Procedimento sulla separazione

Non a caso dottrina e giurisprudenza si sono a lungo interrogate sulla natura giuridica dell’accordo di separazione giacché alcuni danno rilievo all’atto privatistico costituito dall’accordo dei coniugi di porre fine alla convivenza e di regolare gli aspetti, patrimoniali e non, alla stessa conseguenti, altri si focalizzano sulla fase pubblicistica ossia la procedura di volontaria giurisdizione che culmina nel decreto di omologazione.
Ma lasciando queste questioni ai tecnici del diritto, in questa sede è preferibile procedere per gradi e, poiché la materia è piuttosto articolata, partire con una precisazione che è bene non dare per scontata: con la separazione legale i coniugi non pongono fine al matrimonio, ma ne sospendono gli effetti nell’attesa di una riconciliazione o di un provvedimento di divorzio, è soltanto con quest’ultimo infatti che vengono a cessare definitivamente gli effetti del matrimonio, sia sul piano personale sia sul piano patrimoniale.
E’interessante leggere come una recente sentenza della Corte di Cassazione penale (n. 22400/08) ha ritenuto configurabile il reato di maltrattamenti in famiglia anche nell’ipotesi di separazione tra coniugi: “lo stato di separazione coniugale, pur dispensando i coniugi dagli obblighi di convivenza e di fedeltà, lascia tuttavia integri i doveri di reciproco rispetto, di assistenza morale e materiale, nonché di collaborazione. Pertanto il suddetto stato non esclude il reato di maltrattamenti quando l’attività di costrizione o di sopraffazione si valga proprio o comunque incida su quei vincoli che, rimasti integri, pongono la parte offesa in una persistente posizione psicologica subordinata”.

Occupandoci per ora della sola separazione, va chiarito che essa può essere:

consensuale allorquando sussiste un accordo tra i coniugi in ordine alle condizioni (personali e patrimoniali) della separazione stessa. La separazione consensuale, che non è quindi possibile in mancanza di un accordo tra i coniugi che investa ciascuna questione, ha inizio con il deposito del ricorso, che in quasi tutti i tribunali può anche avvenire senza l’assistenza di un avvocato. Successivamente, se gli accordi sono ritenuti equi e non pregiudizievoli per i coniugi e soprattutto per la prole, il tribunale dispone con decreto l’omologazione delle condizioni, così determinando di diritto la separazione.
Le condizioni stabilite in sede di separazione consensuale potranno comunque essere modificate o revocate qualora intervengano fatti nuovi che mutano la situazione di uno dei coniugi o il rapporto con i figli;

giudiziale è quella pronunciata dal Tribunale, quando i coniugi non sono riusciti a trovare un accordo su tutte le questioni economiche e personali attinenti la famiglia ( e può quindi essere richiesta anche da uno solo dei coniugi) in tal caso si instaurerà una vera e propria causa legale, per la quale è necessario il patrocinio di un avvocato.
La prima udienza del giudizio prevede la comparizione personale dei coniugi davanti al presidente del tribunale ed avviene con le stesse modalità della separazione consensuale. Anche per il caso di separazione giudiziale, il presidente del tribunale può, in questa fase, adottare i provvedimenti necessari ed urgenti a tutela del coniuge debole e della prole. Successivamente, il procedimento si svolge secondo le forme del rito ordinario ed il provvedimento emesso a conclusione ha la forma di sentenza.
È pure riconosciuta la possibilità di dichiarare immediatamente la separazione tra i coniugi, con sentenza non definitiva già in conseguenza alla prima udienza, in modo da poter poi proseguire il procedimento per decidere solo gli aspetti controversi. Ciò permette di poter richiedere il divorzio anche prima dell’emissione della sentenza definitiva che statuisce e disciplina i rapporti tra marito e moglie.
Anche in questo caso, le condizioni stabilite in sede di separazione giudiziale potranno comunque essere modificate o revocate qualora intervengano fatti nuovi che mutano la situazione di uno dei coniugi o il rapporto con i figli.

Da precisare che, in caso di separazione giudiziale, è anche possibile richiedere l’addebito della separazione, cioè l’accertamento che vi sia stata la violazione degli obblighi che discendono dal matrimonio (fedeltà, coabitazione, cura della prole, etc.) da parte di uno dei coniugi e che questa violazione abbia determinato la cessazione del rapporto. Nel caso in cui l’addebito sia riconosciuto dal giudice a carico di uno dei coniugi, questi non ha diritto ad ottenere l’assegno di mantenimento e perde la maggior parte dei diritti successori.

La violazione dell’obbligo di fedeltà comporta ex se l’addebito?

La Cassazione, con numerose pronunce (tra tutte 8512/06, 13431/08) ha chiarito che un coniuge infedele non è per ciò solo responsabile della crisi coniugale che ha condotto la
coppia al tramonto del rapporto. In altri termini, l’accertata violazione dell’obbligo di fedeltà rappresenta una violazione particolarmente grave, la quale deve ritenersi, di regola, circostanza sufficiente a determinare l’addebito della separazione a carico del coniuge responsabile, fermo restando che deve sussistere il nesso di causalità fra l’infedeltà e la crisi coniugale, il quale viene meno ove preesista una crisi già irrimediabilmente in atto.
Fatte queste premesse, è ora il momento di passare a vedere gli effetti della separazione che, per chiarezza espositiva, si vanno a raggruppare in quattro gruppi:

1.questioni patrimoniali;
2.mantenimento ed alimenti;
3.abitazione familiare;
4.affidamento dei figli.

1.Per quanto concerne le questioni patrimoniali, la separazione determina anzitutto lo scioglimento dell’eventuale regime di comunione legale dei beni.

In caso di separazione consensuale, si è visto che i coniugi regolamentano i loro rapporti con un accordo che verrà poi omologato dall’autorità giudiziaria il cui contenuto potrà avere ad oggetto: la divisione di beni comuni, l’assegnazione ad uno dei coniugi di beni di proprietà comune o esclusiva dell’altro coniuge, il riconoscimento di un assegno di mantenimento a favore del coniuge debole.
In presenza, invece, di un procedimento di separazione giudiziale si ha solo lo scioglimento dell’eventuale regime di comunione legale e tutti i beni restano di proprietà comune o esclusiva dei coniugi.
I beni acquistati antecedentemente alle nozze e quelli personali, così come indicati espressamente dalla legge, restano di esclusiva proprietà del coniuge intestatario.
Se al momento della celebrazione del matrimonio, o successivamente, è stato adottato il regime di separazione legale dei beni, i beni restano di proprietà esclusiva del coniuge intestatario.
A chi è separato spetta una parte della pensione di reversibilità, poiché non è venuto meno giuridicamente lo status di coniuge.
Per ciò che riguarda i diritti successori, il coniuge separato è equiparato a tutti gli effetti al coniuge non separato. In relazione all’eredità, continuerà quindi a godere della stessa posizione che rivestiva in presenza del vincolo matrimoniale, salvo il caso in cui al coniuge superstite sia stata addebitata la separazione.

2.Al momento della separazione, qualora uno dei due coniugi non abbia adeguati redditi propri e la separazione non sia a lui addebitabile per colpa, il giudice può stabilire che l’altro coniuge corrisponda un assegno di mantenimento (art. 156, 1°co. c.c.).

Valutate le circostanze caso per caso, l’assegno deve garantire a chi lo riceve di godere dello stesso tenore di vita avuto durante il matrimonio, sempre che il coniuge obbligato si trovi effettivamente nella condizione economica di poterlo versare.
Su questo aspetto la Cassazione (ex multis 18604/2005) ha ulteriormente chiarito che le condizioni per il sorgere del diritto al mantenimento in favore del coniuge cui non sia addebitabile la separazione sono costituite dalla mancata titolarità di adeguati redditi propri, ovvero redditi che permettano al richiedente di mantenere un tenore di vita analogo a quello goduto in costanza di matrimonio, nonché dalla sussistenza di una disparità economica tra le parti, senza che, a differenza di quanto previsto – in materia di divorzio – dall’articolo 5, comma 6, della legge n. 898 del 1970, occorra altresì il concorso dell’ulteriore requisito rappresentato dal fatto che colui che pretende il relativo emolumento non possa procurarsi detti redditi per ragioni oggettive. è evidente, pertanto, che è irrilevante la volontarietà del pensionamento della parte istante l’assegno in questione in corso di causa.
Il mantenimento nel caso di separazione è di regola corrisposto mensilmente. In caso di inadempimento, su richiesta del beneficiario, potrà essere disposto il sequestro di parte dei beni dell’obbligato, oppure potrà essere ordinato a terzi (es. al datore di lavoro del coniuge obbligato) il versamento della somma dovuta.
Il provvedimento con cui il Giudice dispone la corresponsione dell’assegno di mantenimento può in ogni tempo essere modificato o revocato qualora vi siano giustificati motivi o intervengano fatti nuovi.
Il coniuge a cui è addebitata la separazione non ha diritto al mantenimento. Tuttavia, egli avrà comunque diritto agli alimenti (che a differenza del mantenimento corrispondono ad una somma sufficiente a permettere la sussistenza) quando versi in uno stato di particolare indigenza e povertà (art. 156, 3° co. c.c.).

3.A seguito di separazione, l’abitazione familiare viene di regola assegnata dal giudice al coniuge affidatario dei figli, se ve ne sono, e comunque sempre valutando prioritariamente l’interesse della prole stessa.

Questo principio trova ragione nella salvaguardia degli interessi superiori dei figli (art. 155-quater c.c.) e viene valutato prioritariamente anche rispetto agli interessi personali dei coniugi.
Infatti la sentenza n. 79/2005 ha statuito che, in sede di separazione coniugale, il diritto di proprietà, eventualmente anche esclusivo, che un coniuge abbia sulla casa coniugale, può essere sacrificato e compresso da un provvedimento di assegnazione solo qualora tale provvedimento sia giustificato dall’affidamento di figli minori e/o non economicamente autosufficienti. L’assegnazione della casa coniugale trova giustificazione nel superiore interesse, di tutela alla conservazione dell’ambiente familiare per i figli minori, che ne costituisce la ratio legis.
Il diritto al godimento della casa familiare viene meno nel caso che l’assegnatario non abiti o cessi di abitare stabilmente nella casa familiare o conviva more uxorio o contragga nuovo matrimonio.
Il provvedimento del Giudice con cui viene disposta l’assegnazione della casa coniugale può essere trascritto ai sensi dell’art. 2643 c.c. al fine di renderlo opponibile a terzi.
Qualora non vi siano figli, salvo diverso accordo, la casa familiare non può venire assegnata esclusivamente ad uno dei coniugi. In questo caso, se di proprietà comune, si potrà richiedere la divisione giudiziale dell’immobile, se di proprietà esclusiva, rientrerà nella sfera di disponibilità esclusiva del coniuge proprietario.

4.L’affidamento dei figli in caso di separazione è oggi disciplinato dalle norme introdotte con la legge n. 54 dell’8 febbraio 2006.

Il principio fondamentale è che, in caso di separazione personale dei genitori, il figlio minore ha il diritto di mantenere un rapporto equilibrato e continuativo con ciascuno di essi, di ricevere cura, educazione e istruzione da entrambi e di conservare rapporti significativi con gli ascendenti e con i parenti di ciascun ramo genitoriale.
Pertanto, in sede di separazione e salvo diverso accordo tra i coniugi, il giudice deve valutare prioritariamente la possibilità che i figli minori restino affidati a entrambi i genitori (affidamento condiviso) oppure stabilisce a quale di essi i figli sono affidati (affidamento esclusivo), sempre e comunque considerando l’esclusivo interesse della prole.
Il giudice determina inoltre i tempi e le modalità della presenza dei figli presso ciascun genitore, fissando altresì la misura e il modo con cui ciascuno di essi deve contribuire al mantenimento, alla cura, all’istruzione e all’educazione della prole (si veda in seguito).
Il coniuge affidatario in via esclusiva avrà la potestà sui figli oltre all’amministrazione e l’usufrutto legale sui loro beni.
Il genitore divorziato non affidatario conserverà l’obbligo (ma anche il diritto) di mantenere, istruire ed educare i figli.
Il genitore non affidatario è tenuto a versare un assegno di mantenimento per la prole.
L’assegno viene versato mensilmente e devono essere corrisposte anche le somme relative alle spese considerate straordinarie (ad es. quelle scolastiche, ricreative, mediche, sportive o per le vacanze). L’importo, per legge, deve essere rivalutato annualmente secondo gli indici ISTAT.
Il giudice può anche stabilire un assegno a favore dei figli maggiorenni, da versare a loro direttamente, quando non abbiano adeguati redditi propri: il diritto a percepire gli assegni di mantenimento riconosciuti, in sede di separazione, con sentenza passata in giudicato, può essere modificato o estinguersi (oltre che per accordo fra le parti), solo attraverso la procedura prevista dall’articolo 710 del cpc, con la conseguenza che la raggiunta maggiore età del figlio e la raggiunta autosufficienza economica del medesimo non sono, di per sé, condizioni sufficienti a legittimare, ipso facto, in mancanza di un accertamento giudiziale, la mancata corresponsione dell’assegno.
(Cass., sentenza 4 aprile 2005 n. 6975)

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Educatrice Professionale e Criminologa.
Lavora per il Ministero Della Giustizia come Funzionario giuridico pedagogico. Redattrice del portale Eduprof.it dal 2003 ad oggi ed autrice di numerosi articoli sul tema pedagogico/criminologico.