Il convegno contro le camorre

le fonti per poi risolverli, per poi giudicare e trovare le strategie adeguate per contrastarli, sono stati i punti fondamenti della serata del 14 ottobre 2009, occasione che ha visto al Palazzo Serra di Cassano c/o l’ Istituto Italiano per gli Studi Filosofici la presenza di esponenti delle Forze dell’ordine, della Prefettura, familiari di vittime della camorra quali i parenti di Don Peppe Diana, rappresentanze laiche e religiose in senso lato: non solo sacerdoti, ma pastori della Chiesa evangelica valdese e “profeti” dell’Islam.

Un convegno dibattito dove la comunicazione, l’ascolto attento e silente, l’incontro, soprattutto tra culture diverse e generazioni differenti, hanno fatto da maestre convertendolo in momento formativo per riflettere sul tema delicato quale esso sia: la mafia e le risposte della società, la mafia e la giustizia, la mafia ed il nostro stare zitti per paura, per quieto vivere …

Eppure la mafia come sistema non è così distante da noi, cento passi, solo cento passi ed è lì, lì nel nostro quartiere, lì nel nostro luogo di lavoro, lì in quello schermo sempre acceso e che ci tiene compagnia, mafia è anche la politica corrotta, gli appalti truccati, il lavoro a nero, sottopagato.

Mafia è l’economia facile, quella veloce, quella più diretta e ricca: spaccio, contrabbando, truffa.

La mafia facile che cattura in particolar modo gli stranieri alla ricerca di un equilibrio da ristabilire, una vita migliore; emozionante il racconto di Nasser Hidouri della sua vita in Italia, le difficoltà lavorative, il disagio dettato dall’integrazione non facile per non accettazione del diverso perché etichettato tale perfino dalla paura dovuto al colore della sua pelle “E’ in quel momento che mi sono sentito straniero-strano, quando io ho salutato per dare il buon giorno e quel signore mi ha aggredito”, un’identità ed integrità riconquistata quando un funzionario del comune del paese dove ora vive gli compila i documenti che gli danno un nome, cognome, un’età, un indirizzo, insomma una dignità e nuovamente personalità.

Perché c’è mafia? Perché sembra essere il canale più facilmente percorribile.

Perché non c’è altro: lo Stato non offre altro, la propria città non offre ad esempio ai giovani maggiori occasioni perché possano esprimersi, la famiglia non offre neppure l’amore, nelle case non c’è neppure il tempo e lo spazio per amare.

In un tempo di emergenza educativa come quella che stiamo vivendo-ha così esordito Pastore Massimo Aprile- i ragazzi sono soli nell’operare scelte di vita, si ritrovano ad essere senza la presenza di riferimenti sereni che li possano incoraggiare verso saldi valori, che li possano accompagnare nel loro percorso di crescita e fagocitare la mafia con i suoi messaggi.

La mafia è fatta di ladri, ladri che rubano, divorano come vampiri i sogni dei ragazzi, in particolar modo di coloro che vivono in città ed aree a rischio.

Ragazzi che diventano uomini e hanno fatto della criminalità la loro carriera professionale, ragazzi che diventano uomini crudeli ma con un passato tragico con il quale dover fare i conti quando si ritrovano chiusi in cella.

Un dibattito che parte dalla presentazione del libro ma che poi affronta con toni particolarmente mirati tutto ciò che riguarda l’altro sistema, compreso anche se in maniera trasversale quanto a che fare con il carcere, le misure, il difficile percorso rieducativo e risocializzativo attuato da chi opera nel settore e lavora per il cambiamento della persona.

Un percorso ostacolato da ricordi e modi di fare, i delinquenti, i detenuti devono fare i conti con loro stessi ed il loro drammatico vissuto, per cambiare, per pentirsi, hanno bisogno di figure che seguono altri valori, quelle figure manchevoli nel loro passato e che non sono stati capaci di accompagnare il bambino-ragazzo-uomo in un percorso di crescita sana ed equilibrata.

Esorta il Dott.Leandro Limoccia-moderatore del dibattito e presidente campano del Collegamento contro le camorre “Non dobbiamo fare cedimento dei nostri valori”, un modo per dire di mantenere la nostra individualità senza influenze nocive, di essere forti, saldi e coerenti con i nostri valori.

Il problema mafia nella nostra regione siamo anche noi, noi che siamo indifferenti, vediamo ascoltiamo ci lamentiamo ma non diciamo, non agiamo, siamo indifferenti perfino quando viene ucciso qualcuno perché è qualcosa che non ci riguarda personalmente; occorrono allora più strumenti, strategie, momenti di dialogo per interrogarci sul da farsi, creare il forum del domandare ed educarci al cambiamento di azione per produrre cambiamento in azione.

Emanuela Cimmino

www.eduprof.it

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Educatrice Professionale e Criminologa.
Lavora per il Ministero Della Giustizia come Funzionario giuridico pedagogico. Redattrice del portale Eduprof.it dal 2003 ad oggi ed autrice di numerosi articoli sul tema pedagogico/criminologico.