LAVORARE NEL SOCIALE… dietro le quinte

Viviamo in contesti nei quali la libertà di proposta viene spesso, fin troppo spesso confusa con prese di posizioni, per cui viene categoricamente inflitto il non parlare, lo “stare zitta/o”, aggiungendo che il solo compito che si ha è”quello di guardare” gli utenti con e per i quali si lavora.

Guardare= stare a bada, in pedagogia non esiste il termine guardare, guardare inteso come custodire, badare, stare attenti a …esiste per lavori quali: guardia giurata, custode del palazzo, del museo, della scuola, guardare per evitare che …

In pedagogia e sociologia dovrebbe essere adoperato a partire da chi dirige la terminologia: presa a cura di , stare con .., che ha significanti a se stanti, a seconda il contesto nel quale ci si viene sfruttati.
Menagè familiare ad esempio è quanto viene definito dalla legge 328/00, ma nessuna legge riguardante il sociale usa o descrive il concetto Guardare.

Perchè guardare per chi lavora nel sociale con professionalità equivale a dire, ad essere considerati, percepiti meno di un operatore.

Il paradosso del lavorare nel sociale: cresce ed avanza di scalino chi non ha titoli, chi è nelle simpatie della politica, chi riesce benissimo a “vendersi” chi coordina un progetto, un centro, un servizio.

Cresce chi riesce a conquistare la fiducia di chi coordina seppure tenda a sparlare di lei/lui dietro le quinte.

Cresce chi ha sicuramente più esperienza pur non avendo particolari titoli; messi a confronto chi ne ha e dunque è un professionista, un esperto, e chi invece dovrebbe essere semplicemente un operatore, un esecutore, dietro le quinte, capita spesso che quest’ultimo/a ha e deve avere il privilegio di essere considerato/a perfino il responsabile , il sotto coordinatore.

Il paradosso del lavorare nel sociale, il dietro le quinte: quanto di più sporco ci sia, quanto di più violento si nasconde dietro le apparenze: appalti truccati, centri, comunità affidati perfino a cooperative affiliate con la mala vita, organizzazioni che vivono di un giro costituito da soldi riciclati; operatori non esperti, operatori non laureati che ricoprano posizioni e ruoli che dovrebbero essere affidati ai primi, diverse mensilità non retribuite e stipendi a dir poco bassi.

Lavorare nel sociale dietro le quinte: subire atteggiamenti che dequalificano la propria personalità non solo con la propria professione, atteggiamenti, parole, capaci di colpire, di mettere l’altro in condizioni di vivere periodi di stress psicologico, perchè si è sotto pressione, lavorare nel sociale dietro le quinte significa in sordina essere vittime di mobbing, ancora di più quando viene imposto di non “esserci” quando ci si dovrebbe “essere” in termini di presenza, poichè spesso da chi coordina viene reclamato anche di non presentarsi in quanto elemento non indispensabile.

E’ bellissimo lavorare nel sociale, una professione tanto ambita, che arricchisce la persona per il fatto stesso di essere tra gli altri ogni giorno, di prendersi cura delle storie delle altre, di ascoltarle e monitorarle, aiutare gli altri a crescere, a formarsi, a migliorare; stilare piani educativi, confrontarsi laddove è possibile con equipe multidisciplinari in riunioni e location dove il sapere di ognuno diventa “sapienza” dell’altro, senza giudizi ma proposte critiche e formative.

E’ bellissimo poter dire : io la penso così , io propongo , non lo è quando al professionista del sociale viene chiesto pubblicamente -perchè volutamente- di non parlare con nessuno, neppure con il funzionario del comune che passa di tanto in tanto, con il collega di un altro ente adiacente a quello nel quale si lavora; pubblicamente, davanti ai propri colleghi ed eventuali parenti degli stessi presenti in un giorno quale potrebbe essere quello dedicato agli auguri del Santo Natale.

Che amaro Natale per quel professionista del sociale, sentirsi dire: “Non devi parlare, altrimenti te lo metto, sul cartaceo” : lavorare nel sociale, dietro le quinte è subire, è stare in silenzio, è aspettare che qualcosa di più bello e gratificante possa arrivare, è l’attesa che la situazione del malato precariato possa sbloccarsi, è il desiderio che i professionisti del sociale quali gi Educatori professionali laureati possano essere considerati dottori in pedagogia da chi è alle dipendenze delle Asl o dei Comuni con la presunzione di essere al vertice della Piramide ed in quanto tali Faraoni dinnanzi ai quali bisogna inginocchiarsi.

Dietro le quinte, lavorare nel sociale c’è un teatro che aspetta di essere ripreso con tutte le sue scene, in tutti i suoi atti; di essere immortalato con macchine fotografiche in grado di fermare l’immagine sui volti di chi lavora con amore e chi lavora senza anima, un teatro fatto da palchi sui quali stare dritti in piedi e mettere in scena la propria realtà, quella di dentro, quella ricca di rabbia, di sconforto, quella fatta di lacrime nascoste che spesso si nascondono dietro le goccioline d’acqua della doccia, quella fatta da tanti perchè, ma, forse , se …

Frustrazioni, alterazioni mentali e stati d’animo depressi, proiezione ed intellettualizzazioni, spesso caratterizzano coloro che sono al vertice, chiusi nelle proprie convinzioni, le quali essendo quotidiane diventano atti abitudinari per cui di conseguenza atteggiamento, comportamento, rivolto nei confronti di chi non solo deve subire atti ma la violenza psicologica più grande: sentirsi dire di non parlare e vedere farsi fare il gesto di stare zitta con il dito riposto verso il naso anche dal proprio collega all’arrivo di una qualsiasi persona che chiede informazioni.

Lavorare nel sociale dietro le quinte, sc sc sccc “Le parole non dette”, le parole non pronunciate, la voglia e la libertà di poter dire Basta, il sentirsi liberi di dire Basta, la libertà di pronunciarsi professionisti, la libertà di essere liberi dentro, di sentirsi belli dentro, autentici, padroni delle proprie capacità non represse, non minimizzate…

La libertà di prendere il volo e lavorare serenamente e dignitosamente avanti e dietro le quinte del lavorare nel sociale.

Emanuela Cimmino

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Educatrice Professionale e Criminologa.
Lavora per il Ministero Della Giustizia come Funzionario giuridico pedagogico. Redattrice del portale Eduprof.it dal 2003 ad oggi ed autrice di numerosi articoli sul tema pedagogico/criminologico.