Le isitutuzioni educative e l’educazione alla legalità

Già nel 1991 il nostro Ministero dell’interno organizzava una Conferenza permanente su ‘La cultura della legalità’. Nello stesso tempo, la Commissione ecclesiale ‘Giustizia e pace’ emanava la nota pastorale su ‘Educare alla legalità’, raccogliendo l’appello del Pontefice a un recupero della legalità.

La circolare ministeriale 25 ottobre 1993, n. 302, individuava l’educazione alla legalità come “presupposto etico e culturale di una contrapposizione decisa a tutti i fenomeni di criminalità” e perveniva a ampie formulazioni concernenti le finalità e la dimensione operativa di questo approccio educativo.

Un nodo da sciogliere in materia di educazione alla legalità è quello della contrapposizione tra legalismo formale e legalità sostanziale: all’aderenza stretta e miope alla legge si suole contrapporre, infatti la ricerca del suo fondamento di giustizia, come necessario presupposto per una convinta adesione. Si introduce così il concetto di legittimazione della legge, che si fonda sul convincimento che non tutte le leggi sarebbero legittime, cioè conformi a giustizia.

Invero, già la graduale elaborazione del diritto romano avvenne in funzione del concetto di giustizia , così da suggerire il collegamento etimologico tra i termini ‘diritto’ e ‘giustizia’: “ius quia iustum”.

Ai nostri giorni, si parla di legittimità o illegittimità costituzionale della legge: ciò avviene in quegli Stati che attivano un organo apposito (in Italia, la ‘Corte costituzionale’), per giudicare la conformità della legge ai principi generali enunciati da un testo fondamentale (‘la Costituzione’), che può offrire una garanzia di ‘giustizia’ della legge stessa.

Peraltro, il concetto di legittimazione della legge, sul piano sociologico, va oltre, per richiedere la conformità della legge ai principi etici assunti dalla coscienza sociale nel suo evolversi: ove la rispondenza manchi, si determina una pressione per ottenere l’eliminazione o la modifica della legge, con mezzi democratici, ove possibile, o, altrimenti, per via rivoluzionaria.

Gli strumenti di garanzia intesi ad assicurare la legittimazione della legge si sono rafforzati nel corso dei tempi. In passato, il comando della legge risultava spesso inattendibile, in quanto espresso da un’autorità percepita come estranea, o da un potere assoluto o da una classe dominante. Si può ricordare la rivolta dei Comuni italiani contro le disposizioni imperiali, riassunta nella formula “sicut vana loquentes, non audiantur”, “come parole a vuoto, non siano ascoltate”.

Del pari, nello Stato assoluto, la legge rispecchiava la volontà del sovrano: “quod principi placuit, legis habet vigorem”, “ciò che è piaciuto al principe, ha vigore di legge”. La critica marxista ha poi contestato l’intero ordinamento della società capitalista, come strumento di assoggettamento dei lavoratori alle classi dominanti. Un’eco di questa posizione si rinviene nella nota ‘Lettera a una professoressa’ della Scuola di Barbiana, ispirata da Don Milani: “Bella forza essere onesti su un codice scritto da voi e su misura vostra!”

Oggi si conviene che la legge non ha un valore assoluto, ma un carattere contingente, in relazione ai contesti e ai tempi. Ad esempio, i programmi sperimentali proposti negli anni Ottanta dalla ‘Commissione Brocca’ per l’istituendo primo biennio della scuola secondaria superiore affermavano che “il corso di diritto ed economia promuove e sviluppa la consapevolezza della dimensione storica delle norme giuridiche (e delle teorie economiche) per capire le costanti e gli elementi di relatività e di dipendenza rispetto al contesto socio-culturale in cui è inserita”.

Nella configurazione attuale dello Stato, la divisione dei poteri, il carattere rappresentativo delle assemblee legislative, la preminenza del diritto, l’introduzione di strumenti di garanzia e l’avvento della democrazia sociale pongono i presupposti per la legittimazione della legge e per una credibile educazione alla legalità. Inoltre, l’interpretazione storico – evolutiva della legge rappresenta un mezzo offerto dalla tecnica giuridica per adeguare le norme, senza stravolgerle, a nuovi orientamenti maturati nella società nel corso del tempo.

In conclusione, l’educazione alla legalità, nell’illustrare i concetti ora esposti, si può proporre come educazione al senso e al valore della legge nella società democratica.

Su questa linea, la citata circolare ministeriale 302/93 affermava che “educare alla legalità significa elaborare e diffondere un’autentica cultura dei valori civili”e forniva indicazioni utili per l’individuazione degli elementi basilari di questo approccio educativo.

Il testo precisava, infatti, che “si tratta di una cultura che intende il diritto come espressione del patto sociale, indispensabile per costruire relazioni consapevoli tra i cittadini e tra questi ultimi e le istituzioni;……aiuta a comprendere come l’organizzazione della vita personale e sociale si fondi su un sistema di relazioni giuridiche; sviluppa la consapevolezza che condizioni quali dignità, libertà, solidarietà, sicurezza, non possono considerarsi come acquisite per sempre, ma perseguite, volute, e, un volta conquistate, protette”.

Il Ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca L. Moratti, con decreto allegato alla direttiva n. 28 del 16 marzo 2006 istituiva la ‘Giornata nazionale della legalità’, da celebrare all’inizio di ogni anno scolastico, e adottava un apposito ‘manifesto nazionale’ con il titolo’Cittadinanza, legalità e sviluppo’.

Il manifesto affermava che:

“Vivere la legalità è vivere il valore della regola come:

-strumento di legalità e progresso;

-garanzia affinchè le differenze di ognuno siano un arricchimento per tutti;

-protezione dalla violenza, dall’arroganza e dagli abusi di chi pensa di essere più forte:

-vivere la legalità è consapevolezza che non vi sono scorciatoie nella vita e che la via più breve ha sempre un prezzo alto che prima o poi dovrà essere pagato;

-essa è una scelta che esige partecipazione, capacità di critica, ma, soprattutto, di autocritica, non disgiunta dal sentimento della solidarietà, senza il quale nessuna società può dirsi veramente civile;

-vivere la legalità è credere nelle istituzioni, crescere nella partecipazione democratica, nel pieno rispetto della centralità della persona;

– vivere la legalità è vivere la libertà;

– vivere la legalità è prima di tutto capirla: dove le leggi negano i diritti fondamentali dell’uomo, lì non c’è legalità;

-vivere la legalità significa accettarla, farla propria accogliendone le ragioni profonde e farne pratica quotidiana;

-vivere la legalità vuol dire condividerla, riconoscendo che dimensione costitutiva della persona è la relazione con l’altro, con la comunità più vasta che ognuno contribuisce a realizzare con la propria libertà e responsabilità;

-vivere la legalità significa non barattare diritti con favori; la legalità vissuta da tutti o, almeno, dai più, aiuta a sconfiggere l’individualismo, gli interessi di parte, l’indifferenza”.

Il testo concludeva con l’affermazione che “educarsi alla legalità è il passaporto per la vera cittadinanza, nutrito dalla necessità di dare qualcosa di sé per collaborare al bene comune cui tutti dobbiamo aspirare”.

Proposta in questi termini, l’educazione alla legalità può rappresentare davvero un capitolo importante di una educazione civica aggiornata, come sintesi dell’azione educativa nei confronti dei giovani.

La stampa quotidiana del 19 novembre 2008, nel riportare alcuni episodi di bullismo verificatisi in provincia di Roma, ha dato notizia delle misure adottate dalle scuole interessate, in concorso con la Divisione anticrimine della Questura di Roma e con l’Azienda sanitaria locale di Fiumicino, al fine di contrastare il fenomeno.

A quanto si è appreso dalla stampa, nell’area di Axa – Casalpalocco è stato istituito un percorso integrato di legalità, con l’obiettivo di “educare il mondo scolastico a riconoscere gli episodi di prepotenza e a reagire a questi episodi individuando i giovani bulli, per aiutarli a superare la loro condizione di devianza”. E’ stato coinvolto un team di psicologi, ‘per l’illustrazione delle tematiche inerenti al bullismo in un percorso che prevede non solo incontri con i ragazzi e con il personale docente, ma, soprattutto, con i genitori, agenzia educativa primaria per il contrasto del fenomeno”. Chiaramente, ricorrono qui i motivi dell’educazione alla legalità, adattata all’esigenza di contrastare il bullismo.

L’EDUCAZIONE ALLA LEGALITA’

B I B L I O G R A F I A

L. Amatucci, L’educazione e le ‘educazioni’, in ‘Orientamento scolastico e professionale’, 1995, 1-2.

L. Amatucci, L’educazione alla legalità e i diritti umani, in ‘Nuova Paideia’, 1998,1.

F. Calasso, Medio Evo del diritto, Milano, Giuffrè, 1954.

Ministero della pubblica istruzione, Piani di studio della scuola secondaria superiore e programmi dei primi due anni. Le proposte della Commissione Brocca, in ‘Studi e documenti degli Annali della pubblica istruzione’, 1991, n. 56.

Ministero dell’istruzione, università e ricerca, Direz.gen. per lo studente , nota del 17 marzo 2006, con annessa Direttiva del Ministro Moratti n. 28 del 16 marzo 2006, concernente la ‘Giornata nazionale della legalita’ in ‘L’informascuola’, 15/31.3.2006, n.6.

G. Pugliese, Istituzioni di diritto romano, Torino, Giappichelli, 1991.

Scuola di Barbiana, Lettera a una professoressa, Libreria editrice fiorentina, 1968.

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Educatrice Professionale e Criminologa.
Lavora per il Ministero Della Giustizia come Funzionario giuridico pedagogico. Redattrice del portale Eduprof.it dal 2003 ad oggi ed autrice di numerosi articoli sul tema pedagogico/criminologico.