Prevenzione della devianza minorile e ruolo svolto dagli operatori sociali

In questa situazione è evidente quanto sia indispensabile porre la propria attenzione nei confronti della prevenzione e degli interventi finora attuati.
La prevenzione serve all’individuo, ma è indispensabile anche per stringere rapporti di reciproco aiuto e solidarietà sociale. Protegge il diritto individuale ma anche quello di un gruppo e di una comunità.
In relazione al diverso tipo e grado di finalità perseguibili ed ai differenti mezzi che possono essere usati per il loro conseguimento si distinguono tre livelli di prevenzione:
– Primaria: volta a rimuovere o diminuire quei fattori criminogeni presenti nell’ambiente fisico e sociale, attraverso interventi di politica sociale, educativa e urbanistica, al fine di promuovere benessere in determinate aree.
– Secondaria: diretta dall’individuazione precoce di potenziali delinquenti, per i quali vengono promosse azioni in grado di ridurre il rischio di un possibile coinvolgimento in comportamenti antisociali.
Questo tipo di prevenzione è rivolto, in particolare, alle fasce giovanili che, trovandosi in condizioni di deprivazione sociale, risultano più esposte al rischio di comportamenti socialmente negativi.
– Terziaria: interviene dopo che un crimine è stato commesso, ed è finalizzata ad evitare la recidiva.

Le politiche di prevenzione a Napoli

Tra i servizi che il comune di Napoli mette a disposizione dei cittadini, alcuni sono rivolti direttamente ai minori come, ad esempio, le attività di tutoraggio scolastico o il baby care per i più piccoli, e sono presenti sul territorio strutture apposite, come le ludoteche o i centri di aggregazione giovanile. In particolare, i centri giovanili sono strutture create per favorire l’aggregazione sociale e l’organizzazione di attività ricreative, culturali, sportive. L’attività dei centri è varia: alcuni sono monotematici, cioè si occupano di una particolare attività, altri invece sono polivalenti, con al loro interno differenti laboratori. Si organizzano laboratori teatrali, di cinema, di musica, in alcuni casi si praticano attività sportive come calcio, la pallavolo, judo, oppure si organizzano corsi di ballo. I centri diversificati tra di loro per le attività svolte, si distinguono anche per l’utenza di riferimento. Alcuni si rivolgono ai bambini e ai preadolescenti, altri raggiungono un’utenza con una fascia d’età più allargata che comprende anche i giovani (in alcuni casi fino a 30/35 anni).
Il lavoro svolto dagli operatori che mira a coinvolgere i ragazzi nelle attività del centro si può classificare tra le azioni di prevenzione primaria e secondaria, con un’utenza abbastanza eterogenea. Il loro obiettivo è coinvolgere i ragazzi del quartiere nelle attività svolte, spesso infatti, le zone dove questi centri sorgono sono carenti di servizi e non offrono molte alternative a coloro che vi abitano. Al loro interno sono presenti sia ragazzi con difficoltà, magari segnalati dagli assistenti sociali o con piccoli precedenti penali, sia i ragazzi che non vivono particolari situazioni di disagio.
A questo proposito è utile citare l’Associazione A.Vo.G. situata nel Rione “Don- Guanella” di Scampia che insieme al Servizio Civile realizza progetti per prevenire la dispersione scolastica, la devianza, la marginalità e l’esclusione giovanile, il bullismo, attraverso delle attività svolte nell’orario extrascolastico con insegnanti e volontari.
L’A.Vo.G. è un’organizzazione di volontariato istituita nell’anno 1995 ai sensi della legge del Volontariato 266/91 e successivamente iscritta al registro comunale di Napoli – Organizzazioni di volontariato Prot. 155 del 28/01/00.
L’ente ha sede presso l’Opera di Don Guanella – Fondazione Elisa Fernandez, di cui utilizza tutte le strutture esistenti: aule, laboratori informatici, sale riunioni, strutture sportive ecc.
In un discorso sulla prevenzione è importante considerare non solo le strutture e i progetti messi in atto negli ultimi tempi, ma anche il tipo di risposta che questi interventi hanno ricevuto dalla popolazione.
Nel corso di questa ricerca ho avuto modo di colloquiare con alcuni operatori sociali ed è emerso che c’è stato un buon riscontro per quel che riguarda l’adesione dei ragazzi ai progetti e alle iniziative dei centri. La semplice presenza sul territorio di agenti sociali portatori di valori diversi da quelli ricorrenti dalla strada può essere utile. Poi ovviamente vanno innescate delle dinamiche, vanno sollecitate delle reazioni.
Uno dei problemi che gli operatori dei centri hanno dovuto affrontare, è quello relativo all’inserimento nei vari territori e al superamento dell’iniziale diffidenza mostrata nei loro confronti, e la difficoltà indotta dal confronto inevitabile innescato tra i modelli culturali e comportamentali radicati nel territorio e le nuove “attività preventive”.
Per quanto riguarda il quartiere Secondigliano, gli operatori affermano la tendenza dei ragazzi ad essere poco propensi ad aprirsi alle novità e a frequentare posti diversi dal quartiere di appartenenza. Esiste la cultura del posto. Difficoltà iniziali sono state riscontrate dagli operatori del Parco Ventaglieri, un centro socioculturale situato in un quartiere del centro storico. In un primo momento gli operatori hanno dovuto far fronte a problemi di vario tipo, tra cui la struttura non terminata che versava in uno stato di degrado, passanti che regolarmente venivano presi di mira dai ragazzini che abitavano nella zona con lanci di pietre e oggetti vari. La situazione era testimoniata anche dagli articoli sui quotidiani, in cui si parlava di “parco carcassa”. Oltre a questo aspetto gli operatori hanno dovuto porsi il problema di come relazionarsi sul territorio, scegliendo di intrattenere un anno prima di realizzare i progetti la relazione con le altre agenzie sociali presenti sul territorio. La diffidenza iniziale era legata anche al fatto che spesso i cittadini che abitano in queste zone hanno una visione non positiva delle istituzioni e c’è poca conoscenza dei servizi che possono offrire. C’è la cultura che l’assistente sociale sia “l’orco cattivo”, che sottrae i figli ai genitori. Manca la consapevolezza che possa esserci qualcuno disposto ad aiutarli senza ricevere nulla in cambio.Gli operatori affermano che l’azione educativa fondamentale sia sempre dire la verità ai ragazzi, spiegare loro l’importanza delle regole e soprattutto farle rispettare. Lo sport si è rivelato essere uno strumento educativo fondamentale per avvicinare i ragazzi attraverso cui dare regole, insegnare il rispetto per gli altri e l’autostima. In alcuni casi, costituisce anche una valvola di sfogo per i ragazzi con problemi familiari, i quali in questo modo scaricano la tensione interna. Ovviamente si differenzia il gioco di strada dal gioco guidato, in quanto nel primo prevale la parte aggressiva, non c’è rispetto per gli altri. Inoltre spesso accade che le regole del gioco vengano dettate dai bambini più forti mentre quelli più timidi e
deboli rimangono in disparte.
Tra le diverse istituzioni presenti la Scuola riveste un ruolo fondamentale. Bisogna evitare che il ragazzo abbandoni la scuola.
A Napoli è attivo a partire dagli anni ’90, il progetto Chance, scuola di seconda occasione per il recupero dei ragazzi drop out. Uno dei punti di forza che ha contribuito a far raggiungere ottimi risultati è proprio nella metodologia utilizzata. I ragazzi non vedono gli insegnanti come tali, li considerano come persone di famiglia e si sentono a proprio agio senza avvertire la relazione complementare Insegnante/Alunno. Si sentono amati e compresi.Per fare la prevenzione ed il recupero bisogna partire dalla relazione della persona.Le problematiche hanno sempre radici “interne”.
Un ragazzo a rischio è un ragazzo che ha una serie di sindromi abbastanza evidenti.Intanto c’è una sindrome di tipo depressivo che è sempre diffusa, il ragazzo che siannoia a fare qualsiasi cosa, che ha una difficoltà relazionale fortissima, che non escemai dal suo quartiere, che non ha fiducia in niente che sia istituzionale e in niente chenon sia riferito al contesto familiare immediato. Questo tipo di individuo è a rischio.
L’altra situazione è il caso aggressivo, lo scontento, il rancoroso, “tutti ci odiano,nessuno mi pensa, nessuno mi aiuta”.La responsabilità maggiore di questa situazione si attribuisce all’assenza di relazionisignificative con figure adulte sufficientemente incoraggianti, nel caso in cuil’adolescente vive in un contesto familiare non unito, incapace di assicurargli il caloredel focolare domestico, riferito all’aspetto relazionale e non al soddisfacimento deibisogni materiali.
È in questi casi che l’operatore sociale, dando i giusti input positivi, diviene un puntodi riferimento per il ragazzo.

Tratto dalla tesi di laurea in sociologia, articolo scritto dalla Dott.ssa Daniela Iacono

Fonte:

http://www.dial.it/progetto_campania/fondcols/antim9.htm

Come affrontare i disturbi dell’ attenzione e dell’ iperattività

http://www.eduprof.it/

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Educatrice Professionale e Criminologa.
Lavora per il Ministero Della Giustizia come Funzionario giuridico pedagogico. Redattrice del portale Eduprof.it dal 2003 ad oggi ed autrice di numerosi articoli sul tema pedagogico/criminologico.