Morire a 13 anni

E tanti sono i messaggi che i ragazzi che soffrono in silenzio nel loro piccolo mandano ai genitori spesso poco attenti, poco aperti, predisposti al dialogo, ai docenti a scuola fin troppo preoccupati di portare avanti il programma didattico, alla società, al proprio paese, ai servizi sociali disattenti ai bisogni ed alle vere problematiche perché troppo presi dalle “questioni politiche”:appalti, convegni, seminari, onori e meriti non sempre meritati, specie quando non viene rispettato il “segreto professionale” o quando si è “ciechi facendo finta di non vedere”.

Emblematica la vicenda di un cittadino che ha saputo tramite terzi di essere stato “lui a denunciare una situazione di maltrattamento nei confronti di un vicino da parte dei familiari”. Il cittadino si è recato ai servizi sociali del proprio paese in anonimato, non ha firmato nessuna carta, eppure il suo nome si è saputo, il suo nome è uscito da quella porta che dovrebbe fungere da “confessionale”.

Chi avrà rotto il segreto? In che modo, altri hanno saputo del suo gesto civile ma compiuto privatamente?

La storia del 13 enne, cittadino di un paese in provincia di Napoli, trovato dalla mamma impiccato nella propria casa, ci mette in condizioni di farci mille domande che non hanno purtroppo risposte.

Il ragazzo viveva in un contesto familiare conosciuto prevalentemente per atti illeciti, qualche anno fa fu ucciso il fratello poco più grande, a seguito una rissa, non è mai riuscito a superare il trauma subito e nessuno è riuscito ad aiutarlo, a saper vivere il dolore, a fronteggiarlo.

Voleva essere diverso, forse era diverso, prima di suicidarsi, ha chattato con gli amici su msg, scrivendo loro della sua disperazione, del suo gesto che avrebbe compiuto da lì a poco. Ma gli amici hanno pensato che stesse scherzando, che volesse recitare la parte di uno “debole, fragile”, ed invece l’ha fatto sul serio.

Era forte apparentemente, molti gli adolescenti che indossano la maschera da macio, da prepotente,da leader, ma lui stesso scrive nella lettera trovata accanto al cadavere, che non voleva essere come il padre, come il fratello che tanto gli mancava, che voleva vivere, essere diverso.

Una contraddizione che fa soffrire, voleva vivere diversamente, lealmente, ma nessuno ha saputo ascoltare i suoi bisogni, neppure il paese, neppure i servizi sociali che sembrano esserci ma non ci sono quando occorre esserci, quando c’è un 13 enne che grida aiuto, che desidera intraprendere altre strade, ed invece molto spesso il paese tace per quieto vivere. La disperazione l’ha portato a morire.

Dove sono in questo paese i centri di aggregazione giovanile? Dove sono gli esperti del sociale o meglio perché non reperirli quando il paese è dotato di pedagogisti, sociologi, psicologi che attendono di essere convocati dalle istituzioni locali per fare il loro lavoro?Non basta essere amministratori, assistenti sociali, istruttori, e stare seduti dietro una scrivania prendendo uno stipendio fisso al mese con tanto di indennità ed altro.

Ci sono solo realtà parrocchiali, ma non basta, non bastano quelle due quattro ore di oratorio per “levare i ragazzi dalla strada, per formarli, per aiutarli”, dovrebbero esserci più scuole di formazione professionale, dovrebbero esserci più occasioni di crescita tale da trasmettere input, valori e rendere il richiedente ciò che vuole essere: diverso, onesto, uno che vuole vivere.

Di questa situazione, c’entra il paese, troppo facile addossare la colpa alla famiglia che di colpe ne ha già abbastanza in termini di responsabilità, di “appartenenza a “…

Una storia che fa riflettere sulla poca attenzione che i servizi sociali mettono nel proprio lavoro.

E c’è chi vorrebbe darla ma non ha il lavoro e la possibilità di farlo.

Articolo scritto dalla Dott.ssa Emanuela Cimmino

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Educatrice Professionale e Criminologa.
Lavora per il Ministero Della Giustizia come Funzionario giuridico pedagogico. Redattrice del portale Eduprof.it dal 2003 ad oggi ed autrice di numerosi articoli sul tema pedagogico/criminologico.