Carcere e Giustizia

1anno prima, esame di Legislazione minorile, andato, 30 e lode; poco dopo esamone di Criminologia minorile 30 e lode, 100 ore di tirocinio presso l’Istituto Penale Minorile di Nisida, esperienza costruttiva, formativa, indimenticabile. Ignazio Gasperini, capo area dell’Ufficio Educatori, una guida, un trainer che mi ha insegnato tantissimo, un amico, soprattutto.

Bozza della tesi, la disciplina scelta, Criminologia minorile, tesi sperimentale, confronto tra Sud e Nord, una giornata a tu per tu al Beccaria di Milano con gli educatori; differenze metodologiche, culture diverse e modi di fare alternativi, ma con l’obiettivo comune della rieducazione, del rinserimento. Battuta dopo battura, i primi capitoli, la prima parte storico-criminologica conclusa.

E’ un sottosistema sociale quello del carcere italiano di oggi ben diverso da quello esclusivamente punitivo, riparativo di una volta. E’ un carcere che guarda alla rieducazione, alla risocializzazione dell’individuo recluso, che privato della libertà, viene invitato a lavorare su se stesso intraprendendo un percorso trattamentale di revisione critica, attraverso un programma individualizzato fatto di osservazione scientifica della personalità, di laboratori ricreativi e formativi, di occasioni che se accolte dal detenuto diventano e sono contesti di crescita personale e costruttiva. Quello di oggi è un mondo carcere che si apre alla società, che consente l’accesso ad aziende che offrono lavoro, ad enti di formazione permanente, alla scuola, al volontariato, aperto al dialogo, al confronto; è un carcere che non si ferma mai, in continuo movimento, in continuo operare e riflettere su come meglio agire e saper essere.

Descrizione di stati d’animo in carcere durante le feste natalizie

Vedere il carcere, sotto altri punti di vista è un modo diverso ma non lontano dal quotidiano,quello di chi ci lavora in carcere, quello di chi ogni giorno ha che fare con carte e persone, con le loro storie, le memorie regresse, le paure, le emozioni, soprattutto con la sofferenza, la libertà privata da una parte con la chance di riconquistarla; i diritti da rivendicare, le proteste, gli atteggiamenti pretestuosi ed arroganti dall’altra parte. Empatia, ascolto, astensione dal giudizio, capacità comunicative, è quanto richiesto a chi lavora ogni giorno attraverso la relazione e con le relazioni, autorevolezza ed umanità, professionalità ed accoglienza. Ed è nell’accoglienza, in tutte le sue forme, che si manifesta l’affidarsi, la fiducia in chi offre un percorso di cambiamento ed in chi si mette in gioco per migliorare il proprio stile di vita, rinnovandolo.

di Dario Scognamiglio

L’ordinamento penitenziario pone i “rapporti con la famiglia” tra i cosiddetti“elementi del trattamento”, ovvero i momenti fondamentali per un solido percorso trattamentale ed un futuro, positivo reinserimento nel corpo sociale.
E’ un principio coerente con il dettato costituzionale e con la ratio dei trattati internazionali, come la Convenzione del 1989 delle Nazioni Unite sui Diritti del Fanciullo e la Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo.

Secondo Capodanno al di là delle sbarre, il passaggio di auguri cella per cella, volti, mani che stringono quelle che considerano essere i punti di riferimento temporanei, gli angeli ai quali tutto è possibile, permessi premio, concessione di liberazione anticipata, la libertà, senza considerare che spesso ciò che il trattamento prevede si scontra con tutto ciò che riguarda l’aspetto giuridico.

Per scrivere occorre che spesso ci sia l’ispirazione, il contesto spazio tempore, che si abbia un momento di silenzio per concentrarsi e “buttare giù” quanto ci si vorrebbe comunicare. Ispirazione, spazio tempore, che spesso non ci sono ed a fare da padrona è “ la comunicazione dissonante”; troppi rumori, troppe informazioni divergenti tra loro, non sempre consentono di pensare a cosa scrivere, poiché non conta tanto “saper scrivere” in termini di forma ma cosa o di chi saper scrivere”, di cosa far suscitare attenzione, curiosità, lettura o semplicemente formarsi dell’informazione.

Ci sono periodi durante i quali chi “scrive” è particolarmente motivato, e momenti anche lunghi in cui si è vuoti, spenti, si è alla ricerca di una notizia che non sia la stessa raccontata da molti o quanto meno non “trasmessa nello stesso modo”; si è alla ricerca non dello scoop, ma di premesse e finali che siano messaggi e non semplicemente descrizioni; si è alla ricerca anche della notizia lontana, dimenticata e per “riprenderla” si parte dall’esperienza.

E’ stato un inverno freddo freddo quello del 2010 in carcere.
Sguardi incrociati, braccia conserte per riscaldarsi, rumori di carrelli porta vitto, colorano i corridoi del transito, voci di richieste e di proteste pacifiche, detenuti in fila per effettuare colloqui con gli operatori dell’Area pedagogica popolano le sezioni.
Attivi per i preparativi del Natale, c’è chi mette su il presepe accanto alla sala teatro, dominano pastori antichi con il rosa ed il celestino, e c’è chi fischietta Bianco Natale mentre decora un albarello che pende ad un lato.
Volontari, collaboratori vari si danno da fare per eventi intramoenia; arriva il giorno dello spettacolo musicale seguito dal Recital di poesie nel reparto di alta sicurezza.
Si prova a far sentire l’aria natalizia, ma nonostante fuori cadano dal cielo fiocchi di neve rendendo il paesaggio simile a quello di un libro di fiabe, il Natale in carcere è meramente lontano da come lo si vive da liberi.

Riflessioni e strumenti

La stragrande maggioranza dei detenuti presenti negli istituti, presentano un passato caratterizzato da percorsi devianti successivamente mutati in esperienze precocemente delinquenziali spesso connessi a vicende familiari e/o al contesto culturale nel quale ci si vive.
A ciò si aggiunge la riflessione critica della manchevole progettualità da parte dei servizi sociali territoriali di percorsi preventivi e di misure adeguate anche per il dopo iter detentivo, senza tener conto dell’assenza di concreti trattamenti attuabili nei confronti dei dimettenti come preparazione al reinserimento.

Con la riforma dell’O.P. 354/75 si tende ad umanizzare il senso della pena tracciando per i soggetti detenuti e gli internati un percorso individualizzato caratterizzato da attività trattamentali che mirano alla rieducazione e risocializzazione degli stessi. Nel pieno rispetto dell’art 27“le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso dell’umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”gli addetti del settore-educatori penitenziari in primis- si impegnano quotidianamente ad agire con interventi pedagogici miranti al cambiamento ed alla formazione di una personalità che per quanto strutturata si cerca di mutarla attraverso un percorso graduale di ricognizione, osservazione, comunicazione e reinserimento.
Tra le tantissime attività, lo stesso teatro, oggi è parte integrante del percorso trattamentale, poiché se effettuato con adeguata metodologia artistica fa si che lo stesso possa diventare occasione e contesto indirettamente pedagogico di autoanalisi ed autoformazione, uno spazio tempore dove lingue culture ed etnie diverse si incontrano, poiché il carcere come la scuola nella sua notevole complessità ospita ristretti stranieri provenienti da più variegate etnie.