Il ‘bullismo’ e le sue radici

La sistemazione scientifica di questa materia è ancora in corso, ma si sono già registrati i primi interventi degli studiosi, a partire da una ricerca sul bullismo condotta in Svezia che hanno recato importanti contributi, dei quali cercherò di fornire qui una sintesi, senza volere escludere, allo stesso tempo, l’acquisizione e la lettura diretta delle opere segnalate.

Una direttiva ministeriale ha rilevato che”è importante definire il bullismo poiché troppo spesso viene confuso o omologato ad altre tipologie di comportamenti, dai quali va distinto, e che configurano dei veri e propri reati (ad esempio, discriminazione, microcriminalità, vandalismo, furti, ecc.)”.

Il termine bullismo viene riferito al verbo inglese ‘to bully’,‘angariare’, mentre nei dizionari della nostra lingua il primo a comparire è il termine bullo, collegato etimologicamente all’antico tedesco ‘bole’, ‘drudo’ , e inteso a designare “chi si mette in mostra con spavalderia”.

Secondo una visione condivisa da esperti e professionisti, sono caratteristiche del fenomeno del bullismo: l’intenzionalità, cioè “la volontà di offendere l’altro e di arrecargli danno o disagio”; la persistenza, cioè “la ripetitività di comportamenti di prepotenza nel tempo”; l’asimmetria, cioè “la disuguaglianza di forza tra il bullo che agisce e la vittima che spesso non è in grado di difendersi”.

Si può distinguere tra prepotenze dirette (di tipo fisico, o di tipo verbale, come minacce e offese) e prepotenze indirette, più nascoste e sottili (come l’esclusione dal gruppo e la diffusione di calunnie): le prime prevalenti ad opera dei maschi, le seconde più frequenti tra le femmine. A volte sono presi di mira soggetti disabili; altre volte persone appartenenti a etnie diverse; altre volte ancora soggetti il cui comportamento non risulta tipico dell’identità di genere (p. es. maschi che assumono atteggiamenti effeminati). Si possono verificare anche comportamenti etichettati come ‘molestie sessuali’, cioè comportamenti di tipo sessuale come gesti osceni, offese, commenti sul corpo o parti di esso, prese in giro.

Di recente è entrato in considerazione anche il c. d. cyberbullismo, inteso come “particolare tipo di aggressività intenzionale agita attraverso forme elettroniche”.

In questo quadro sono da ricordare, e da riprovare, i giochi elettronici che incoraggiano l’aggressività, proponendo spesso ‘bersagli’ da centrare e da annientare.

Non vengono invece ascritti al bullismo i comportamenti di natura ludica (giochi turbolenti, lotta per finta o aggressioni giocose).

Si è osservato che, mentre “la frequenza dei comportamenti aggressivi è più elevata nella prima e seconda infanzia, il periodo in cui il comportamento da bullo si configura come più pericoloso è, invece, l’adolescenza e la prima età adulta”.

Si è osservato che le famiglie dei bulli adottano metodi educativi autoritari e violenti o incorrono nell’eccesso opposto del permissivismo ad oltranza. Un’altra caratteristica spesso associata all’aggressività dei figli è stata individuata nell’incoerenza tra azioni e comportamenti educativi dei genitori.

La motivazione addotta dai ‘bulli’ per le loro ‘bravate’, una volta che siano identificati e tratti in arresto, è spesso quella della noia (“Lo abbiamo fatto per divertirci”): e questa è la chiara denuncia di un ‘vuoto’ interiore.

Di regola, non emergono motivi specifici (come, ad esempio, un rancore personale) che possano giustificare l’atto vessatorio. A volere invocare l’avversione nei confronti della ‘diversità’(che è la radice comune delle varie forme di intolleranza), si finisce con il constatare che qui la ‘diversità’ è rappresentata in primo luogo dalla ‘debolezza’, che, invero, non può essere di per sè motivo di rancore, ma solo l’elemento occasionale che facilita l’esercizio della prepotenza. Così, se in qualche caso l’aggressione è stata rivolta contro immigrati di colore, i resoconti della stampa hanno messo in evidenza che la condizione di ‘irregolarità’ degli immigrati stessi li rendeva più vulnerabili, come ‘soggetti deboli’, impossibilitati a denunciare gli aggressori. In casi del genere si tratterà di stabilire, volta per volta, se, accanto al bullismo, sussista o meno una vera e propria componente ‘razzista’.

L’atto di bullismo si accompagna a volte con l’appropriazione di oggetti o di denaro a danno dell’aggredito, che costituisce un reato, come tale sanzionato dalla legge penale, mentre qui il movente di fondo resta, di per sé, la soddisfazione che si ricava dalla vessazione nei confronti del più debole. In questo senso, alcuni episodi di ‘bullismo’ vengono distinti da quelli, specifici, di ‘micro-criminalità’.

Si rileva che gli atti di bullismo sono compiuti con maggiore frequenza nel contesto scolastico, cioè nel luogo istituzionalmente predisposto per l’aggregazione dei giovani e dei ragazzi. Essi si verificano spesso tra alunni e alunno, ma altre volte si svolgono all’esterno della scuola, anche a danno di persone ad essa estranee, da parte di gruppi formatisi nella scuola.

In definitiva, si è proposta una definizione del bullismo, in senso stretto, come “abuso tra pari, cioè come comportamento rivolto all’assunzione di ruoli di potere e di controllo sull’altro” (in un determinato contesto). Il fenomeno viene trattato dagli esperti in rapporto al tema del disagio giovanile, con la raccomandazione di non ‘patologizzare’ il problema.

Una direttiva ministeriale, già citata, ha rilevato che “il bullismo si configura come un fenomeno dinamico, multidimensionale e relazionale che riguarda non solo l’interazione del prevaricatore con la vittima, che assume atteggiamenti di rassegnazione, ma tutti gli appartenenti allo stesso gruppo con ruoli diversi”.

Nella ricerca dell’identi-kit del bullo, si rinviene chiaramente un ‘vuoto’, cioè una carenza del senso di responsabilità (che si riporta all’assenza di fondamenti morali) e una mancanza di interessi che possano essere di stimolo a un impegno gratificante in determinate attività. Si riscontra un’esaltazione della propria persona e una componente esibizionistica, che si rafforzano con l’umiliazione degli altri. In definitiva, si può concludere che “il bullo è uno spaccone, uno smargiasso, un teppista sfrontato, spavaldo e prepotente che ha sempre bisogno di una vittima da perseguitare e opprimere.”

Gli atti di aggressione e prepotenza riferiti dalla stampa risultano in buona parte commessi da gruppi di giovani. Al riguardo si è precisato che “l’aggregazione giovanile, se da un lato si pone come fattore di crescita irrinunciabile per lo sviluppo del soggetto e per la costruzione della sua identità, dall’altro può rappresentare anche un fattore di rischio,in quanto può porsi come ricettacolo degli aspetti più fragili della personalità del ragazzo e diviene il luogo di condivisione identificativa delle problematiche affettive dei suoi componenti, tanto da generare una sorta di psichismo individuale e da agire quale amplificatore di deficit soggettivi. In tale contesto deresponsabilizzato può dunque manifestarsi la commissione di fatti delittuosi di vario tipo”.

Alcune ricerche hanno accertato che i bulli sono spesso rifiutati dalla maggioranza dei compagni e proprio per questo motivo tendono a fare gruppo con altri soggetti caratterizzati da condotte aggressive. All’interno di questi gruppi si distingue tra la figura del bullo dominante, in prevalenza maschio, più forte fisicamente o psicologicamente rispetto ai compagni, capace di istigare altri compagni, e la figura del bullo gregario, più ansioso, che tende ad assumere il ruolo di ‘aiutante’ o ‘sostenitore’ del bullo per rafforzare la propria identità e affermarsi all’interno del gruppo., rispetto all’esterno, che cerca semplicemente di rimanere fuori dalle situazioni di prepotenza.

Si individua, poi, il bullo-vittima, emotivo e irritabile, che assume atteggiamenti provocatori e iper-reattivi di fronte agli attacchi dei compagni, così attivando un circolo vizioso di conflittualità. Si parla al riguardo di vittima provocatrice, figura distinta dalla vittima passiva, caratterizzata da un “modello reattivo ansioso e sottomesso” , che finisce involontariamente con il segnalare ai bulli la sua difficoltà a reagire .Di qui l’invocazione di un’azione educativa, da svolgere, oltre che per il contrasto del bullismo, anche a sostegno dei soggetti perseguitati, e anche il suggerimento, a loro vantaggio, di opportune strategie di difesa.

Sfuggono alla definizione del bullismo fin qui fornita, ma si collocano su un piano analogo, con radici similari, alcuni comportamenti privi di motivazione specifica, quali il vandalismo nei confronti di auto e di altri beni privati o di beni pubblici ( come statue e fontane), nonchè il getto di oggetti pericolosi, (come il lancio di sassi dai cavalcavia, divenuto purtroppo un fatto ricorrente nella cronaca quotidiana).

Un carattere a sè hanno gli atti di vandalismo compiuti nei locali scolastici, contro la scuola e i suoi insegnanti, per motivi di rancore o intesi, a volte, a fare sparire la documentazione degli insuccessi scolastici degli autori stessi.

Alle radici del bullismo e di fenomeni similari, gli esperti ravvisano, come già detto, il disagio dei giovani. Si rileva, poi, che il disagio dei giovani ha, come ‘retroterra’ il malessere sociale, conseguente alla perdita di riferimenti valoriali certi e condivisi da parte degli adulti. In effetti i genitori, come adulti in crisi, finiscono col trasmettere ai giovani i tratti negativi della loro condizione e si dimostrano spesso incapaci di esercitare un’ adeguata azione educativa nei loro confronti.

Per quanto riguarda in particolare gli adolescenti, ciò che caratterizza lo stato vissuto di questi soggetti, a giudizio di un’esperta, “è connotato dal malessere, dal disagio, determinati dalla separazione da realtà conosciute, dal dover scegliere e valutare, dalla rottura con il passato: necessità sicuramente funzionali all’evoluzione dell’individuo, ma altrettanto sicuramente difficoltose per le tensioni e il senso di smarrimento diffusi”.

Si conviene che l’età adolescenziale inizia con la pubertà, mentre si osserva che “nella nostra epoca e nella società occidentale la costruzione dell’identità si presenta più lunga e laboriosa “a motivo del dilatarsi del tempo degli studi, della difficoltà di trovare lavoro e del ritardo nell’accesso al matrimonio e alla formazione di una famiglia propria, fattori tutti che comportano, per così dire, un prolungamento della condizione adolescenziale fino ai 25-30 anni”

Si è anche rilevato che, per gli adolescenti, “vi è la possibilità di leggere il proprio potere e il proprio valore in modo inadeguato, esaltandoli acriticamente e mostrando una forte componente narcisistica, oppure, al contrario, senza comprenderli, lasciando spazio a un senso di inferiorità, che può portare a una sorta di silenziosa rassegnazione o a una forma di continua protesta verso tutto e tutti, ma anche a un ‘crogiolarsi’ nella propria posizione vittimistica”.

Al riguardo si è aggiunto che, “nel momento in cui l’adolescente si scopre ‘altro’ da tutto e da tutti, la concentrazione verso il proprio io è una nuova esperienza di narcisismo, distinta dal significato con cui la usava Freud, ma sempre indicativa di almeno tre componenti condivise dai diversi studiosi: la ricerca di una soddisfazione autoerotica, il rifugio nel sentimentalismo e nella fantasticheria, il compiacimento per le proprie doti ….” Queste manifestazioni (che hanno tutte a che vedere con lo sviluppo della sessualità), “se da una parte possono avere anche componenti negative, hanno prevalentemente la funzione di dare vita a un processo creativo che non deve essere fermato, ma anzi sostenuto e guidato. Il problema si pone casomai quando l’adolescente si ripiega su se stesso in maniera assoluta e l’immaginario diventa il rifugio prediletto rispetto al reale, con una concentrazione sul proprio corpo totalizzante. In questa situazione, infatti, la personalità rischia di non transitare in una dimensione eterodiretta e di bloccarsi in una forma di chiusura verso l’esterno”.

Si deve riconoscere, infine, che l’affermazione della propria individualità, in rapporto e anche in opposizione con il mondo che li circonda, può condurre i giovani su posizioni di contestazione estrema e indiscriminata, ma anche a renderli protagonisti di un’azione positiva di rinnovamento della società. Al riguardo è esemplare la vicenda del movimento studentesco del ’68, che, nonostante gli eccessi e le deviazioni, è considerato il punto di partenza di un processo positivo di innovazione.

Per altro verso, la condizione di ‘disagio’, anche con il concorso di altri fattori, può degenerare in una situazione di ‘devianza’.

Si riportano al concetto di devianza sia la violazione di ‘norme giuridiche’, sia i comportamenti contrari al costume o eticamente censurabili (secondo le diverse convenzioni sociali). Nel nostro ordinamento il crimine corrisponde, in senso giuridico, a una serie di ipotesi analiticamente contemplate e sanzionate dal codice penale o da altre norme penali ( come reati, distinti nelle due sotto-categorie dei ‘delitti’ e delle ‘contravvenzioni’, in ragione della loro maggiore o minore gravità e delle sanzioni conseguenti).

La condizione di disagio dei giovani può rendere gli stessi più inclini a commettere un delitto previsto dalle norme penali, secondo una logica coerente con le finalità tipiche del delitto stesso (appropriazione di beni altrui; sfogo di un rancore personale o appropriazione di beni dell’aggredito negli atti di violenza). Altre volte la condizione di disagio può essere di per sé sola alle radici dell’atto criminoso (si pensi, ad esempio, al danneggiamento di auto o di altri beni altrui o al getto pericoloso di oggetti, come il lancio di sassi dai cavalcavia), anche se non esime dalla sanzione, ove ricorra la fattispecie prevista dalla legge.

Il passaggio dal disagio alla devianza si verifica, altre volte, attraverso l’intermediazione della droga. La tossicodipendenza, infatti, oltre a rappresentare uno sfogo del disagio, può essere anche causa, per l’allentamento dei freni inibitori, di un comportamento legalmente sanzionato.

E’ anche da considerare che, a volte, i giovani sono sollecitati ed anche costretti, ad opera di criminali adulti, al compimento dell’azione criminosa.

Stampa

Educatrice Professionale e Criminologa.
Lavora per il Ministero Della Giustizia come Funzionario giuridico pedagogico. Redattrice del portale Eduprof.it dal 2003 ad oggi ed autrice di numerosi articoli sul tema pedagogico/criminologico.