE PSICOLOGICHE E PSICOSOCIALI

Il concetto di atteggiamento, inteso come predisposizione stabile a reagire in modo costante nei confronti di specifici “oggetti sociali”, si è rivelato efficace per lo studio dei fenomenologia sociale legata al pregiudizio ed ai comportamenti discrimatori che spesso ne derivano, in quanto, tale concetto, all’interno dei processi che sono alla base della percezione sociale di individui appartenenti a gruppi etnici diversi dal proprio, permette di distinguere componenti cognitive, di valore (cioè di natura affettiva-emotiva-valutativa) e conative, in quanto tendenze
all’azione concreta, due componenti che si sono spesso rivelate determinanti nelle ricerche sui conflitti inter-etnici . In realtà, molte sono state le teorie sul pregiudizio che si sono avvicendate
nella storia delle discipline psicologiche. Ognuna di tali teorie richiama l’attenzione su uno o più fattori causali, e ciascuna di loro consente un tipo particolare di comprensione di un problema che appare molto complesso.

Le spiegazioni “individualistiche”.

Un primo livello di spiegazione del pregiudizio potrebbe essere individuato in quello che Doise indica come “livello intrapersonale”, che descrive come gli individui organizzano la loro percezione, valutazione dell’ambiente sociale ed eventuale conseguente comportamento. Ciò, in sintesi, riguarda i meccanismi attraverso i quali l’individuo organizza la propria esperienza.

La “personalità autoritaria”.

Al primo livello così descritto possiamo riferire, in primo luogo, le spiegazioni che considerano il pregiudizio come una tendenza irrazionale e di natura patologica. Esse, nate in varia misura nell’ambito dell’approccio psicodinamico, individuano le origini del pregiudizio nella disposizione e nel funzionamento psichico dell’individuo, considerato come il prodotto di una determinata storia personale, e che lo hanno potuto condurre ad atteggiamenti pregiudiziali e/o a
comportamenti discriminatori.

L’analisi cognitivista.

È stato l’approccio psicosociale di impostazione cognitivista, da Allport alla Social Cognition, ad aver mostrato che le teorie individualiste di tipo psicodinamico propongono, di fatto, come dice Tajfel, un’immagine di «uomo che ha perso la propria razionalità» : le teorie della
motivazione inconscia escludono, nel proporre la loro spiegazione del fenomeno del pregiudizio, i processi cognitivi di base attraverso i quali l’individuo cerca di comprendere il mondo esterno.
Riferendoci ad un contesto sociale, tipico delle società multietniche interessate da consistenti flussi migratori, i processi che sono alla base della percezione della diversità etnica avvengono all’interno di una situazione nuova per l’individuo, nella quale esso si trova ad instaurare rapporti (più o meno stretti) con alter appartenenti a gruppi e/o categorie diverse. A questo punto l’importanza di tali processi risiede nel bisogno di una “riduzione di complessità” da parte del soggetto, che si concretizza nella riorganizzazione cognitiva conseguente
all’ingresso nel campo percettivo del soggetto stesso di “oggetti” sociali in continuo mutamento. Bisogna poi aggiungere che è stato molto rilevante per la psicologia sociale mettere in luce che la percezione della diversità è sempre accompagnata dalla valutazione che il soggetto dà di essa in riferimento ad un determinato modello valoriale socialmente diffuso.
Egli sembra privilegiare il livello più individuale nel momento in cui spiega il pregiudizio a partire dalle dinamiche psicologiche più generali attraverso le quali l’individuo percepisce il mondo esterno, padroneggiando la “complessità” tipica di ogni società multietnica, e costruendo, su tale base, i suoi atteggiamenti verso i vari “oggetti sociali” con cui egli si trova in contatto.
Quella che egli chiama “normalità del pregiudizio” si basa innanzi tutto su vari meccanismi di semplificazione e organizzazione delle conoscenze, il più importante dei quali è quello della categorizzazione, vale a dire il raggruppamento percettivo di stimoli ed eventi in classi (quanto più possibile) omogenee. Questo processo permette all’individuo, oltretutto, di inquadrare qualunque “oggetto sociale” o evento, che si presenti nel suo campo percettivo in un sistema cognitivo coerente, e sulla base del quale l’individuo stesso organizza il proprio
atteggiamento verso tale oggetto o evento.
Nell’uso ordinario, condizione necessaria e sufficiente per l’inclusione nella categoria è il possesso dei requisiti di base, quelli che la definiscono e che, per definizione, devono essere posseduti da tutti gli individui che vi appartengono.
Nel caso del pregiudizio, invece, i requisiti di base che definiscono la categoria, e che sono relativi ad appartenenze sociali, influiscono in modo determinante sull’attribuzione di requisiti del tutto accessori, di tipo psicologico, come i tratti di personalità, le disposizioni, le qualità morali, ecc.
Questi ultimi tratti sono associati ai requisiti di base in maniera molto stretta, finendo per diventare in qualche modo anch’essi parte della definizione, e stabilendo dunque in modo arbitrario una corrispondenza tra la definizione oggettiva (in termini di appartenenza) e quella soggettiva (in termini di disposizioni). Allport, poi, mette in evidenza (e tale affermazione sarà importante per i successivi sviluppi della psicologia sociale) che a tale sistema cognitivo è
associata una componente affettivo-valutativa, la quale contribuisce ad aumentarne l’inerzia. La condivisione sociale del rafforza il senso di appartenenza al gruppo, in quanto in certe circostanze, ad esempio, «è piacevole sentire che le nostre categorie sono simili a quelle dei nostri vicini, da cui dipende in parte il nostro senso di integrazionesistema di categorizzazione »
Un altro importante processo cognitivo che, secondo Allport, appare nella fenomenologia del pregiudizio è la generalizzazione, in quanto processo-base della categorizzazione. Esso nasce dalla tendenza della mente dell’uomo ad estendere le osservazioni effettuate su pochi eventi disponibili a più ampie serie di tali eventi.
Alla generalizzazione si affianca una forma di “distorsione percettiva”, chiamata accentuazione percettiva: gli oggetti inclusi in una certa categoria sono percepiti più simili tra loro – con una sottistima dei caratteri che li possono distinguere l’uno dall’altro – rispetto ad oggetti inclusi in categorie diverse. Dalla combinazione di questi due processi deriverebbero, sempre secondo Allport, una serie di “errori”, legati al fatto che alcuni dati che identificano la categoria e che si
generalizzano siano più visibili e salienti di altri.
In conseguenza di ciò deriva, in primo luogo, la tendenza a considerare i tratti distintivi di un gruppo molto più diffusi tra i suoi membri di quanto non sia in realtà.
In secondo luogo, si verifica quella che Allport chiama «condensazione degli atteggiamenti intorno a tratti visibili», e che si esprime nel fatto che ogni tipo di differenza tra i gruppi, soprattutto le “caratteristiche sensoriali distintive”, cioè quelle immediatamente percepibili, possono servire da “polo di condensazione” per ogni tipo di giudizi e di sentimenti nei riguardi di un determinato gruppo. In altri termini, ogni tipo di descrizione dei gruppi, come quelli etnici, si estenderà anche a tratti e caratteristiche che nulla hanno a che fare con la differenza in questione.
Dalla combinazione dei processi di categorizzazione e generalizzazione deriverebbe poi, secondo Allport, lo stereotipo, che ancor oggi è considerato come uno dei concetti-chiave della spiegazione psicosociale del pregiudizio che è da lui ripreso da precedenti ricerche per dargli una rilevanza euristica fondamentale. Lo stereotipo è da lui inteso come «un’opinione esagerata in associazione ad una categoria», la cui funzione è quella di «giustificare
(razionalizzare) la nostra condotta in relazione a quella categoria». Si tratta del «contenuto ideativo (immagine) che si lega alle categorie», caratterizzato da una componente cognitiva, in termini di immagini fisse, e una componente valutativa.
Allport, in sostanza, distingue lo stereotipo dalla categoria, in quanto “idea fissa”che l’accompagna.

Claudio Marra

http://www.cestim.it/sezioni/tesi/tesi_marra.pdf

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Educatrice Professionale e Criminologa.
Lavora per il Ministero Della Giustizia come Funzionario giuridico pedagogico. Redattrice del portale Eduprof.it dal 2003 ad oggi ed autrice di numerosi articoli sul tema pedagogico/criminologico.