L’ anoressia dal punto di vista pedagogico – Dott.ssa Laura Fornari www.educare.it

E’ stato provato, a livello di ricerca, che l’organismo umano durante il periodo prenatale fa molto di più che svilupparsi semplicemente dal punto di vista fisico. Il feto reagisce ai suoni e quando è toccato, si ritiene che avverta anche dei bisogni come la fame e la sete .
Le sue espressioni facciali potrebbero indicare piacere o dispiacere, e il suo girarsi, il calciare e la suzione potrebbero essere dei movimenti “fatti di proposito” alla ricerca di una situazione più soddisfacente. Durante il settimo mese il cervello si sviluppa rapidamente, formando i tessuti in cui andranno a collocarsi i centri relativi ai sensi e alla motricità; a questo stadio il feto può già avvertire dolore ed è sensibile al tatto.
Un altro punto interrogativo che non ha ancora trovato una risposta certa è: le emozioni che prova la madre durante la gestazione provocano un’eguale reazione anche nel feto? La gioia, la paura, l’angoscia, l’ira, la serenità, l’ansia, sono emozioni che la mamma e il feto condividono?
Di certo si sa che le fasi REM della madre e del figlio coincidono. La vita psichica del feto, sembrerebbe quindi essere influenzata, almeno parzialmente, da situazioni materne, esterne, che lui non conosce ancora, ma che prova ugualmente.
Ma l’esperienza fondamentale del bambino prima della nascita è quella dell’utero, un contenitore tondeggiante, elastico, tutto raggiungibile dalla sua mano e tutto pieno di se stesso, e quando nasce l’esperienza che lui ha vissuto finora è quella in cui tutte le sensazioni sono ovattate e contenute da questa struttura. Alla nascita il bambino sperimenta sensazioni completamente diverse. Nel liquido amniotico non pesava, ora pesa; non ha mai avuto necessità di respirare, ora prova una sensazione d’asfissia; non ha mai avuto fame e freddo; la luce ed i rumori prima attutiti ora sono violenti. I contatti che erano morbidi e lisci all’interno dell’utero adesso sono ruvidi e fastidiosi. Queste esperienze inducono delle grandissime emozioni nel bambino e, come si può facilmente intuire, prevalentemente negative.
Ma a questo punto il bimbo comincia anche a sperimentare il mondo in modo positivo. La respirazione diventa spontanea e non più faticosa, il bagnetto caldo e i vestiti lo scaldano, la vista e l’udito si adeguano alle nuove stimolazioni del mondo circostante. Poi c’è l’esperienza positiva e rassicurante di essere di nuovo contenuto fra le braccia della madre, e l’esperienza positiva del cibo introdotto, quel senso di pienezza, di soddisfazione di un bisogno tanto pressante. L’essere cullato, il sentire la voce amica della madre che più o meno riconosce, il battito del suo cuore che gli ha fatto “compagnia” per tanti mesi lo fa sentire accudito, di nuovo contenuto, al sicuro.
Ma le cure materne non hanno sempre la stessa capacità di essere soddisfacenti e sembra che molto importante, a tale fine, sia il fatto che il figlio sia stato o meno desiderato.
Uno studio di Gerard Rottmann , parte dagli atteggiamenti delle madri per arrivare a conclusioni sulla situazione generale dei neonati. Rottmann distingue quattro “tipi materni”:
1. La madre ideale, che accetta consciamente e inconsciamente la gravidanza e dimostra un atteggiamento non conflittuale verso il nascituro.
2. La madre fredda, che inconsciamente accetta la gravidanza, ma la rifiuta a livello conscio. Il rifiuto deriva da un conflitto legato alla situazione più che da un conflitto profondo e il figlio è accolto più che altro con indifferenza.
3. La madre ambivalente, che accetta consciamente la gravidanza, ma la rifiuta a livello inconscio. Qui esiste un conflitto profondo, che tuttavia può essere compensato da una personalità per il resto intatta.
4. La madre catastrofica, che rifiuta il figlio consciamente e inconsciamente. Gli impulsi ostili sono così forti da condizionare costantemente la sua colpevolezza. La gravidanza per questa madre è la catastrofe di tutta la sua vita.
Su un totale di 141 madri prese in esame, il 33% rientrava nel gruppo 1 (madre ideale), il 16% nel gruppo 2 (madre fredda), il 24% nel gruppo 3 (madre ambivalente) e il 27% nel gruppo 4 (madre catastrofica).
Le infermiere del nido della 2ª clinica ginecologica dell’Università di Vienna dovevano valutare il comportamento dei neonati in seconda, terza, quarta e quinta giornata, esaminando in particolare la motricità, il bisogno di sonno, il pianto, la suzione e il vomito.
Come supposto, è emersa una relazione positiva fra l’intensità del rifiuto della gravidanza e le irregolarità di comportamento del neonato. I figli delle madri “ideali” erano sostanzialmente meno disturbati di quelli delle madri “catastrofiche”. Queste ultime partorivano neonati sovrappeso o sottopeso con un’incidenza significativamente superiore alle madri degli altri tre gruppi. I bambini delle madri “fredde” erano più che altro apatici, quelli delle madri “ambivalenti” vomitavano più spesso e si facevano notare per l’iperattività. Nei bambini delle madri “catastrofiche” si osservavano oscillazioni fra apatia, scoppi di pianto e iperattività. In questa fase della vita le esperienze negative lasciano una traccia che viene vissuta in seguito come “sensazione”, senza che si riesca a dare di questa una spiegazione razionale.
Se gli attacchi e le aggressioni che il bambino sente alla nascita e che gli creano una percezione minacciosa e confusa del mondo, non vengono adeguatamente compensati dall’accudimento materno, il bambino non può stabilire una relazione fiduciosa con il mondo, con l’oggetto buono (la madre che soddisfa i suoi bisogni), e non avrà quindi la possibilità di instaurare un rapporto .
Per realizzare una relazione rassicurante è necessaria la ripetizione di esperienze buone a ciclo continuo (sei volte il pasto del bambino nel primo mese, un bagnetto tutti i giorni, coccole e giochini che ogni mamma fa spontaneamente). Verso l’ottavo mese questa “interazione” crea una fiducia abbastanza persistente .

1.1. Patologie della relazione madre bambino

I meccanismi alla base della relazione madre-bambino sono molto sottili, quindi è molto facile l’ “inceppamento” di questa relazione e lo svilupparsi di una relazione alterata. Poniamo il caso di una donna che vive la gravidanza come “insopportabile”, o che affronta “con terrore” l’esperienza del parto (spesso mamme e nonne hanno raccontato loro esperienze di parti con travagli lunghissimi e dolorosissimi); una tale madre non ha certamente molta disponibilità a mettersi in empatia col bambino.
Anche una madre che abbia disponibilità alla “rêverie” e che abbia vicino un compagno non capace di capire e di proteggere questa regressione al livello del bambino, rischia di instaurare una “relazione alterata”.
I bambini comunque sono tutti diversi; alcuni sono più calmi, altri più intolleranti, c’è chi riesce a consolarsi da solo e chi invece si lascia prendere dalla disperazione. Nei primi giorni alcuni neonati arrivano dalla madre tutti rannicchiati, come se tentassero di aggrapparsi a se stessi, di autocontenersi, sono bambini incapaci di tollerare le frustrazioni e allora la relazione non può trovare il terreno adatto. Il risultato di questa diade madre-figlio è: un bambino con delle angosce non contenibili e una madre incapace di contenere le angosce del bambino.
Qui contenere è in senso salvifico, nel senso di dare una dimensione, una delimitazione, una forma. La bocca è contenitrice di tutto il capezzolo e il capezzolo diviene, a sua volta, contenitore di tutte le angosce della bocca. Dal punto di vista mentale è la proiezione sul seno, sull’oggetto parziale, buono o cattivo, che c’è e non c’è. Il bambino in questa situazione si sente tutto pervaso da queste paure d’angoscia, di disgregazione, di morte. La madre si percepisce come incapace di consolare questo bambino, come non adatta a fare la madre.
In più c’è il problema della depressione fisiologica della puerpera, in quanto è il momento in cui la madre si separa da “un qualcosa” che per quanto costruito nella mente, sente suo nel suo corpo. Alla fine di questo rapporto simbiotico, nella separazione, la madre vive una situazione di perdita, dalla quale “esce” proprio grazie al bambino, vedendosi utile e funzionale a questo nuovo rapporto, come madre che accudisce e non più come madre “che contiene”. Ma se questa percezione di sé, come madre “contenente”, nel senso emozionale e non più fisicamente non si concretizza, la madre si sente un “contenitore vuoto”, e prova angoscia, paura, senso d’inadeguatezza. Queste paure le prova anche il bambino che le vive nella sua relazione con il seno materno, investendolo di una connotazione terribile, aggressiva e tuttavia necessaria.
A questo punto capisce che non può attaccarlo e distruggerlo, ma che deve cercare di preservarlo per la propria sopravvivenza. Deve quindi trovare qualche altro oggetto che sia facile da attaccare, ma non così distruttivo da rimanere a sua volta distrutto. Deve quindi “deflettere” l’aggressività dell’oggetto a qualcosa di diverso e poiché il bambino appena nato è un unicum di mente e di corpo, è spesso molto facile che usi il proprio corpo come oggetto della sua aggressività per salvare il seno.
Il corpo diviene un tramite attraverso cui queste cariche aggressive si possono esprimere, preservando la propria fonte di vita. Quindi vi è l’uso del corpo per la risoluzione delle problematiche psichiche. Questa è la genesi di quei disturbi psico-somatici che si verificano molto di frequente nella primissima infanzia.
E’ la genesi di quel certo tipo di vomito, abbastanza lieve, la più precoce “psicosi del lattante”, un vomito atonico: il bambino espelle il cibo in maniera molto tranquilla, senza dare segni di sofferenza di alcun genere. Questo fatto non incide sulla curva del peso, ed avviene quasi sempre nei pasti diurni, mentre i pasti notturni sono seguiti da un sonno profondo. Questo vomito rappresenta la sperimentazione dell’assenza del seno: «quando il seno non c’è, se n’è andato, mi ha lasciato insoddisfatto».
Osservando la relazione che c’è tra madre e figlio in questo caso, si coglie una madre che non è sicura di sé, della propria adeguatezza e che non è capace di “tollerare” le interruzioni del pasto regolate dalle esigenze del bambino. E’ una madre che continua ad interrompere la poppata per controllare il peso, ossia quanto latte ha bevuto il bambino. Qui non si può creare quella fiduciosa attesa del dialogo, nel rispetto delle parti e delle esigenze, e nel porsi, al momento giusto, sapendo aspettare il proprio turno.
Generalmente queste forme si risolvono da sole, se la mamma vedendo che di latte ne ha abbastanza per soddisfare il bambino, si rassicura e diventa per lei meno pressante la necessità di controllare continuamente il peso del bambino. Se però la mamma non si rassicura, e continua a percepirsi come “madre incapace, inadeguata”, il vomito del figlio lo vede come rifiuto di sé, di sé come cibo; in questo caso il vomito persiste, ne risente la curva del peso e si può arrivare anche al coinvolgimento di altri organi (intestino, fegato).
Un altro sintomo psico-somatico del lattante che di solito compare più avanti nel tempo (verso i tre mesi) è l’anoressia del lattante. Questa patologia compare quando la madre cerca d’introdurre il cibo non rispettando i ritmi e le richieste del neonato, in questo modo il bambino non si sente accolto, nutrito, ma si sente invaso, riempito. Il bambino quindi, pur alimentato, si sente abbandonato, non trova uno spazio in cui instaurare una relazione e crea uno stato di chiusura; la paura di essere invaso lo porta a difendersi non mangiando.
Come s’è già detto, questo tipo di relazione si struttura più avanti nel tempo; mentre il “vomito atonico” è un sintomo precocissimo, questo si evidenzia dai tre mesi in poi, di solito quando la madre riprende il lavoro. Questo nuovo impegno sottrae tempo e investimento mentale all’attuazione dell’accudimento del bambino. In questo periodo, di norma, ricomincia anche l’interesse sessuale verso il partner, per cui emotivamente la donna ha minor disponibilità alle “coccole” per il figlio che a questo punto può veramente vivere una “sensazione” d’abbandono.
Anche la “stipsi” del lattante ha una genesi psicosomatica e proprio nella relazione madre-bambino . Ripensiamo alle rêverie (la sognanza) materna di avere dentro di sé qualcosa, ammettiamo che questo qualcosa sia super-investito dal punto di vista mentale e affettivo. Il fatto di aver “perso” questo bambino dall’interno le renderà molto difficile il vederselo di fronte. Lo vedeva sempre come qualcosa d’interno, di legato a se stessa. Sarà quindi una madre che ha nel pensiero (specularmente) il problema di trattenere dentro e lo associa al trattenere dentro del bambino.
Vi sono madri che iniziano in maniera precocissima, anche senza motivo, con supposte, enteroclismi, per limitare le loro ansie di espulsione. A questo punto il bambino invaso, si sente trattato dalla madre come un contenitore, non come un individuo, cerca di trattenere per sé una parte della sua relazione, del suo prodotto e così il bambino diventa davvero stitico.
Ma c’è anche la situazione opposta: una madre che abbia sentito dentro di sé un figlio estremamente fecale, distruttivo, avrà la stessa preoccupazione di sentirsi lei madre-cibo, intrappolata nel corpo del bambino. Allora controllerà continuamente l’introduzione e l’espulsione di se stessa. Quindi lo stesso sintomo può avere due genesi diverse che si manifestano con una stipsi indotta da queste manovre evacuative, che sono solo necessarie alla madre stessa per scaricare le proprie ansie.
Queste sono le patologie più lievi che possono “intralciare” il naturale evolversi della relazione madre-bambino, che invece molto spesso si risolverebbero semplicemente con l’aiuto del pediatra. In questo senso penso che fosse molto importante una figura quasi del tutto scomparsa nell’aiuto alla neo-mamma: l’ostetrica. Quando il parto avveniva in casa, l’ostetrica che assisteva la partoriente continuava poi la sua opera di sostegno per molti mesi e credo che questo fosse molto utile per aiutare la madre ad arginare le proprie ansie. A volte delle relazioni che iniziano male vanno poi avanti bene, perché la disponibilità sia del bambino che della madre riesce a far superare, a livello di bilancio finale, questa esperienza negativa.
La domanda che ci si pone per quanto riguarda la genesi dell’anoressia mentale è la seguente: fino a che punto queste esperienze rimangono attive nella formazione della personalità? E’ possibile ipotizzare un ritorno alle primitive modalità di gestione di un problema psichico, attraverso lo stesso comportamento fisico? Può darsi che alcuni individui siano geneticamente predisposti a certi comportamenti, ma può essere molto importante anche il ruolo dei ricordi costruiti. Il fatto che l’anoressia mentale colpisca maggiormente le femmine potrebbe essere legato anche al vissuto delle madri in gravidanza o durante il parto che molto spesso viene raccontato più volte e più facilmente alle figlie femmine. Attraverso i racconti, soprattutto in tenera età, si costruiscono dei ricordi che hanno la stessa intensità di un’esperienza, tanto che più avanti negli anni noi ci ricordiamo di questi fatti come se li avessimo realmente vissuti.

Inserito il 06 ottobre 2004 alle 13:50:44 da Anonimo

pur essendo del mestiere ho trovato in questa analisi utili spunti per rimanere con i piedi per terra. cosa non facile con un bimbo di pochi mesi tra le braccia e uno di soli un anno e mezzo attaccato alla gonna. mi sarebbe stata utile una prosecuzione di tale riflessione: questo terribile e autodistruttivo disagio ha intaccato irrimediabilmente il sonno del piccolo, il quale per troppa contrazzione e nervosismo non si concede che brevissimi sonellini. di giorno e di notte. con degenerazione totale del rapporto mamma bimbo e più ingenerale della serenità familiare.

La prima infanzia

La prima infanzia

2.1. Le relazioni familiari

I neonati vengono al mondo con determinate capacità sensoriali e di risposta, ma dalla nascita ai due anni subiscono una notevole trasformazione: acquisiscono la consapevolezza del mondo, delle persone che lo circondano, di sé. Imparano a manipolare gli oggetti, se stessi e gli altri, la loro capacità di comunicare si trasforma attraverso l’apprendimento dell’uso del linguaggio.
A due anni il bambino comincia a rendersi conto che i desideri e i pensieri sono diversi dalle cose, “stanno nella testa” e non si possono vedere, né toccare. Può pensare ad un dolce che piace e che desidera avere, ma sa che non lo può mangiare, se non con la fantasia. I bambini piccoli sono “quasi sempre” in grado di mantenere distinte realtà e fantasia, desideri e situazioni concrete, ma qualche volta possono avere incertezze circa i confini tra il mondo reale e quello immaginario, e persino essere disorientati dalla finzione.
Dal terzo anno di vita in poi il bambino diventa sempre più capace di riferirsi alla vita mentale, sia la propria che quella degli altri, quando parla con i familiari o quando gioca. Il bambino diventa sempre più consapevole della varietà delle relazioni all’interno della famiglia, di ciò che è bene e ciò che è male, si rende conto di essere un maschio o una femmina e apprende che questa caratteristica impone uno stile di comportamento ben preciso.
Qual è il principale punto di riferimento del bambino per la valutazione delle proprie azioni? Naturalmente il riscontro che queste trovano nell’atteggiamento dei genitori. Se i genitori lo lodano, lo premiano lui si percepisce come buono, se lo puniscono o lo rimproverano si percepisce cattivo.
Sembra molto semplice e invece è molto più complesso perché non sempre il rapporto educativo è così lineare. Ci sono casi in cui i genitori non sono d’accordo sul tipo di educazione da impartire al loro figlio, allora la mamma dice una cosa e il padre il contrario, per questo litigano anche in presenza del bambino (tanto è ancora piccolo! Non capisce), qualche volta si insultano, non è raro che voli anche qualche ceffone. Situazioni come questa sono molto più diffuse di quanto si creda. Non è sufficiente perciò considerare come interagiscano la madre e il bambino o il padre e il bambino: è necessario chiarire come tutti e tre, come sistema triadico, influenzino l’uno il comportamento degli altri.
Clark-Stewart in una ricerca condotta su parecchie famiglie, basata su un modello triadico dell’interazione, rilevò che l’influenza della madre sul bambino è di solito diretta, mentre quella del padre è spesso indiretta, si attua cioè attraverso la madre. Questo fatto ha una grossa incidenza sull’educazione del bambino, soprattutto in caso di separazione dei genitori ; il padre non vive più con il figlio, perciò la sua influenza diretta è quasi totalmente assente, per cui il bambino interiorizza la figura paterna attraverso la madre che, in questi casi, è spesso in conflitto con il marito e non risparmia critiche feroci, accuse, ritorsioni, commenti pesanti anche in presenza del bambino.
Ancora più grave la situazione se la stessa cosa si verifica quando i genitori “per il bene dei figli” continuano a convivere; dall’atteggiamento dei genitori i figli ricavano un’immagine ambivalente: il padre (o la madre) viene percepito come colpevolizzato e svalutato, ma comunque accettato. Piaget sottolinea che il pensiero è da intendersi come un’azione «le operazioni mentali non sono altro che azioni interiorizzate» . A questo “stadio” l’intelligenza del bambino, attraverso il pensiero, è in grado di prevedere quali azioni avranno successo e quali falliranno.
Naturalmente la percezione di sé come essere attivo in una relazione genitoriale serena o conflittuale, danno al bambino una “sensazione” (pensiero interiorizzato) di fiducia o sfiducia nella vita in generale, nella percezione degli eventi come rasserenanti o minacciosi. A quest’età non si è ancora in grado di “capire” se gli eventi a cui si assiste sono o meno dipendenti dalle nostre azioni. Spesso questa confusione persiste fino alla maturità: una ragazza del gruppo psicoeducazionale ci ha detto: «io ricordo che quando ero piccola la sera andavo a letto con la sensazione che quando mi sarei svegliata sarebbe successo qualcosa di brutto». Questa frase mi ha fatto molto riflettere e tuttora mi “tormenta”. Che cosa può essere accaduto a questa bambina da causarle tanta angoscia? Forse, anzi senz’altro, questo non lo sapremo mai; però tenendo presente quest’immagine si possono ipotizzare situazioni traumatizzanti rivolte ai bambini che più tardi, in età critica come l’adolescenza, esplodono nella necessità di controllo esasperato fino a portarli a sviluppare una patologia.
Quando parlo di “situazioni traumatizzanti” non intendo necessariamente violenze rivolte al bambino stesso, ma penso anche a scene violente (liti, racconti di episodi drammatici) che il bambino “ha interiorizzato” durante il periodo di trasformazione del mondo come cosa fuori da sé a pensiero dentro di sé.
Già nei primi anni di vita l’atteggiamento dei genitori nei confronti del figlio si differenzia in base al sesso d’appartenenza di quest’ultimo. In particolare si differenzia la valutazione delle emozioni ritenute appropriate al proprio sesso. Parlare con le figlie, soprattutto di emozioni positive ed evitare di attribuire loro emozioni negative, in particolar modo la rabbia, porta le bambine a pensare che è sbagliato provare sentimenti negativi verso qualcuno e che non bisogna mai arrabbiarsi; è bene invece mostrarsi sensibili e manifestare emozioni positive.
D’altro canto, le madri, molto frequentemente attribuiscono ai figli maschi emozioni negative (paura, spavento, rabbia, disgusto), ma con loro non parlano tanto delle emozioni in sé, quanto piuttosto delle conseguenze e delle cause delle emozioni. In questo modo sembra che esse vogliano addestrare i figli maschi a meglio controllare le proprie emozioni. Se si impara a comprendere l’antecedente di un’emozione e le conseguenze che ne derivano, si capisce meglio come controllare questa emozione . In effetti, verso la fine del terzo anno di vita, i bambini e le bambine hanno imparato già molto circa le reazioni emotive che la cultura in cui vivono valuta appropriate a ciascun sesso.
Fin qui ho considerato la situazione di un bambino figlio unico o primogenito, ma altre figure molto importanti nella vita di un bimbo sono gli eventuali fratelli, che possono essere dello stesso sesso o del sesso opposto, più grandi o più piccoli. Se i fratelli sono prevalentemente maschi (2-3 maschi e una femmina) si ha una più evidente affermazione dei modi di fare tipici dei maschi, se sono più figlie prevalgono quelli femminili.
Anche l’ordine di nascita ha la sua importanza. Il figlio può essere primogenito, intermedio, ultimogenito. Per un soggetto in crescita non è la stessa cosa trovarsi in una delle tre posizioni. La situazione del primogenito è caratterizzata dal fatto che per un certo periodo è il centro totale dell’interesse dei genitori, posizione che perde con l’arrivo dei fratelli, subendo una specie di detronizzazione. Questa è accompagnata da senso di abbandono, da “odio” più o meno latente nei confronti del rivale e da tentativi di riacquistare la posizione perduta. Essendo il “più grande” è poi continuamente incoraggiato ad adultizzarsi, ad essere una specie di genitore-aggiunto. Se non opportunamente mediata dai genitori, da tale posizione potrebbe derivare la paura di perdere la situazione di privilegio e l’ansia nei confronti del cambiamento.
Il secondogenito che si trova di fronte un modello costantemente citato come punto di riferimento, sembra essere caratterizzato da tratti in un certo senso opposti: bisogno di superare il rivale, di trovare strade alternative e innovative, quindi una certa invidia, ambizione, ribellione.
Dell’ultimogenito tutti si prendono cura, quindi è spesso iperprotetto e nei suoi confronti si adotta una disciplina blanda e indulgente. Egli è però anche il “piccolo di casa”, l’ultimo arrivato, e perciò confinato al livello più basso della gerarchia familiare. Il risultato potrebbe essere una personalità eccessivamente sensibile, una marcata impulsività e senso di inferiorità con particolare tendenza a sviluppare disturbi emotivi.
Tali indicazioni non vanno assolutamente lette come effetti automaticamente deterministici, ma come approssimazioni di tipo probabilistico e, per quanto riguarda il mio interesse specifico, ho cercato di individuare quali sono le situazioni “frustranti” che possono, in qualche modo, nella prima infanzia, influenzare lo strutturarsi della personalità nell’ambito delle relazioni familiari.
2.2. La scuola materna come primo momento di socializzazione
A due anni i bambini provano già tutte le emozioni fondamentali provate dai bambini di sei anni, ma la loro espressione di queste emozioni è immediata, impulsiva, diretta. Non possono attendere per la soddisfazione dei loro bisogni. Anche le espressioni di dipendenza a questa età sono dirette e fisiche: in una situazione insolita i bambini di quest’età si “aggrappano” alla madre e se vengono separati da lei è probabile che si buttino a terra, urlando di rabbia. Anche quando giocano con altri bambini, fanno spesso ritorno dalla madre per mostrarle qualcosa. Manifestano anche l’aggressività in modo diretto e fisico, calciano e mordono, afferrano con violenza il giocattolo desiderato.
I bambini di cinque-sei anni fanno molto più uso delle parole e del pensiero per esprimere le proprie emozioni, ci mettono più tempo ad adirarsi e cercano di controllare il proprio comportamento. E’ evidente che se questo processo di “maturazione” è avvenuto esclusivamente in un ambiente familiare e di soli adulti (come succedeva prima dell’epoca industriale) o se si è realizzato condividendo molte ore della giornata con coetanei, ha un risultato emotivo e comportamentale diverso. Tra i tre e i cinque-sei anni i bambini sviluppano, per far fronte alle proprie emozioni, delle strategie dominanti che possono rimanere immutate per tutta la vita. Gli stili personali che i bambini sviluppano in questi anni costituiscono spesso la base di modelli di comportamento che durano per sempre (comportamenti prototipici).
Fino ai tre anni circa il bambino cresce in famiglia, circondato da figure rassicuranti, ha trovato una certa sicurezza in quel mondo noto e prevedibile, ha superato e “dimenticato” i traumi dei primissimi mesi di vita; ha conosciuto anche dei coetanei, ha giocato con loro, ma sempre con la presenza rassicurante di un familiare.
Primo giorno di scuola materna; che dramma! Chi di noi non ricorda una scena di questo tipo: bambini aggrappati alle gonne materne, che piangono disperatamente, maestre indaffarate a consolare ora uno ora l’altro, madri che se ne vanno furtivamente, alcuni bimbi vengono accompagnati dai nonni, che qualche volta vedendo il bimbo disperato non hanno il coraggio “d’abbandonarlo” e se lo riportano a casa. In effetti se il bambino non è stato opportunamente preparato a questo evento, se ha una scarsa capacità (congenita o acquisita) di sopportare le frustrazioni, può vivere questo momento come un abbandono. Questa sensazione di “disagio” nell’affrontare situazioni nuove può permanere per tutta la vita. Può essere traumatizzante per il bambino essere “scaricato” in un luogo sconosciuto con altri bimbi che si disperano e se non opportunamente contenute le sue angosce potrebbero non trovare mai una soluzione.
Spesso di fronte ad un atteggiamento di rifiuto del bambino verso la scuola materna, l’unica soluzione che i genitori trovano, soprattutto se possono disporre dell’aiuto dei nonni, è quella di tenere a casa il bambino: poverino, non mangiava, piangeva sempre, stava sempre da solo in un angolo, spesso vomitava…”. Ma una mamma che sa comprendere e contenere le angosce del suo piccolo sa distinguere tra bisogni veri e capricci e sa dire “no” quando serve, permettendo così al bambino di superare la prima fase che può essere di vero panico.
Credo che se i genitori imparassero a vedere il figlio come una “persona” che si deve allenare per affrontare una corsa a ostacoli com’è la vita, sapendo che se una cosa di cui si ha paura non la si affronta, ci farà paura per sempre, troverebbero il modo per aiutarli meglio a raggiungere l’indipendenza.
Quante volte durante le sedute dei gruppi psicoeducazionali abbiamo sentito queste affermazioni: «Io non mangio (o mi abbuffo), quando devo affrontare situazioni sociali, ambienti nuovi, quando sono sola fra gente che non conosco, quando devo fare un colloquio di lavoro, un esame…». Io sono convinta che questi sentimenti di paura, d’insicurezza, abbiano radici molto precoci nella formazione di una personalità e restano dentro di noi come sensazioni inspiegabili che ci fanno cercare soluzioni che “ci sembra” abbiano funzionato nel passato.
Un bambino che ha avuto paura della scuola materna e lì ha rifiutato di mangiare, ha ottenuto in questo modo di essere “tenuto a casa”, può aver attribuito al fatto di non mangiare o di vomitare un valore “salvifico”, una soluzione per la sua ansia, la sua incapacità di superare la frustrazione.
Comunque, diamo per scontato che questa fase venga superata e che il bambino inizi a frequentare regolarmente la scuola materna. Per poter imparare a vivere socialmente è indispensabile che il bambino abbia la possibilità di associarsi ad altri bambini. Anche qui il processo di adattamento non è automatico e privo di “sofferenza”. Ci può essere qualche bambino un po’ sovrappeso e i suoi compagni lo canzonano per questo, un altro perché porta gli occhiali, oppure se in situazioni difficili si mette a piangere. Per un bambino deve essere un’esperienza amara, quanto dolorosa, essere lo zimbello altrui e il sentirsi chiamare con un nome ridicolo (ciccione, piagnone, quattrocchi, ecc.) per settimane e settimane.
Anche qui la mediazione dell’adulto è molto importante; il bambino ne parla con i suoi genitori e questi possono aiutarlo a capire che il comportamento dei compagni è un gioco, che non è importante il giudizio degli altri sul nostro aspetto fisico ed incoraggiarlo a far emergere le proprie caratteristiche positive (simpatia, collaborazione nel gioco, capacità di condividere le emozioni), per stabilire un rapporto d’amicizia con i compagni.
Ci sono invece genitori che di fronte alle lamentele del bambino, vanno a protestare dall’insegnante o redarguiscono i bambini che hanno osato canzonare il loro figliolo, creando così un ulteriore clima di ostilità e non aiutando certo il bambino; inoltre non ottenendo miglioramenti nell’accettazione perderanno anche fiducia nelle capacità “d’aiuto” dei genitori.
Probabilmente questi bambini, anche quando avranno problemi più complessi, come avviene nell’adolescenza, non si rivolgeranno più ai genitori per avere un punto di confronto delle proprie idee, ma sarà forse più degna d’autorità la televisione, saranno un modello più accettabile i compagni di successo. Anche in questo caso voglio ricordare le frasi che per me sono state più “rivelative”, sentite nel gruppo psicoeducazionale: «finalmente ero magra come quella mia amica corteggiata da tutti…», (Maria) «A tredici anni pesavo 57 chili. Mi prendevano in giro, così ho cominciato a mangiare sempre meno…» (Vittoria).
Comunque, durante la prima infanzia il bambino è già in grado di stabilire un rapporto diadico d’amicizia, e quando questo avviene comprende che questa relazione deve essere tutelata anche a scapito delle esigenze dei singoli, pur conservando un’identità individuale e l’autonomia personale.
Già Piaget, nel suo libro sul giudizio morale del 1932 , prospettava che le istanze cooperative e i fondamenti stessi della moralità dipendessero dallo svincolarsi dei bambini dalla “morale costrittiva” sperimentata nel rapporto con i genitori e avanzava l’idea che ciò divenisse possibile proprio nell’incontro-scontro con i coetanei, palestra di regole “autonomamente” create per la convivenza. Solo di recente, però, si è fatta strada l’idea che tra bambini vi siano vere e proprie relazioni interpersonali strette, in cui il partner non è un semplice compagno di giochi tutto sommato “intercambiabile”.
Questo fatto mi sembra molto importante ai fini della mia ricerca di “fatti traumatici” che normalmente costellano la crescita. Tre anni di scuola materna, prime difficoltà d’inserimento e a stabilire giuste relazioni con i compagni, e se si è fortunati si incontra “un amico-a” affine e con il quale facciamo un percorso di crescita di tre anni. Scuola elementare: il nostro amico è in un’altra scuola e noi ci troviamo di nuovo tra volti sconosciuti, sia di compagni che d’insegnanti. In questi ultimi anni si cerca di tener conto di questo fatto, e si crea una continuità tra scuola materna e scuola elementare, sia facendo attenzione a non separare coppie d’amici, sia portando i bimbi del terzo anno di scuola materna a conoscere la nuova scuola e i nuovi insegnanti.
I bambini di quest’età traggono grande piacere dall’esperienza sensoriale, perciò è importante nel periodo in cui frequentano la scuola materna che alcuni comportamenti, naturalmente esplorativi, non vengano mal interpretati “dagli altri” e per questo rimproverati o derisi.
Mentre nella primissima infanzia questa sensualità ha per oggetto la bocca, il bambino un po’ più grande (dai tre ai cinque anni circa) scopre la zona anale e quella genitale e ne è affascinato. La masturbazione ed i giochi sessuali sono molto comuni durante il periodo prescolare. Dopo aver scoperto che un’autostimolazione di questo genere è piacevole, alcuni bambini sviluppano questo tipo di comportamento anche a scopo consolatorio (come nella fase precedente si succhiavano il dito). I modi nei quali la famiglia e l’ambiente sociale in cui vivono reagiscono al manifestarsi di questa sensualità e curiosità, avranno un effetto importante sul bambino, proprio come le reazioni degli altri influenzano il modo nel quale il bambino manifesta le emozioni.
Fino a poco tempo fa, nella nostra società si tendeva ad impedire e stigmatizzare (si pensi alle suore negli asili) queste esplorazioni dei sensi. L’ansia e il senso di colpa che ne derivavano portavano i bambini a vivere questa dimensione della loro personalità in modo innaturale (vedi capitolo 4). Invece, l’esplorazione sessuale costituisce una parte naturale e vitale dell’esperienza d’ogni bambino. La rigida limitazione dell’esteriorizzazione delle emozioni e del comportamento sessuale nei bambini può facilmente indurre stati d’ansia, sensi di colpa e conflitti che diventeranno una cosa seria durante l’adolescenza e l’età adulta.

Costruzione di una propria identità

Costruzione di una propria identità

3.1. Percezione di sé come individuo

Nome – cognome – indirizzo – professione – altezza – stato civile – sesso – data di nascita – colore degli occhi – colore dei capelli: questa è la nostra carta d’identità, attraverso questi dati noi siamo individui con determinate caratteristiche che ci distinguono l’uno dall’altro.
Detto così è tutto molto semplice, in realtà la percezione di sé come individuo è una “faccenda” molto più complessa. Una persona “interiorizza” l’immagine di se stesso già dai primi anni di vita e all’inizio “esclusivamente” dall’esito che hanno le proprie azioni nelle transazioni familiari. Quando il bambino ha un certo comportamento e per questo viene lodato, impara che quel comportamento è giusto e che lui che l’ha attuato è bravo; se viene rimproverato significa che quell’azione è sbagliata e lui che l’ha attuata è cattivo. In questo modo ognuno di noi nelle più svariate circostante “introietta” un’immagine di sé buona o cattiva.
Il mezzo fondamentale attraverso il quale il bambino “incorpora” i valori, gli atteggiamenti e il comportamento degli altri è il processo d’identificazione, è il mezzo fondamentale mediante il quale i bambini sviluppano una coscienza e ruoli sessuali. Attraverso l’identificazione i bambini acquisiscono interi modelli di atteggiamenti e di modi di comportarsi dai valori morali alle “buone maniere”.
Mano a mano che il bambino cresce questi atteggiamenti o modalità di comportamento prima semplicemente imitati, si radicano profondamente nella sua personalità e quella che a tre anni era semplicemente imitazione, a sei anni fa ormai parte della sua personalità. Molti studiosi considerano l’identificazione l’elemento chiave nell’acquisizione dei ruoli sessuali.
A questo punto viene spontaneo chiedersi: che cosa succede se nell’introiezione di un’immagine genitoriale ci si rende conto che il genere a cui si appartiene è il più debole, se la figura che si deve “introiettare” è fortemente svalutata nelle relazioni familiari? Questa è la situazione che vivono alcune bambine che crescono in famiglie dove il padre è il padrone assoluto della vita degli altri membri della famiglia. Spesso questi padri sono violenti e “villani” con le mogli e carini e affettuosi con le figlie; l’introiettare una figura femminile maltrattata e sentirsi femmine privilegiate può dare inizio ad una serie di contraddizioni e di situazioni fortemente dannose nella percezione di sé come persona. Questa situazione è diffusissima e queste giovani donne vivono e crescono in un clima di contraddizioni o di paura, alcune volte si sentono responsabili del mantenimento dell’equilibrio della coppia dei genitori, altre volte sviluppano una sensazione di onnipotenza che le porta a vivere senza regole, tanto loro possono ottenere tutto quello che vogliono.
Io sono convinta che questo “mal-trattamento” sia il più dannoso per la formazione di una personalità che si dovrà in seguito confrontare con altri rapporti umani: con dei coetanei, degli insegnanti, un fidanzato, delle amiche. Se una persona si percepisce come onnipotente ed affronta il mondo con questa percezione di sé potrebbe prendere delle “facciate” estremamente dolorose ed avendo ricevuto dai genitori la vita, ma non le “istruzioni per l’uso”, spesso nel tentativo di “mantenere il controllo” della situazione mette in atto dei comportamenti che, alla lunga, si rivelano distruttivi per sé e per la famiglia.
Nei casi di maltrattamento vero e proprio, sia fisico che morale, la situazione è diversa. Per quanto riguarda la percezione di sé, in questi casi s’instaura una sensazione d’inadeguatezza e conseguente colpevolizzazione per la scarsa stima di se stessi, e se viene introiettata come un giudizio stabile, immutabile, genera una sensazione di impossibilità di mutare gli eventi. Questo fatto fa nascere una personalità di tipo passivo, rassegnato, “tanto sono fatto così, cosa ci posso fare”. Questo atteggiamento è tipico delle persone che hanno una bassissima autostima e che non si percepiscono come persone in grado di influire sul proprio “destino”.

3.2. Percezione di sé come essere sociale

Già quando il bambino nasce ha alle spalle un “vissuto” che fa di lui un essere unico e irripetibile, sia dal punto di vista genetico che emotivo. Attraverso la relazione con la madre sperimenta una prima vita interattiva, la cui evoluzione, come abbiamo già visto, non dipende solo da come si pone la mamma, ma anche il bambino vi ha un ruolo attivo: può essere più resistente o meno alle situazioni frustranti, più “estroverso” tanto da indurre una donna poco “contenente” dal punto di vista emotivo, ad instaurare un rapporto soddisfacente. Già questo comportamento potrebbe far presagire quale sarà il comportamento del bambino nel processo di socializzazione.
Ma prima che il bambino entri a far parte di un vero e proprio sistema sociale (scuola materna o scuola elementare) si è già costruito una parziale percezione di sé come individuo attraverso le interazioni con madre e padre, e eventuali fratelli. Però la trasformazione della percezione di sé in emozioni e concetti “introiettati” attraverso il pensiero avviene negli anni delle prime esperienze sociali, perciò inscindibili dall’idea che ci si fa di se stessi attraverso il “giudizio” degli altri. Un bambino può prendere un “ceffone” in casa propria e viverlo come un ammonimento, un “intervento terapeutico”, ma se la stessa cosa avviene davanti ai suoi compagni sarà un’umiliazione indimenticabile. Non è stato il gesto del genitore che ha prodotto dolore, ma la ferita narcisistica al proprio valore che si fa dipendere dal giudizio dei compagni.
Io non credo che questo modo di costruirsi un’immagine di sé sia uguale per tutti, penso piuttosto che dipenda da quanto valore è stato attribuito nella famiglia al giudizio degli altri. Quante “nefandezze” si consumano tutti i giorni, in tante famiglie, per paura di dover affrontare il giudizio degli “altri”. Mi ha fatto molto riflettere a tale proposito un fatto di cronaca recentemente apparso sui giornali: un frate ha ucciso la propria amante perché lo minacciava di rendere pubblica la loro relazione. Quest’uomo ha potuto ignorare il giudizio di Dio, venire a patti con la propria coscienza, ma non poteva tollerare un giudizio negativo della società! Una ragazza che vive in una famiglia con gravi problemi relazionali “attribuiti” all’alcoolismo del padre, mi ha detto: «Fin che vivevamo in campagna nessuno lo sentiva quando faceva le sue scenate da ubriaco, ma adesso abitiamo in un condominio e quando urla lo sentono tutti» ed è proprio da quando ha cambiato abitazione che questa ragazza mangia e vomita fino a raggiungere i quaranta chili. Le stesse violenze le subiva anche prima (quando il padre è ubriaco la insulta pesantemente), ma non era in discussione l’immagine che gli altri avevano di lei; non per niente Lacan ci dice: “L’Io è un altro” .
I bambini, i ragazzi e qualche volta anche gli adulti, modellano in misura più o meno ampia, l’idea che hanno di sé sulla base dei giudizi che su loro stessi sentono esprimere dai genitori, dagli amici, dagli insegnanti, o anche da qualche estraneo e in modo sempre più preoccupante dal confronto con i modelli proposti dai media. In ambito scolastico gli insegnanti hanno un ruolo molto importante sulla formazione di un’idea di sé dei ragazzi, in ogni momento evolutivo e in modo quasi sempre diretto. Essi esprimono dei giudizi sui singoli allievi (valutazioni del profitto con i voti) anche attraverso il tipo di rapporto che stabilisce con un certo allievo, che può essere di maggiore o minore attenzione, di fiducia o sfiducia nelle sue possibilità (tutti sappiamo che cos’è “l’effetto Pigmalione”).
Forse involontariamente, consapevole o no, un insegnante esercita ogni giorno un’influenza diretta sul modo in cui un ragazzo “introietta” l’idea di sé. L’insegnante può esercitare un’influenza anche indiretta, esprimendo giudizi su uno scolaro all’interno delle discussioni di gruppo o quando esprime giudizi nei colloqui con i genitori.
Nel libro di Marcel Postic La relazione educativa ho trovato un passo che mi ha molto impressionato e che ritengo molto significativo per la comprensione di molte problematiche giovanili:

«Egli desidera (l’insegnante) la crescita del suo allievo, per persuadersi della fondatezza della sua azione, per dimostrare a se stesso che esiste, ed al tempo stesso teme questa crescita, perché il suo allievo usurperà il potere. Plasma gli altri sul suo modello. Per apprendere, per appropriarsi del sapere, gli allievi non hanno che un modo, diventare come lui. Il maestro che è soddisfatto di vedere i propri allievi sforzarsi di assomigliargli e che si serve della propria competenza per ottenere degli effetti di mimetismo, li condanna a rimanere dipendenti da lui. Li rende prigionieri e contemporaneamente imprigiona se stesso. Appena i suoi allievi gli sfuggono, appena volano verso altri orizzonti, si sente come il pellicano che ha dato in pasto il proprio fegato e che resta solo, svuotato per sempre.
Il sapere è uno schermo che permette di evitare il rapporto diretto tra le persone, il confronto con gli altri in un coinvolgimento totale, il corpo a corpo. Utilizzare il sapere significa evitare di provocare lo choc delle scariche emotive. Questa protezione dell’io, per mezzo del sapere, è ugualmente ricercata dall’allievo, soprattutto con l’avanzare dell’età. Egli non svela se non il sapere che gli è stato trasmesso, che ha un po’ modificato con la propria personalità, ma evita di svelare se stesso… Nel nostro sistema, all’allievo s’impedisce, paradossalmente, di apprendere. In questo bisogna vedere un’analisi che non si situa solo in rapporto al quadro istituzionale della scuola, ma anche sul piano della fantasmatica che esiste nelle relazioni tra insegnanti ed allievi. Talvolta l’allievo vorrebbe cercare lui stesso il nutrimento intellettuale che gli piace, ma più spesso l’insegnante gli impone il suo. Altre volte l’insegnante rifiuta di dare il nutrimento-sapere, talvolta vuole ingozzare con questo gli allievi; tra queste tre posizioni, alcuni si difendono rifiutando “inconsciamente” il nutrimento, per una sorta di “anoressia scolastica”».

Non voglio aggiungere altro, ma solo una mia riflessione: nell’adolescenza molto spesso la famiglia e la società valutano un ragazzo come bravo o meno bravo, in base al rendimento scolastico, così come la società etichetta come accettabile o meno una certa immagine, soprattutto per quanto riguarda il genere femminile. Ecco che allora un “quattro in matematica” vuol dire “tu non vali niente”, ed essere grassi significa “sei un imbranato”.
Ancora più difficile è l’acquisizione di una percezione di sé come essere sociale per il “genere femminile” che sta vivendo una fase di grande trasformazione, soprattutto nei ruoli sociali. Non dimentichiamo che fino a non molti anni fa non avevano diritto di voto i bambini, i malati di mente, i delinquenti e le donne e anche oggi, comunque, la politica è un “affare” a grande maggioranza di “competenza” maschile.

Le radici del senso di colpa e della propria disistima

Le radici del senso di colpa e della propria disistima

4.1. L’incapacità di amarsi

«La prima cosa che dovrei fare è cercare di aumentare la poca stima che ho di me stessa, vincere i sensi di colpa che mi danno la sensazione di non avere il diritto di esistere».
«Avevo paura che i miei genitori si vergognassero di me».
«Con il digiuno ero diventata una persona degna…».
«… voglio guarire per vivere senza sensi di colpa nei confronti degli altri… far respirare i miei familiari…».
Di frasi come queste durante le sedute dei gruppi con le pazienti anoressiche se ne sentono continuamente; viene perciò naturale chiedersi: che cosa sarà mai successo nella vita di queste ragazze, quali “incidenti di percorso” nel processo di crescita le hanno portate ad avere una percezione di sé tanto distruttiva?
Nei capitoli precedenti s’è cercato di fare un’analisi (per quanto si ritenga significativo) dei momenti critici dello sviluppo umano. La nascita, la prima infanzia, l’età scolare (della latenza?) per arrivare alla tanto discussa e “pericolosa” adolescenza. A questo punto s’impongono due domande: nella vita di queste ragazze c’è stato qualche evento traumatico (unico o iterato) che le ha portate ad una percezione di sé, tanto distorta o è stato uno stile d’educazione continuativo (s’ipotizza una totale assenza di regole), che le ha indotte ad un’esistenza tanto angosciante?
Nel primo caso, dobbiamo considerare quelle situazioni in cui i bambini sono vittime di violenze e abusi particolarmente gravi. Qui non si tratta di errori educativi, difficoltà momentanee di una coppia, inadempienze, ma di vere e proprie modalità relazionali, patologiche e distruttive che colpiscono i bambini in quella sfera di rapporti e relazioni vitali che è indispensabile alla loro evoluzione. Ciò che è particolarmente grave è che questi comportamenti devastanti per la formazione di un sé positivo, vengono messi in atto proprio da quelle persone che avrebbero dovuto garantire loro cure e protezione. Purtroppo è molto difficile capire che cosa addolora un bambino che subisce violenze di questo tipo, perché inconsapevolmente nasconde il proprio disagio che peraltro si evidenzia in vari disturbi (mal di testa, vomito, apatia, depressione, enuresi) di origine psichica (psico-somatici) e non sempre gli adulti ne riconoscono la genesi.
Molte volte anche in presenza di segni evidenti di maltrattamento, passano parecchi anni prima che i servizi sociali possano intervenire. Come nel caso di una bambina di nove anni, Maria , che viene segnalato dal medico scolastico durante la prima elementare per instabilità psicomotoria e incapacità di attenersi alle regole scolastiche. Nessun intervento per tre anni, e nel frattempo i maltrattamenti continuavano.
Al di là d’ogni considerazione di tipo psicologico-evolutivo facilmente immaginabili, ci si chiede: che fiducia nella società può sviluppare una bimba che vive in questa situazione e non trova nessun aiuto da parte degli insegnanti, dei medici, dalla comunità in genere? Il minimo che potrà percepire sarà: io sono indegna! Se sono indegna mi merito i maltrattamenti e la loro indifferenza; da questo modo di percepirsi a mettere in pratica una serie di comportamenti auto-fustiganti il passo è breve. Inoltre la madre qualifica la figlia come “anormale” nella speranza di scaricarsi di dosso l’accusa d’inadeguatezza educativa che teme le venga attribuita dalla società.
Questa storia fa rivivere come un’eco inquietante una frase di una ragazza del gruppo psicoeducazionale «mi sento una “schifezza”» e ancora «mi sento “avvelenata” da vecchi e nuovi rancori»… «se penso alla tua bontà nei mei confronti mi sento tanto più indegna, non mi schiodo proprio dai miei “veleni” che distribuisco in abbondanza».
I bambini abusati non esprimono la loro collera o l’ira per essere stati umiliati e maltrattati e allora cosa ne è della sofferenza che non può e non deve essere espressa? Purtroppo non scompare nel nulla, ma con il tempo si trasforma in un odio più o meno consapevole contro il proprio sé o contro gli altri. Il bambino deve reprimere e soffocare i suoi sentimenti e per continuare a vivere con le persone che lo maltrattano deve cercare di dimenticare l’intera situazione dolorosa che ha provocato la sua “rabbia”. Ma se impiega tutte le sue energie nel lavoro di rimozione, che al momento gli è assolutamente necessario, anzi vitale, ne paga le conseguenze a breve, ma molto più frequentemente, a lungo termine, poiché la “rimozione” è un’ingannevole illusione, la cui funzione adattiva nell’infanzia si trasforma nell’adolescenza e nell’età adulta in una forza distruttiva.
I sentimenti d’ira, d’impotenza, paura, dolore e disperazione non si annullano, ma estrapolati dalle cause che li avevano generati, si esprimeranno in atti distruttivi rivolti agli altri o contro se stessi, molto spesso con effetti patogeni. Miller ci racconta di bambini che hanno patito la fame, bombardamenti o catastrofi naturali, ma sono stati amati e rispettati come persone e hanno superato atroci esperienze senza sviluppare patologie. I disturbi psicologici e psichiatrici non sono diretta conseguenza delle frustrazioni e delle difficoltà, ma l’espressione della rimozione dei traumi.
Ma cosa prova e pensa un bambino che all’interno della propria famiglia viene sottoposto a violenze fisiche, sessuali, o più spesso verbali? (soprattutto i padri insultano pesantemente con appellativi volgari le figlie). Può capire che qualcosa non va nei suoi genitori? E’ in grado di accorgersi che ciò che fanno “i grandi” non dipende dal suo comportamento o dalle sue colpe?
Certamente no. Non sa distinguere e capire chiaramente che la sua sofferenza potrebbe essere evitata e che le responsabilità non sono sue. E’ confuso, non prova sentimenti chiari, a volte ama i suoi genitori, a volte li odia. E’ sempre in ansia, spaventato, in stato di allerta. Non riesce più a concentrarsi, a dormire bene. I bambini abusati non riescono mai a trovare una vera spiegazione per ciò che accade. Provano emozioni forti, contrastanti e confuse: sentono i genitori ingiusti, ma allo stesso tempo si sentono cattivi.
Gli effetti del maltrattamento non sono limitati nel tempo: continuano a manifestarsi anche nell’adolescenza e nell’età adulta. Siccome l’abuso e la violenza si ripetono e colpiscono in modo imprevedibile “non possono essere controllati” né evitati, in particolare la percezione dell’impotenza che nasce dall’impossibilità di reagire all’aggressione sessuale distorce la capacità di controllare la propria vita. Chi ha subito abuso sessuale organizza un senso del sé contaminato, confuso, colpevole e cattivo. In seguito, l’errata convinzione che “dimenticare” e “perdonare” sia il modo migliore di superare tali esperienze, unita alla vergogna che ne impedisce la rielaborazione verbale, fa sì che si strutturino delle difese basate sulla negazione e sulla rimozione. Una volta integrate nella struttura di personalità, esse si trasformano in modalità adattive stabili, patologicamente “funzionali” e non più collegate all’esperienza traumatica originaria.
Sono molti i casi di persone adulte che hanno subito violenza e che segnalano il permanere degli effetti di tali traumi attraverso una varietà di disturbi “apparentemente” scollegati. Troviamo anche casi di reiterazione dell’esperienza traumatica, che non si esprime nella stessa modalità, ma che si ripropone in fenomeni di “automutilazione” intesi in senso ampio, come l’uso di droghe, alcool, comportamenti alimentari a rischio per la propria salute fisica (anoressia, bulimia, obesità).
Oltre a questa triste esperienza (evento traumatico come possibile substrato alla comparsa dell’anoressia), un’altra situazione si ritiene possa portare a uno stile di comportamento autodistruttivo: l’assenza di regole nel percorso educativo che genera nel bambino la percezione di un Sé “onnipotente”. Se il “comportamento egocentrico” è funzionale alla vita nei primi mesi dell’esistenza (es. il neonato piange quando ha fame, ma non si può certo aspettarsi che non lo faccia quando la mamma dorme!), in seguito diventa “disfunzionale” alla vita stessa. Questo passaggio (dall’egocentrismo all’allocentrismo) mediato dall’educazio-ne al rispetto dell’altro, va opportunamente diretto dai genitori e avviene attraverso lo stabilirsi di regole che rendono possibile la convivenza e la crescita dell’intera famiglia in un clima rassicurante e soddisfacente.
Non sempre questo avviene, e per svariati motivi in alcune famiglie il figlio diventa l’unico ad avere dei diritti ed agli altri lascia solo doveri. Quando questo atteggiamento viene accettato e incoraggiato nei primi anni di vita, sfocia in una sorta di delirio d’onnipotenza che, se non viene arginato alla comparsa dei primi sintomi, porta a grandi sofferenze l’intera famiglia, ma, anche se ottiene sempre quello che vuole, chi è più infelice, più sofferente, è il figlio stesso.
Generalmente i genitori più esposti al rischio di allevare un figlio con questa caratteristica sono molto giovani, o in età matura, quando una maternità è un impegno troppo gravoso: essi permettono ai bambini di fare tutto ciò che vogliono, perché non hanno la voglia o non hanno più la forza d’imporsi. Poi ci sono i genitori che hanno accuratamente programmato la nascita, ma hanno creduto all’efficacia di un’educazione permissiva che una ventina d’anni fa era molto di moda. Il presupposto sbagliato è che il bambino sia un adulto in miniatura, e questo ce l’aveva già detto Rousseau nel diciottesimo secolo. Un adulto è tale perché ha alle spalle un bagaglio d’esperienze in base alle quali giudicare il presente. Ma se le sue esperienze le trasmette al bambino come se fosse un piccolo adulto, è come se usasse una lingua straniera.
Obbligare quindi i bambini a fare un certo numero di esperienze guidate permetterà loro, quando si troveranno nella stessa situazione, di ripetere o rifiutare quanto già provato. Questo è un altro problema che rende più difficile la vita dei bambini cresciuti in eccessiva libertà. E’ l’incapacità o comunque la grossa difficoltà a provare il nuovo. Questo li porta a non saper scegliere e finiscono per fare sempre le stesse cose, mangiare gli stessi cibi, stare con le stesse persone.
In questa situazione famigliare l’atmosfera non sarà quella che crea i presupposti fondamentali per la riuscita del lavoro educativo e spesso la fatica che comporta la convivenza in un contesto senza regole, porta la coppia ad una crisi, con reciproche accuse d’inadeguatezza e, prima o poi, il figlio manifesterà la sua angoscia.
Ma perché stanno tanto male i bambini “onnipotenti”? Perché sono sempre tesi, sempre arrabbiati ed arrivano tanto spesso ad elaborare sintomi diversi che possono anche sfociare in vere e proprie psicosi? G. Ukmar, neuropsichiatra infantile e psicoterapeuta della famiglia e della coppia mi ha “illuminato” con questo esempio :

Immaginate di svegliarvi improvvisamente, una notte, e di trovarvi in piedi al centro di una stanza completamente buia in cui non riuscite a cogliere il benché minimo spiraglio di luce. Cosa fate?
Ormai ho fatto questa domanda a moltissime persone e le risposte sono più o meno analoghe “Cercherei una porta”, “Cerco una finestra”, “L’interruttore della luce!”.
Tutti quindi, ovviamente, a passi incerti, con le mani protese davanti a noi ci metteremmo alla ricerca di un muro, sul quale tutte queste cose sono abitualmente collocate. E se non lo trovassimo? Se le nostre mani continuassero a restar protese nel buio ed i nostri piedi ad avanzare senza che nessun ostacolo ci desse modo di stimolare il nostro senso di orientamento e di sedare l’ansia, che ormai comincerebbe a far tremare le ginocchia ed a rendere difficoltosa la respirazione? Io credo che dopo un po’ sarebbe il panico, io credo che, abbandonata la prudenza, cominceremmo a correre in tutte le direzioni e forse anche a piangere, e forse ad urlare, invocando che quest’incubo tremendo avesse fine…

Se si riesce a comprendere questo tipo d’emozione, si capisce la situazione psicologica di un bambino che venga allevato senza regole, ossia senza scontrarsi mai con dei “muri” che gli permettano di trovare punti di riferimento per muoversi nella vita. Chiedere sempre di più e le cose più strane rappresenta il correre per trovare un muro di riferimento. Paradossalmente il bambino chiede per vedere quando riuscirà ad ottenere un “NO”. Ma anche quelle poche volte che arriva, è un NI per poi trasformarsi in un SI’, per stanchezza, per insicurezza, per discordanza di vedute tra padre e madre e la situazione peggiora ulteriormente.
A questo punto il bambino prima, il ragazzino poi, finisce col non fidarsi più nemmeno di se stesso, delle proprie percezioni. In conseguenza del loro comportamento sono difficilissimi da sopportare e sentono che anche dai genitori non sono molto amati. Quando poi crescendo tentano di “imporsi” con i compagni, con gli amici non trovano più la stessa accondiscendenza e si creano il vuoto attorno. Facilmente legano con altri ragazzi “problematici” e da qui ad arrivare a comportamenti “asociali”, il passo è breve.
Nel caso specifico dell’anoressia mentale, la scelta di cercare un’identità che le soddisfi nei canoni estetici proposti dai media le porta ad “invischiarsi” in un sintomo più grande di loro, della cui concreta portata raramente si rendono conto. Di anoressia si muore, ma loro non ci credono, la loro convinzione è di «essere capaci di vivere senza cibo» tanto che una ragazza (27 chili) si strappa la flebo dicendo: «ce la faccio da sola!».
Quasi tutte arrivano ad imporre alla famiglia regole assurde e i genitori ormai totalmente impotenti accettano e sopportano l’incredibile per paura dell’irreparabile. Poi ci sono i casi in cui la malattia della figlia è strumentale all’unione della coppia; non si separano per non creare un trauma alla figlia già tanto malata! Così la ragazza si sente investita anche della responsabilità della durata dell’unione dei genitori. Ma queste convivenze restano comunque difficili, imperfette e questo “perfezionismo nevrotico” che è sempre presente nella personalità delle ragazze anoressiche, crea ulteriore disagio e percezione di sé come “inefficace”. Tutta la situazione è finta, tutta la famiglia è un “bluff”.

PRECISAZIONE: Un genitore può essere responsabile della pena o della gioia e della salute di suo figlio, ma non si deve confondere la responsabilità con la colpa. La colpevolezza presuppone la conoscenza del pericolo e la volontà di nuocere. Se un genitore sceglie un’educazione permissiva è perché è convinto che questa faccia di suo figlio un uomo felice. Ne sarà responsabile quindi, ma non colpevole.

4.2. La paura di crescere

Nelle cosiddette “società primitive” esistono tre età fondamentali della vita: l’infanzia, l’età adulta e la vecchiaia. L’adolescenza è un periodo breve dello sviluppo che coincide con la maturazione sessuale. Il passaggio dal mondo infantile a quello adulto è molto breve e quasi mai traumatico; ma caratteristica di queste società è che in esse sono quasi completamente assenti quelle manifestazioni d’insofferenza e d’incertezza sulla propria identità che caratterizzano l’adolescenza della società occidentale contemporanea.
Anche nelle società pre-industriali occidentali non era previsto un periodo “lungo” di transizione tra l’infanzia e l’età adulta, non esisteva la scolarizzazione obbligatoria; i giovani trascorrevano la loro adolescenza entro i confini della famiglia. Le ragazze, in particolare, imparavano dalla madre e dalle altre donne a svolgere tutte le mansioni femminili, ad occuparsi dei bambini e dei vecchi. Quelli che studiavano vivevano a pensione in collegio nelle città dove si trovavano le varie scuole, medie comprese.
Fino a trent’anni fa non c’era la scuola media inferiore nei paesi e chi continuava gli studi doveva soggiornare lontano dalla famiglia, già all’età di dieci-undici anni. In questo caso c’era però un vantaggio. Risiedendo fuori casa per lunghi periodi, i ragazzi e le ragazze (pochissime) avevano minori occasioni di tensione e di scontri con i familiari e questo aiutava a mantenere dei buoni rapporti nel tempo.
Ciò non significa che “una volta” non esistesse l’idea di giovinezza, comunque era vissuta con la consapevolezza di un diverso modo di atteggiarsi verso la vita dovuto alla minor esperienza dei giovani. Ma pur nella differenza di comportamento, nella società pre-industriale l’età giovanile non era caratterizzata da valori suoi, da una sua cultura o addirittura da una cultura di opposizione a quella degli adulti, come invece accade ora.
Già con la generazione nata col Futurismo si tende a recidere il rapporto di continuità con le generazioni precedenti. Questa generazio

Stampa

Educatrice Professionale e Criminologa.
Lavora per il Ministero Della Giustizia come Funzionario giuridico pedagogico. Redattrice del portale Eduprof.it dal 2003 ad oggi ed autrice di numerosi articoli sul tema pedagogico/criminologico.