COLTELLATE A SCUOLA, ESISTE UNA CORRESPONSABILITA’?

Il sindaco di Roma attribuisce in parte la responsabilità all’influenza diseducativa sui minori di alcune trasmissioni televisive. Ne è nata una polemica artificiosa se la violenza sia il prodotto imitativo della Tv o sia frutto della stessa realtà violenta. Presidi, docenti delle scuole interessate e l’assessore provinciale alla scuola si dicono preoccupati per il malessere profondo esistente tra i ragazzi e per un fenomeno che va arginato anche con interventi di prevenzione e informazione nelle scuole.
Avendo seguito da vicino alcuni “minori a rischio” in una scuola ed avendo osservato come si rapporta il sistema scolastico e dei servizi sociali e sanitari nei confronti di alunni svantaggiati o ritenuti “a rischio devianza”, mi permetto di suggerire, dal mio punto di vista di educatore professionale, una maggiore attenzione di “rete” sui progetti educativi. L’assistenza specialistica e professionale all’interno delle scuole medie e superiori, a favore di minori disabili o a rischio, potrebbe diventare un prezioso supporto per i docenti con classi difficili da gestire e, in generale, per tutta la scuola.
Purtroppo accade, invece, che i progetti educativi, presentati dalle scuole agli enti locali per ottenerne i finanziamenti, siano fatti da una o due persone incaricate dal Preside e che questi incaricati, spesso per motivi di tempo, trascurino il metodo della co-progettazione.
Dietro il sostegno ad un ragazzo “difficile” c’è sempre una rete articolata di figure professionali e di enti, come l’assistente sociale e lo psicologo della ASL territoriale, il Tribunale dei Minori, la cooperativa sociale domiciliare, il servizio sociale del comune, la famiglia, l’insegnante ecc ecc. Ma, alla fine dell’iter del progetto presentato e del finanziamento ricevuto da Comune, Provincia o Regione, il lavoro “educativo” viene sostanzialmente affidato ad un operatore sociale di cooperativa convenzionata, assunto a progetto e malpagato, spesso lasciato solo e con poche informazioni durante l’anno scolastico.
A monte c’è, pertanto, una mancata valorizzazione dei progetti educativi. Paradossalmente, alcuni presidi potrebbero ritenerli utili e altri dannosi per il bilancio del proprio istituto. Utili per i finanziamenti degli enti locali, dannosi perché la presenza di ragazzi svantaggiati particolarmente difficili potrebbe comportare un calo generale di iscrizioni.
Ma, a mio parere, uno dei problemi veri da affrontare è il mancato coordinamento tra il sistema scolastico, gli enti locali e i servizi territoriali.
Le Università sfornano in continuazione tanti bravi educatori professionali e pedagogisti che potrebbero essere impiegati nelle scuole ad affiancare i docenti nelle classi con alunni svantaggiati. Essi potrebbero contribuire a rendere solido questo avamposto sociale dell’istruzione. Un avamposto che, per fortuna, ancora regge rispetto all’avanzare della desertificazione morale delle metropoli.
Il punto, però, è che si innalzano sempre di più i muri tra chi ha bisogno di aiuto e chi è preposto a darlo. Gli alunni difficili, i disabili, i cosiddetti “casi sociali” sono sempre più considerati un problema da smaltire ed è per questo motivo che vengono affidati ad assistenti arruolati a caso che potremmo anche chiamare “netturbini del malessere”. Operatori che non sempre hanno il titolo professionale adeguato per svolgere quella funzione educativa e che percepiscono paghe orarie intorno a 7 euro, senza altri diritti previdenziali. Su questi operatori male pagati e sui ragazzi assistiti ruota un giro di danaro rispettabile che però, molto spesso, non riesce ad arrivare, per i motivi sopra detti, agli obiettivi educativi dichiarati nel progetto.
Se a tutto questo si mettesse mano, ognuno per le proprie rispettive competenze: agli enti locali finanziatori il compito di verificare e controllare i progetti e i rapporti di lavoro, alle Asl e ai servizi sociali il compito di partecipare attivamente ai gruppi di lavoro scolastici dedicati ai progetti individualizzati, alle cooperative e associazioni il compito di attingere a professionalità vere e di seguirle e retribuirle con dignità e secondo le leggi. Alle scuole il compito di considerare gli alunni come il proprio tesoro e non come mezzo numerico per far quadrare i conti. E se i presidi fossero un pò più intraprendenti e coraggiosi e potessero, qualche volta, evitare le intermediazioni di prestazioni d’opera fornite dalle cooperative e costruire rapporti diretti e leali, con i singoli educatori professionali, operatori socio-sanitari e psicologi esterni. Se questa attenzione collettiva crescesse in maniera capillare forse si potrebbe affrontare meglio anche l’emergenza dei “ragazzi-coltelli” .

Domenico Ciardulli
Educatore professionale

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Educatrice Professionale e Criminologa.
Lavora per il Ministero Della Giustizia come Funzionario giuridico pedagogico. Redattrice del portale Eduprof.it dal 2003 ad oggi ed autrice di numerosi articoli sul tema pedagogico/criminologico.