Anoressia nervosa: un handicap indotto

Poi c’è chi nasce “perfetto”! S’è già percorso nei capitoli precedenti le tappe evolutive attraverso le quali ogni individuo, nella propria individualità, interagisce con la madre, la famiglia, la scuola, gli amici e la società in genere. Se si nasce “perfetti” e nell’adolescenza ci si trova affetti da un handicap tale che preclude la possibilità di convivere, di avere buone relazioni affettive ed amichevoli, che porta ad avere un corpo malato, qualche volta tanto malato da soccombere, qualche cosa di sbagliato nel processo educativo ci deve essere stato.
Spesso molti sintomi di questa malattia sono precocissimi, già nel lattante, nella prima infanzia, come abbiamo visto, alcuni disagi si evidenziano. Sia in famiglia, che nella scuola purtroppo questi problemi quasi sempre passano inosservati. Non è strano che acquistando un cucciolo di cane o di gatto si acquisti anche un manuale che spieghi come allevarli e trattarli al meglio, mentre diventando genitori si ritiene di avere questa capacità educativa innata?
Il mio primo impiego è stato come puericultrice, avevo diciotto anni, eppure quante volte mi ha disorientato assistere a scene di impaccio tale nel tenere in braccio il proprio bambino, da non poterne ancora dimenticare la sensazione di “fastidio” che ciò mi provocava. Non sembra vero, ma molte rifiutano di allattare per paura di rovinarsi il seno. Anche nella scuola purtroppo, che dovrebbe essere il luogo pedagogicamente più favorevole, agiscono persone non sempre all’altezza di un compito tanto “determinante” nella corretta formazione dei bambini e dei ragazzi.
Poi c’è la burocrazia, come s’è detto nel paragrafo 4.1, in alcuni casi evidenti di grave disagio del bambino maltrattato, la scuola ha tempi lunghi d’intervento che aggiunge handicap sociale a quello che è stato già provocato in famiglia.
La sensazione è che traumi molto gravi, come le violenze fisiche e sessuali, possano portare a comportamenti asociali o contro se stessi più evidenti, meno subdoli ed enigmatici di quanto avviene per l’anoressia nervosa. Il comportamento anoressico dà la sensazione di uno sforzo costante per mantenersi in “carreggiata”; l’atteggiamento è quello di un guidatore insicuro, impegnato a non sbandare ma a un certo punto l’ansia per la sua sensazione d’incapacità come guidatore è tale che rinuncia all’auto.
Spesso le famiglie di queste ragazze, non sapendo come trasmettere loro sicurezza e fiducia in se stesse, le mettono continuamente in guardia dai “pericoli della vita”; «mia madre mi diceva sempre di stare molto attenta, perché la vita è difficile e brutta» (Piera, 25 anni, anoressica da tre anni). Perché questa mamma pensava di far del bene a sua figlia dicendole quanto fosse brutto e difficile vivere?
Può darsi che per lei lo sia stato veramente! Spesso le mamme di queste ragazze sono persone scontente e insoddisfatte che sperano di vedere i propri sogni “infranti” realizzati nelle figlie. Spesso si mettono al loro servizio, credendo che quello sia il modo giusto d’amarle. Invece, senza rendersene conto, trasmettono alle figlie il messaggio che crescere è pericoloso, che non possono diventare autonome e queste ubbidiscono inconsciamente al messaggio.
Spesso succede che queste mamme vivano molto male anche la comparsa del ciclo mestruale delle figlie; fanno loro capire che adesso per loro i rischi sono anche peggiori. Insegnano alle figlie a mascherare nel miglior modo possibile questo evento “da sopportare”, con l’uso di deodoranti e saponi, come se fosse qualcosa di sporco, di contaminante. Quale modo distorto per dimostrare il proprio amore!
Silvia Vegetti Finzi così ci parla di questo evento: «Il flusso mestruale, in quanto incontenibile, costituisce un duro banco di prova per la padronanza di sé, minacciando la sublimazione e l’idealizzazione della propria immagine, su cui le donne fondano gran parte del proprio valore» .
La scomparsa di almeno tre cicli mestruali consecutivi è, secondo il D.S.M. IV uno dei criteri diagnostici dell’anoressia nervosa. Spesso questo si verifica molto prima del dimagrimento e anche dopo quando il peso corporeo è compatibile con il verificarsi del ciclo mestruale. In questi casi si può spiegare solo come un “veto mentale” che trova la sua forza in un’opposizione strenua alla crescita, in una paura “angosciante” che può trovare origine nella percezione di sé come appartenente ad un genere svalutato, sapere di appartenere al sesso femminile, ma non sentirsi pronte ad accettare il ruolo di genere, di quel modello materno che non si condivide.
A completare l’opera in questa confusione emotiva, ci pensa la società, che come ampiamente descritto in tutto il lavoro precedente, propone modelli femminili vincenti che sono sempre più lontani dal simbolismo femminile tondeggiante e contenente. Si è dunque passati dal rischio del «complesso di Cenerentola», che porterebbe la donna ad accettare ruoli subalterni, nella famiglia, nella politica, nel lavoro in genere, a quello della «sindrome della Superdonna» particolare malanno già descritto in America, caratterizzato dalla super-efficienza di alcune donne – le Superdonne – che nel lavoro, in famiglia e con gli amici sono sempre perfette, manager e sirene, tese verso il successo su tutti i fronti, fino al collasso .
In questi giorni (è tempo di sfilate) ogni volta che si accende la televisione si vedono sfilare immagini femminili “eteree”. L’ipocrisia dei mezzi di comunicazione e dei venditori di fumo (moda) non ha limiti. «Non vogliamo più modelle anoressiche», dichiaravano fino a qualche mese fa stilisti interpellati su questo problema. Solo se si è ciechi non si vede che queste ragazze sono pelle e ossa!… Il mezzo televisivo, baby-sitter di queste ultime generazioni, amica e compagna di tante ore di solitudine, riesce ad orientare e ri-orientare atteggiamenti e stili di vita; la pubblicità non si limita a registrare pregiudizi e comportamenti, ma li produce .
Di questa inversione, la costruzione di un immaginario sociale sul corpo femminile è la forma più esplicita. E’ vero, tutti viviamo nella società, tutti siamo sottoposti allo stesso bombardamento, ognuno di noi ha le proprie insicurezze, ma l’equilibrio umano è così fragile (in situazioni particolari) che non si sa esattamente qual è “la goccia che fa traboccare il vaso”. Non si potrebbe esprimere meglio questo concetto se non impadronendosi di quanto ci dice, a tale proposito, la psicologa G. Abertoli :

O ci sono pochi bambini equilibrati, ossia adattati alle situazioni di realtà, oppure il parametro di giudizio usato discrimina più che comprendere gli atteggiamenti nella loro armonica e dinamica diversità. Ma l’una è conseguenza dell’altra. Il che fa supporre educatori senza capacità progettuale tesa al dover essere del bambino. Dover essere non del bambino generico, ma di quello unico e irripetibile che ti sta sotto gli occhi: una sinfonia inimitabile, tutta da ascoltare, in silenzio, con la massima concentrazione per non perderne una sola nota, pena l’incomprensione dell’opera.

Quando, quante e quali note saranno state perse nel percorso educativo che sfocia nel comportamento anoressico?

Dall’eteronomia all’autonomia nel percorso rieducativo

Dall’eteronomia all’autonomia nel percorso riedu-
cativo

Lo scrittore americano Hodding Carter una volta disse: «Due sono le cose durature che possiamo sperare di lasciare in eredità ai nostri figli: radici e ali».
Per avere solide radici il bambino deve sentirsi sicuro e la sicurezza gli viene dal percepirsi amato. Non amore soffocante, ma amore che è pieno di accettazione dell’altro. Dalla stima in se stesso, che dipende in gran parte dal modo in cui viene trattato dagli adulti, il bambino trova la linfa vitale per crescere socialmente e individualmente. Ha bisogno di capire che se fa qualcosa di male, dovrà pagarne le conseguenze, ma non sarà per questo “giudicato” cattivo.
La fiducia in se stesso il bambino se la crea anche “imparando” a fare le cose da solo. E’ necessaria una “ragionevole” disciplina e di senso dei limiti che lo facciano sentire riconosciuto e rispettato come persona, ma la vera fiducia in se stessi dipende dall’acquisizione di capacità concrete. La maggior parte dei genitori accetta il principio che l’indipendenza sia uno degli obiettivi fondamentali dell’educazione dei figli. Molto spesso però questa intenzione viene ostacolata da una serie di timori qualche volta infondati ed eccessivi. Un bambino si sente soddisfatto di se stesso solo quando sa di essere una “persona capace” di fare delle cose adeguate alla sua età. Il bambino di quattro anni che non sa vestirsi da solo, quello di sette che non sa leggere, quello di dieci che non sa andare in bicicletta, soffrono di mancanza di fiducia in se stessi e sviluppano un’angosciante insicurezza.
Un’altra importante fonte di sicurezza è la sensazione che la famiglia sia una struttura di sostegno. In un’epoca in cui la chiesa, la scuola e le strutture governative hanno perso gran parte della loro autorità, in cui molti matrimoni finiscono con il divorzio, il senso della solidità della famiglia è essenziale affinché il bambino cresca sicuro e fiducioso.
Un altro atteggiamento che dà al bambino una percezione solida del proprio io è l’accettazione e il rispetto da parte dei genitori della sua individualità. E’ frequentissimo sentire genitori che parlano dei loro figli come se fossero un puzzle formato da una caratteristica materna, una paterna o del tal nonno o dell’altro (questo anche in presenza del figlio). Questo dà la spiacevole sensazione di essere la copia carbone di qualcun altro, senza la possibilità di avere una natura propria da orientare in base alle proprie aspirazioni.
L’autocoscienza è la base necessaria per la fiducia in se stessi e aiutare un bambino in tale acquisizione è un processo lungo e delicato. Incomincia sin dalla prima infanzia e i genitori devono essere in grado di percepire quando si deve incoraggiare l’autonomia o mettere dei freni. Lasciarlo libero troppo presto lo farebbe sentire “allo sbando”, tenerlo dipendente troppo a lungo indebolirebbe il suo carattere. Il bambino i cui primi tentativi di mangiare da solo vengono scoraggiati, può decidere di lasciare che gli altri continuino a prendersi cura di lui, per insicurezza, per pigrizia, per la paura di “non farcela”.
Le ali: è importante alimentare la naturale curiosità intellettuale del bambino, avere rispetto per le sue domande, senza pensare di dovergli dare tutte le risposte, ma piuttosto aiutarlo a trovarle da sé. Soprattutto in questi anni, dominati dalla televisione, bombardati come sono da informazioni e disinformazioni, i bambini hanno bisogno di una direttiva per giudicare e distinguere.
L’obiettivo non deve essere quello di dare al bambino qualcosa che gli manca, ma di conservare e rafforzare quelle qualità di cui ognuno è più o meno dotato. Molti genitori credono di dover sempre e soltanto criticare e rimproverare i figli per correggerli, per incitarli ad essere “migliori”. Molto spesso è molto più incoraggiante una lode per un comportamento buono o un sincero “grazie” per una particolare attenzione. Si vedono molti genitori comportarsi più gentilmente con i vicini, con gli amici, con i loro superiori che con i propri figli.
Poi c’è chi confonde l’amore con la permessività. L’amore esige una distinzione tra la persona amata (che è buona) e il suo comportamento (che non sempre è buono). Permissività significa tollerare un comportamento sbagliato, molto spesso per paura, e l’amore non c’è dove c’è paura come è vero il contrario. Permettergli di fare tutto quello che vuole già dai primi anni di vita è il peggior servizio che un genitore possa rendere a un figlio: verrà interpretato come una forma di debolezza e d’abbandono.
E se a un certo punto della sua crescita il figlio si trova a dover vivere senza radici né ali? Come aiutarlo quando alle spalle ci sono anni di errori educativi (sempre in buona fede, s’intende) e circostanze sociali che lo portano a vivere con un senso d’inadeguatezza, con la convinzione di non meritare un ruolo nella vita di relazione, di non essere degni di ricevere amore? Credo che la risposta sia ovvia: bisogna riprogettarsi come genitori! S’è detto che è una cosa ovvia eppure nel caso delle ragazze anoressiche, sembra essere la cosa più difficile da ottenere. «Se i genitori comprendono e collaborano, le possibilità di guarigione sono “molto” più elevate». Su questo sono d’accordo tutti i terapeuti, eppure spesso il problema viene sottovalutato e a lungo ignorato dai genitori stessi, nel tentativo di difendersi da una realtà inaccettabile. Una diagnosi precoce e un conseguente tempestivo intervento sono elementi decisivi per una prognosi favorevole.
Con il trascorrere del tempo la vita di queste ragazze diventa una ritualizzazione che si struttura sempre più rigidamente e dopo anni di malattia, rieducarle ad un nuovo stile di vita diventa un’impresa disperata. Perciò, la prima cosa che si può consigliare ai genitori è di avere sempre una particolare “attenzione” ai comportamenti dei figli senza per questo essere dei segugi sempre all’erta che frugano fra diari e cose intime.
C’è da dire che le ragazze anoressiche negli anni preadolescenziali sono quasi sempre le tipiche “brave bambine” in casa e a scuola, le prime della classe; paradossalmente questo “voler essere sempre le più brave” può essere uno dei sintomi “nevrotici” che in situazioni non facilmente controllabili portano alla soluzione anoressica. Questo atteggiamento può essere un comportamento appreso dalla madre, con la quale la ragazza anoressica è spesso in conflitto e in competizione. Queste mamme, spesso frustrate nel loro ruolo di casalinghe, non sopportano l’imperfezione dell’apprendistato (faccio prima a farlo io!!) e continuano oltre il limite ragionevole ad imboccare e vestire perfettamente i figli, togliendo loro la possibilità di una reale emancipazione, salvo poi “rinfacciare” loro di non essere di nessun aiuto in casa.
Un primo passo verso la reale autonomia delle figlie, potrebbe essere la scelta delle loro madri di poter essere una donna realizzata che sente come suo il “diritto” di occuparsi del marito e dei figli, senza vivere tale scelta come un tradimento del femminismo.
Stessa cosa per il caso contrario. Se una donna per la propria realizzazione o per necessità svolge un lavoro fuori casa, non deve colpevolizzarsi se deve sottrarre cure alla famiglia, anzi, a maggior ragione deve stabilire in casa adeguate regole di collaborazione.
E’ molto importante nel percorso rieducativo della ragazza anoressica che i genitori non oscillino continuamente tra sentimenti di comprensione e di ostilità rivolti a lei, o fra di loro stessi. La situazione peggiore è proprio quella in cui i genitori sono in disaccordo nell’attribuire un significato al comportamento della ragazza. Spesso la madre difende la figlia attribuendo il suo comportamento alla malattia e il padre nega che si tratti di un problema di salute, attribuendo al disimpegno della figlia ed alla permissività materna ogni responsabilità. Il conflitto tra i genitori crea una situazione di tensione che la ragazza spesso sfrutta a suo favore, vanificando ogni piccolo progresso raggiunto. In questi casi, le ragazze anoressiche, soprattutto nella prima fase della malattia, si sentono padrone della situazione anche in famiglia, e questo è un ulteriore rinforzo alla loro sensazione di aver raggiunto il perfetto controllo di ogni problema. Questo purtroppo è il grosso “handicap” che perpetua la malattia e ne rende tanto tortuosa la via d’uscita.
Una ragazza anoressica mi ha detto: «il mio problema è che, se io penso ad un momento in cui sono stata veramente bene, ad un periodo in cui mi sono sentita felice e vincente, è stato quello in cui ho cominciato a digiunare, non ne ricordo altri, quello è stato l’unico momento che mi ha dato un vero piacere» e Freud ci insegna che il piacere non si dimentica.
Un’altra cattiva abitudine da combattere è quella di rivolgersi al medico di base “per conto terzi”, così la madre si rivolge a lui per “il nervosismo e lo stress scolastico della figlia”, perché è svogliata e mangia poco. Il medico, senza vedere la ragazza, prescrive ricostituenti e vitamine che servono solo a tranquillizzare la madre e le figlie “fingono” solo di prenderle: nulla le terrorizza di più di qualcosa che le farebbe ingrassare. Anche i medici generici in questo senso andrebbero “rieducati”. Purtroppo nel frattempo si perde tempo prezioso!
Un’altra illusione che spesso si creano i genitori delle ragazze anoressiche è che un problema di questa portata si possa affrontare e risolvere senza aiuto; quando questo è avvenuto, in alcuni casi, probabilmente non era esatta la diagnosi iniziale. A questo proposito è interessante constatare come nella storia di vita precedente la malattia queste ragazze sostengono di avere avuto sempre una grande resistenza alle malattie e di non essere mai rimaste a letto, neppure con la febbre. E’ come se non si fossero mai concesse di stare male, come se questo fosse un sintomo di debolezza e d’inadeguatezza.
L’atteggiamento dei genitori, nel loro ricordo, è sempre stato di sottovalutazione dei vari malanni. Queste ragazze si sono abituate a non considerare importanti i segnali di malessere del loro corpo. La sottovalutazione del corpo, con le sue esigenze e il suo bisogno di esprimere le emozioni è una caratteristica che si struttura precocemente. In questo caso i genitori, pur essendo presenti nel dare tutto ciò che serve per il benessere materiale dei figli, mancano di vicinanza emotiva, di calore e di contatto corporeo.
La vita sentimentale di queste ragazze è stata quasi sempre molto deficitaria: o hanno avuto storie insoddisfacenti con coetanei o sono state coinvolte in storie umilianti che hanno fatto loro del male, tanto più se consideriamo che il loro è già uno stato di grande fragilità emotiva. E’ ovvio che in questi casi anche la vita sessuale ne risente pesantemente portandole a ricercare uno stato di dipendenza che le allontani da una realtà dolorosa: «Il nevrotico si isola dalla realtà perché la trova – nel suo insieme o in una sua parte – insopportabile» . Una ragazza del gruppo psicoeducazionale ci disse: «volevo svanire piano, piano dentro ai vestiti per allontanarmi dalla realtà. Ogni giorno sempre di più…».
Alla base di questa difficoltà può esserci l’errata convinzione che la sessualità sia una condizione necessaria per ottenere l’amore, perciò i fallimenti delle relazioni amorose vengono attribuiti alla propria inadeguatezza come partner-sessuale. Nei maschi questo modo d’interpretare l’amore può portare all’impotenza.
Rieducare al vero “senso” dell’amore è una tappa fondamentale nella rieducazione della ragazza anoressica e anche i genitori qualche volta devono imparare a riprogettarsi in questo senso. L’incapacità di sentirsi “serene” in un rapporto a due che è tipico di queste ragazze può far pensare all’interiorizzazione di una coppia genitoriale incapace di “comunione intima”. Spesso i genitori di queste ragazze hanno alle spalle una vita matrimoniale deludente, proprio perché hanno perso la capacità, o non l’hanno mai avuta, di guardarsi negli occhi, di riconoscersi come essere umano nell’umanità di un altro essere.
Aiutare queste coppie a “risignificare” il proprio rapporto amoroso, è già un passo verso il recupero di questo “valore” anche per la figlia, in particolare se quest’ultima è ancora adolescente o comunque abbastanza giovane.
Una caratteristica negativa del nostro tempo che incide profondamente nel modo di vivere ogni relazione umana è la riduzione dei tempi dell’attesa. Oggi si consuma tutto in fretta e subito. Dobbiamo parlare con qualcuno si fa una telefonata, una lettera non è più pensabile, si fa un fax; internet, notizie in tempo reale, questi sono i nuovi ritmi. Quest’abitudine estesa ai rapporti umani ci allontana sempre più dalla capacità di vivere in modo “costruttivo” anche la relazione amorosa. L’incontro, la frequentazione finalizzata alla conoscenza dell’altro nella sua unicità e singolarità, l’instaurarsi di una relazione da persona a persona, richiedono tempi e attenzione che la frenesia della vita odierna “sembra” non ci consentano. Rieducare la ragazza con problemi d’anoressia ad accettare dei tempi e dei modi di realizzazione delle proprie aspirazioni “realistici” per la natura umana è un altro passo verso la normalizzazione del comportamento.
Dal punto di vista pedagogico è perciò indispensabile “parlare” a queste ragazze dei valori fondamentali sui quali si fonda il vero significato dell’esistenza umana. E’ vero che questi valori una persona li interiorizza nella crescita e che è difficile risignificare la vita quando si è strutturata un certo tipo di personalità, ma l’essere umano possiede un’intelligenza che gli permette di modificarsi, di migliorare se stessi e di conseguenza la qualità della propria vita.
Le ragazze anoressiche vivono il loro stato di sofferenza come condizione necessaria per scontare chissà quali colpe. Se la loro sofferenza viene spiegata come una condizione dalla quale hanno il diritto di allontanarsi, se si farà loro capire che il senso della sofferenza è quello di rafforzarci, non di “farci espiare”, troveranno legittimo lottare per una vita più gratificante.
Se così concepita «la sofferenza provoca una tensione fruttuosa, si potrebbe quasi dire rivoluzionaria, in quanto fa percepire all’uomo ciò che come tale non dovrebbe essere» . Spesso per queste ragazze anche lo studio o il lavoro diventa un problema difficile da gestire. Qui gioca un ruolo importante un lato del loro carattere particolarmente “perfezionista”. Ecco allora che a scuola un voto che non sia il massimo crea malumore, un lavoro che non sia prestigioso non è accettabile e siccome l’uomo, per sua natura, non può essere perfetto, il controllo totale lo si trova nel digiuno. Il proprio valore viene misurato con la capacità di autocontrollo sul desiderio di cibo; digiunare è il controllo totale.
Non esistono vie di mezzo, tutto o nulla, buono o cattivo, disperate o euforiche, la normalità le terrorizza. E’ difficile pensare che questa non sia la conseguenza di uno stile educativo! O troppo permissivismo o regole rigide inspiegabili e funzionali solo alle nevrosi dei genitori. Una ragazza anoressica mi parlava di sua madre come di una donna «sempre preoccupata che le bambine fossero perfettamente pulite», guai se in casa c’era un gioco fuori posto, lavava continuamente i pavimenti e si arrabbiava molto se loro vi camminavano mentre lei puliva; non ricorda insegnamenti di tipo morale, ma molto divieti “tecnici”.
Altre madri vivono la loro situazione di madri-lavoratrici con grande frustrazione e si lamentano continuamente di sentirsi incomprese e non sufficientemente valorizzate dal marito nel loro impegno in casa e fuori casa. Per questa loro situazione “si sfogano soprattutto con le figlie femmine”; una ragazza che nella sua giovinezza ha vissuto questa situazione la ricorda così: «Mi sentivo come se le servissi da contenitore delle sue lamentele». A un anno dalla morte della madre l’anoressica, diplomata all’Istituto per geometri, si era “realizzata” come rappresentante di materiali edili, un lavoro tipicamente maschile e molto competitivo. Con l’anoressia (è arrivata a 32 chili!) è costretta ad interrompere questo lavoro, intraprende una terapia, fisicamente ne esce abbastanza bene, ma un profondo senso di colpa che anche con la psicoterapia non riesce a controllare, le impedisce di ricominciare a lavorare.
Risignificare il valore del lavoro può aiutare ad affrontarlo con maggiore disponibilità a tale “prova”. Le si può far capire che

«la professione di per se stessa non ha alcuna importanza per appagare chi l’esercita, ma che invece è d’importanza somma e decisiva il modo con cui la si esercita; che l’esser soddisfatti del nostro lavoro dipende da noi e non dalla professione, dall’essere o dal non essere capaci di far risaltare nelle nostre opere ciò che di umanamente singolare è in noi» .

Una delle trappole peggiori, che ostacolano il realizzarsi di molte persone, in particolare le donne, è il voler dimostrare il proprio valore come persone, attraverso il prestigio del lavoro che si svolge.
Ancora una volta la sopraffazione dell’avere sull’essere emerge come caratteristica di questa nostra epoca basata sul consumismo. Penso che a tutti noi sia capitato di parlare di un amico e di sentirsi chiedere prima di tutto: che lavoro fa? Questo riguarda anche noi stessi. La prima cosa che ti chiedono quando conosci qualcuno è proprio questa: cosa fai? Se poi rispondi «faccio la casalinga» alcuni non nascondono la delusione e commentano con un «Ah!», altri dicono «Non fai niente? Non lavori?». Però se lo stesso lavoro lo fa una “collaboratrice domestica” che per questo viene pagata, allora “la casalinga” diventa un lavoro.
Questo è un punto importante nella rieducazione della ragazza anoressica, e non solo per lei, ma dovrebbe esserlo anche per le madri. Sono convinta che un lavoro di rieducazione all’accettazione di sé come donna individualmente e socialmente realizzata sia un lavoro che va fatto in “tandem” da madre e figlia. L’identificarsi con una madre autosvalutata, che si compiange e che vorrebbe vedere i propri ideali realizzati dalla figlia, ma che allo stesso tempo la frena, per insicurezza e per una sorta d’invidia inconscia, può essere catastrofico. La ragazza può raggiungere un’autonomia soddisfacente solo quando potrà identificarsi in un modello gradito per poi percepirsi come un sé autonomo, come una persona che può essere capita e amata.

Sappiamo che proprio nell’impossibilità di collocarsi nella posizione femminile, di sottostare alle sue determinazioni, risiede l’incompiutezza di ogni analisi e, insieme, il suo compito interminabile» .

Credo che niente possa dare ai genitori più soddisfazione del vedere i propri figli accedere alle loro funzioni mature d’uomo e di donna. Ma nell’inconscio rimane il sentimento di perdita, nel vedere conclusa un’attività significativa della propria esistenza.
Proprio per questo il più bell’omaggio che i genitori possono fare ai figli è l’accettazione gioiosa della loro reale autonomia.

CONCLUSIONI

Conclusioni

Questo lavoro prende spunto dall’esperienza come “uditrice” dei gruppi psicoeducazionali che si tengono a Villa Garda nel contesto rieducativo delle ragazze anoressiche.
La prima parte è un resoconto di quanto è stato detto in questi gruppi e di come il terapeuta “informa” le pazienti circa la loro malattia e risponde ai loro dubbi. Da tutto il “discorso” esposto emerge come questo disturbo sia lo specchio del disagio di quest’epoca, nel senso che riflette il malessere e i conflitti della cultura, della società e della fase storica di questi tempi. Informare le pazienti sulla genesi del loro disturbo, cercare insieme quali possono essere le situazioni problematiche, crea un clima di condivisione e di partecipazione empatica che sicuramente favorisce la ricerca della guarigione.
Soprattutto da questa esperienza s’è tratto un insegnamento che si spera di non rimuovere anche quando questa “tensione emotiva” sarà finita: i mezzi d’informazione, i discorsi vaghi di gente “che sa”, la nostra superficialità a dare per scontata la conoscenza di un problema, creano pregiudizi che ce ne precludono la reale conoscenza e, quel che è peggio, aggiungono ulteriori handicap a chi già soffre per questo.
I mezzi d’informazione, soprattutto nel caso dell’anoressia, enfatizzano o sminuiscono il problema, in base alla necessità del programma in cui viene discusso. Sui giornali si parla dei decessi per anoressia con toni drammatici per rendere il pezzo più colorito; se uno di questi articoli toglie speranza ad una sola persona che soffre di questa patologia, ha già fatto il suo danno. A questo punto è anche normale che i genitori siano “terrorizzati” dalla sola idea di avere una figlia anoressica e, s’è visto, come tentano inconsciamente di negare il problema, ritardando una cura che, se iniziata tempestivamente, è quasi sempre favorevole.
Anche se è vero che non tutte le ragazze crescono in una famiglia ben strutturata ed affettivamente solida e in cui il “nutrimento fisico” è preponderante rispetto al “nutrimento emotivo”, è anche vero che dare continuamente “la colpa” alla famiglia d’origine, equivale a fornire alle pazienti un alibi di comodo che non le motiva nell’impegno di una sana “crescita”. Nessuno è stato allevato da genitori perfetti, perché tutti siamo esseri umani e quindi soggetti a sbagliare. Non si può comunque passare tutta la vita a caricare sulle spalle altrui il peso delle proprie difficoltà; crescere significa prendere coscienza del fatto che è giusto assumersi le proprie responsabilità.
Continuare a nascondersi dietro l’alibi della malattia e per questo ignorare i propri doveri, pretendere aiuti, sconti e agevolazioni, fa perdere di vista il giusto sentiero da percorrere per raggiungere la maturità e porta a coltivare la convinzione di essere una «vittima».
Anche se resta indiscutibile l’importanza fondamentale della famiglia, soprattutto per quanto riguarda l’educazione affettiva e comportamentale, la crescita dei ragazzi viene anche condizionata da interventi formativi diversi da quelli familiari: la scuola, gli amici, i gruppi sportivi, le varie associazioni giovanili, i mass media, i luoghi deputati al divertimento. Per questo motivo per agevolare un adeguato programma di prevenzione di questa patologia la prima cosa da fare è informare le persone che sono a contatto diretto con gli adolescenti sui segni precoci dei disturbi del comportamento alimentare (oltre ai genitori: insegnanti, allenatori sportivi, medici di base, pediatri, insegnanti di danza, guide spirituali, ecc.).
A queste stesse persone vanno anche insegnate le strategie più efficaci per convincere i soggetti affetti dal disturbo ad iniziare un trattamento. Anche le insegnanti della scuola materna ed elementare devono essere opportunamente informate ed addestrate a riconoscere precocemente i soggetti a rischio. Nell’infanzia si strutturano “molto frequentemente” le basi per le future patologie alimentari. Bambine obese, o quanto meno un po’ cicciottelle, entrano nell’età dell’adolescenza con un problema già strutturato: come perdere il peso in eccesso? Come recuperare una linea che le renda attraenti agli occhi dei compagni che per molti anni le hanno derise e canzonate? Quel corpo, al quale negli anni dell’infanzia non avevano dato grande importanza, comincia a costituire un problema.
E’ quindi possibile ed auspicabile un’opera di prevenzione delle patologie alimentari quando le bambine sono ancora piccole. Resta comunque sempre importante l’opera di educazione rivolta alla famiglia indirizzandola a trovare in sé una capacità di “riprogettazione” in base alle diverse e nuove necessità di ogni suo membro.
Nello svolgersi del percorso del gruppo psicoeducazionale sono emersi spontaneamente alcuni disagi che queste ragazze provano come evidente conseguenza di errori educativi dovuti alla non conoscenza, da parte dei genitori, della giusta modalità d’intervento e di guida pedagogica. Per esempio, far leva sul sentimento della vergogna come modalità educativa anziché privilegiare il senso di responsabilità: questo è un errore che molti genitori fanno in perfetta buona fede. Usare il buon esito scolastico come unico metro valutativo del valore del figlio, lodarlo con altri e mortificarlo (per spingerlo a fare di più) nel rapporto diretto.
Così come la conoscenza medico-scientifica del loro problema fisico le porta a meglio comprendere ed accettare i sintomi della loro malattia, allo stesso modo un intervento pedagogico sul loro concetto di “valori” le può aiutare a considerare l’esistenza in un’ottica nuova. Essendo l’anoressia una sindrome multifattoriale, è da considerare una condizione complessa, nella quale ogni problematica deve essere seguita e trattata da specialisti diversi, ed ognuno di loro competente a risolvere una determinta causa. Quando una ragazza ci dice: «Ho sempre avuto l’abitudine di valutarmi da come mi vedo e ormai non guardo come mi sento» oppure «Mi ha colpito sentire quello che ha detto: che non ci si deve preoccupare del proprio aspetto fisico, ma di altri valori» è difficile non pensare ad un errore educativo, ad una mancanza di trasmissione di valori umanamente realizzanti.
Se la psicologia e la medicina possono aiutare le pazienti anoressiche a ritrovare un equilibrio psico-fisico soddisfacente, è altrettanto importante per la formazione di una personalità ben integrata, un intervento pedagogico che le aiuti a riprogettarsi come “persona” nella comprensione e attuazione dei valori fondamentali dell’esistenza; in questo senso ritengo importante e indispensabile l’opera del pedagogista. Se nel percorso formativo di queste ragazze sono stati usati metodi educativi che non solo non hanno favorito una maturità psico-affettiva adeguata a quella anagrafica, ma che hanno anche generato handicap, è compito del pedagogista ridurre le asimmetrie aiutando il soggetto in difficoltà a ripercorrere le tappe possibili e necessarie a sviluppare la capacità di attuare “idee nuove”.
Anche per la ristrutturazione di un nuovo rapporto familiare l’intervento del pedagogista è necessario ed auspicabile: il formarsi di una nuova mentalità che preveda interventi educativi in tutto l’arco della vita (educazione permanente) è una realtà che va sempre più diffondendosi. In una società in rapida trasformazione, anche gli adulti spesso sentono il bisogno di essere aiutati a rimotivarsi alla vita, a riprogettarsi come persone. La soddisfazione di un modo d’essere esige un desiderio, ma per desiderare si deve conoscere.
Nell’intervento rieducativo della ragazza anoressica e della sua famiglia è compito del pedagogista creare la giusta tensione che porti al desiderio della conoscenza di un nuovo modo di essere genitori e figli: da qui nasce la forza di operare dei cambiamenti. Una frase che non ho mai “volutamente” usato in questo mio esposto è il tanto di moda “rimettersi in discussione”. Dal punto di vista pedagogico ritengo che questo modo di inquadrare il problema generi nel soggetto che necessita di un cambiamento uno stato più difensivo che collaborativo.
In educazione si affrontano e si superano insieme delle tappe evolutive; nella rieducazione si fa la stessa cosa, però ripartendo si sa che c’è un percorso individuale che è già stato fatto del quale è indispensabile tener conto. Strada facendo si trovano “insieme” nuovi modi di affrontare il viaggio, si impara a trovare nuove motivazioni, a comprendere meglio e a giudicare meno l’operato altrui, soprattutto quello dei genitori, responsabilizzandosi rispetto alle proprie scelte future e passate.
In questo senso la proposta pedagogica della “riprogettazione” è più costruttiva del “mettersi in discussione”. La pedagogia è una scienza prescrittiva: mai come in questo nostro tempo di permissivismo dilagante si invocano regole di vita che indirizzino e aiutino a distinguere tra il “tutto possibile” e i giusti limiti di convivenza, nella vita privata, ma anche nel sociale.
Certo, non si può attribuire totalmente ad errori educativi la comparsa dell’anoressia nervosa, ma sicuramente sono alcuni dei fattori predisponenti più incisivi e, nella multifattorialità della malattia, questa componente non può essere ignorata a livello pedagogico. E’ pertanto auspicabile un ruolo più attivo dei pedagogisti, sia nella riabilitazione che nella prevenzione di questa “difficoltà a vivere”; quest’ultima deve essere attuata nelle scuole, nelle strutture sanitarie dove il pedagogista deve operare come consulente naturale della famiglia.
Purtroppo l’abitudine di intendere la pedagogia come scienza unicamente finalizzata alla didattica ne ha distorto e limitato il ruolo sociale. La pedagogia implica la rilevazione delle potenzialità, abilità e disponibilità del soggetto attraverso procedimenti di osservazione capaci di previsione e di verifica o di comprensione dei problemi e dei fatti, oltre che l’utilizzo di strumenti e modalità di intervento in risposta alle necessità di soggetti in età diverse.
Una certezza che sento di poter esprimere è che sempre in un modo o in un altro, alla base di questo disagio, c’è un’incapacità profonda d’identificarsi e differenziarsi dalla propria immagine genitoriale di riferimento e questo problema ritengo possa essere affrontato efficacemente da un appropriato intervento pedagogico da inserire nella pluri-contestualità del percorso riabilitativo della ragazza anoressica.
Sarà compito del pedagogista, attraverso l’anamnesi educativa, trovare il modo d’intervento più appropriato per ogni singolo caso, rapportandosi ai genitori con un atteggiamento da educatore a educatore, fermo restando il concetto che è nella famiglia che i figli vedono “in concreto” come i genitori si amino e a quali principi si conformano. Percepiscono la relazione uomo donna nel suo continuo strutturarsi, vivono ed assimilano determinati valori e attraverso il dialogo si confrontano come persone; ma le parole da sole non bastano, quella che dà forza ad una famiglia è una profonda sintonia emotiva: solo così cadono certe barriere interiori e l’uno può rivelarsi all’altro così com’è, sentendosi pienamente accettato.

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Educatrice Professionale e Criminologa.
Lavora per il Ministero Della Giustizia come Funzionario giuridico pedagogico. Redattrice del portale Eduprof.it dal 2003 ad oggi ed autrice di numerosi articoli sul tema pedagogico/criminologico.