La terapia familiare

Altra tecnica terapeutica è quella Bifocale, introdotta da Philippe Jeammet nel trattamento di adolescenti gravemente disturbati. Prevede due terapeuti, uno si occuperà della realtà esterna dell’adolescente, l’altro esclusivamente del suo mondo interno. La presenza di due terapeuti costituisce un argine nei confronti di un transfert troppo eccitante, ciò però di contro comporta la possibilità di creare nell’adolescente scissione e confusione, dal momento che la distinzione tra realtà esterna ed interna non è così chiara e netta per come spesso viene teorizzato.

La strategia delle Terapie parallele prevede invece la creazione di due settino separati: uno costituito dalla coppia genitoriale con un terapeuta, l’altro con l’adolescente e un diverso terapeuta. Ciò consente che figlio e genitori possano evolvere simultaneamente e facilitarsi reciprocamente nel processo di riconoscimento delle diverse identità. È importante che la richiesta ai genitori di tale intervento non venga vissuta come un attacco o una ferita narcisistica alla loro competenza genitoriale. Altro rischio è che l’interruzione di uno dei due trattamenti trascina con sé l’interruzione dell’altro.

Infine non bisogna dimenticare la Psicoterapia senza il paziente; si tratta di un approccio rivolto ad adolescenti o giovani adulti con gravi problemi, che proprio a causa della serietà del loro disturbo non ce la fanno ad affrontare una terapia, la rifiutano o la interrompono precocemente. Essa si può definire una psicoterapia indiretta perché si avvale esclusivamente della collaborazione con i genitori, rispettando l rifiuto dell’adolescente. Mira a stabilire con la coppia genitoriale un’allenza finalizzata alla comprensione e cura del figlio. Presupposto teorico di base di tale terapia è il concetto di “identificazione proiettiva”.

Possiamo dire con certezza che rispetto ai tempi passati i bambini e i ragazzi oggi vengono attivamente coinvolti in molte attività diversificate e impegnative che necessariamente vedono l’entrata in gioco di una massiccia rete di agenzie e contesti di educazione e socializzazione.

Relativamente all’interazione con altri adulti significativi al di fuori dell’ambito familiare, i bambini, comportandosi in conformità con il modello che hanno conosciuto, creano relazioni e influenzano il loro ambiente naturale in modo da confermare il loro modello di Sé e degli altri.

Ciò indica che i comportamenti esibiti dai bambini a scuola sollecitano particolari reazioni da parte degli insegnanti e che tali schemi relazionali nel contesto scolastico dipendono, non solo dalle caratteristiche del bambino, ma anche da quelle dell’insegnante.

Il contesto delle prime agenzie educative non offre solo al bambino di estendere, generalizzandoli, i propri modelli relazionali ma anche di verificarli e rivederli alla luce dei nuovi incontri e delle nuove richieste con cui “deve venire a patti”.
Negli incontri con più figure di attaccamento i primitivi modelli evolvono nel tempo, non solo in relazione al modificarsi del rapporto con le figure parentali, ma per la necessità di integrare le nuove esperienze relazionali che possono risultare qualitativamente diverse tra loro.

La scuola intesa come rete significativa di esperienze, gestione di apprendimenti e compiti, trama di referenti significativi diviene, quindi un luogo primario di espressione delle problematiche psicologiche e del disagio interiore per i piccoli. Gli insegnanti si trovano spesso a ricoprire un basilare e primario compito di osservazione, complesso e difficile da restituire alle famiglie.
Si tratta del primo anello di una catena che spesso mobilita la costruzione di un’equipe di lavoro che coinvolge altri operatori specialistici dei servizi.

Il concetto nodale su cui riflettere è il convincimento che, per far fronte con successo alle varie situazioni problematiche, è necessario considerarle come fenomeni relazionali in quanto solo così si riesce a comprenderle a fondo.
In questa ottica, dunque, la singola persona che manifesta disagio non può assolutamente essere considerata una realtà isolata: ogni bambino nasce, viene accolto, cresciuto e vive in un determinato ambiente con specifiche e peculiari caratteristiche e si trova a confrontarsi e a intessere relazioni con altre persone che sinergicamente influenzano il suo livello di benessere fisico e psicologico e le sue possibilità di adattamento.

Proprio per questo i problemi individuali vanno, quindi, visti come strettamente correlati al tessuto relazionale, alla qualità dell’ambiente in cui la persona è inserita.
Ecco allora che nel lavoro di rete e di integrazione tra scuola e servizi territoriali l’intervento non si focalizza sul singolo soggetto che prova il disagio, ma piuttosto sulla trama di relazioni che risulta essere problematica, insufficiente, carente o più o meno disturbata.

L’intervento globale non avrà, tuttavia, come unico obiettivo quello di evidenziarne i punti deboli o disfunzionali delle cure ambientali,, ma soprattutto quello di valorizzarne, attivarne, mobilizzarne e organizzarne tramite interventi strategici le potenzialità naturali, le risorse. Laddove questo non sia sufficiente si dovranno pianificare interventi specialistici mirati per sorreggere le funzioni che la famiglia da sola non è in grado di riconoscere e sviluppare per garantire al bambino una crescita serena.

Il compito dell’equipe diventa allora quello di ridefinire il “problema” affinché sia percepito da tutti coloro che sono implicati. La condizione di partenza è che sia almeno condiviso dall’istituzione scolastica e/o dagli operatori sociali, psicologi, neuropsichiatri: insieme sarà poi possibile intervenire per allargare il livello di consapevolezza e coinvolgere gli agenti primari per sensibilizzarsi ad una presa di contatto con i problemi e ad una comprensione più articolata della sua origine. Ed è, proprio per questo fine, importante che il problema venga formulato nella maniera più appropriata in modo da evitare di produrre nella famiglia reazioni di fuga o latitanza, espulsione violenta, ritiro rabbioso che renderebbero impossibile instaurare un clima di collaborazione e pianificazione dell’intervento.

Intessere un lavoro di rete significa allora, lavorare per creare e rafforzare dei legami, creare integrazione o opportunità strutturali di comunicazione fra entità (persone, enti, risorse) distinte ma che possono convergere verso una azione o tensione condivisa.
Per riuscire a far convergere il lavoro verso un obiettivo condiviso è indispensabile che ogni “attore della rete” tenga a freno il proprio attivismo interventista e sappia attendere, con la convinzione che la sua azione, seppur essenziale nel processo di aiuto, è parziale, manca di una parte: quella dei diretti interessati e di coloro che ne sono coinvolti.

In altre parole, deve sentire che l’aiuto o se si vuole la soluzione è relazione e quindi non si trova già preordinata nella cerchia degli interessati così come neppure si trova già data nella conoscenza acquisita dagli specialisti; si costruisce solo strada facendo, grazie al contributo, allo sforzo congiunto di tutte le parti che, se opportunamente amalgamate, possono compensarsi divenire molto più efficaci.

Nella costruzione dell’intervento di rete si ha quindi un incontro, una miscelazione, un compenetrarsi di competenze diverse: quelle dell’operatore e quelle della rete degli interessati -il bambino e la famiglia.
La differenza è data dal fatto che diverse sono le rispettive posizioni rispetto al problema; mentre l’una, almeno inizialmente, lo osserva dall’esterno e quindi riesce ad avere un quadro complessivo dell’insieme, gli altri, vivendo la vicenda dall’interno, ne hanno una visione molto parziale, emotivamente “coinvolta e stravolta”, che attiva difese e bisogni di copertura e negazione.

Diverso, inoltre, è l’apporto fornito alla situazioni di difficoltà. Gli esperti e i referenti delle istituzioni scuola, servizi sociali, educativi, ricreativi sono in possesso di competenze tecnico-metodologiche porta “il senso oggettivo” dato dalle sue capacità di filtrare la realtà attraverso il suo “sapere”, mentre gli interessati portano “il senso soggettivo” in quanto direttamente coinvolti nel problema.
Le competenze

Cosa viene chiesto agli insegnanti e cosa significa operativamente?
essere ricettivi e rilevare la presenza di segnali di disagio più o meno espressi, riconosciuti e dichiarati dal bambino;
mettere in condivisione la problematicità della situazione con la famiglia, stabilendo un contatto volto alla sensibilizzazione delle difficoltà e della sofferenza del bambino;
sollecitare la famiglia a prendere contatto con i servizi di competenza qualora la situazione non sia gestibile con le sole risorse ambientali;
essere attivi interlocutori nella progettazione di un intervento individuale, fornendo informazioni chiare, suggerimenti utili per la gestione alla famiglia;
promuovere nuovi contatti sociali e relazionali pensati per le esigenze del caso;
porsi come luogo di accoglienza della tensione e eventuale incertezza legata alla difficoltà di restare dentro al progetto d’intervento.
E quali compiti spettano allo specialista della salute mentale?
valutare con attenzione e tenendo conto dei punti di vista di tutti i referenti del caso (genitori, figli, altri interlocutori familiari, educatori, insegnanti) le risorse ambientali, le competenze genitoriali, il livello di sofferenza del bambino;
coinvolgere in prima persona la famiglia nel progetto d’intervento e promuovere energie e risorse intrafamiliari per la soluzione di problemi;
seguire in prima persona il lavoro terapeutico con il minore organizzando l’intervento psicologico sulle effettive necessità e risorse che il minore possiede;
mantenere un assetto mentale flessibile e ricettivo che permetta di riorientare l’azione terapeutico ogni volta che si pongono nuove esigenze;
coordinare le varie tipologie di aiuti esterni: insegnanti di sostegno, educatori alle relazioni interpersonali, volontari, specialisti afferenti ai diversi servizi (psicoterapeuti, neuropsichiatri, medici, assistenti sociali, ecc.).

Roberta vitali

Studio di consulenza familiare

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Educatrice Professionale e Criminologa.
Lavora per il Ministero Della Giustizia come Funzionario giuridico pedagogico. Redattrice del portale Eduprof.it dal 2003 ad oggi ed autrice di numerosi articoli sul tema pedagogico/criminologico.