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| Il teatro come opportunità di cambiamento: dal carcere alla società |
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| Lunedì, 04 Ottobre 2010 - 17:55 - 541 Letture |
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Con la riforma dell’O.P. 354/75 si tende ad umanizzare il senso della pena tracciando per i soggetti detenuti e gli internati un percorso individualizzato caratterizzato da attività trattamentali che mirano alla rieducazione e risocializzazione degli stessi. Nel pieno rispetto dell’art 27“le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso dell’umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”gli addetti del settore-educatori penitenziari in primis- si impegnano quotidianamente ad agire con interventi pedagogici miranti al cambiamento ed alla formazione di una personalità che per quanto strutturata si cerca di mutarla attraverso un percorso graduale di ricognizione, osservazione, comunicazione e reinserimento.
Tra le tantissime attività, lo stesso teatro, oggi è parte integrante del percorso trattamentale, poiché se effettuato con adeguata metodologia artistica fa si che lo stesso possa diventare occasione e contesto indirettamente pedagogico di autoanalisi ed autoformazione, uno spazio tempore dove lingue culture ed etnie diverse si incontrano, poiché il carcere come la scuola nella sua notevole complessità ospita ristretti stranieri provenienti da più variegate etnie.
Il teatro in quel “carcere possibile” è contesto attraverso il quale poter lavorare su se stessi, comunicare a se stessi e conseguentemente ad altri: le proprie paure, i sogni, le illusioni, i dolori, il più grande quello di essere lontano dalla famiglia, le proprie speranze; ripercorrere il proprio percorso e prendere coscienze rispetto al fatto commesso. Certi di non dimenticare che si tratta di uomini che hanno sbagliato, non dobbiamo trascurare nel contempo che si lavora per dare agli stessi una chance, quella del cambiamento, quella della rieducazione, quella dello scommettere su se stessi o quanto meno provarci, provarci a credere, dimostrando che non tutto è perso.
Il lavoro del teatro è una mission introspettiva, è un lavorare sulle emozioni, un continuo feed-back, è essere parte di un contesto che non si fa spettacolo ma proiezione della realtà di ciascuno, di persone che gradualmente stanno intraprendendo un percorso, che stanno a poco a poco riacquisendo il senso ed il bello della vita.
Ed è sulle emozioni che diverse associazioni culturali - teatrale proiettano i propri obiettivi, un continuo lavorare sulle persone, la comunicazione verbale e gestuale, la relazione, l’acquisizione della fiducia in se e nei confronti dell’operatore al quale ci si affida e ci si sente accolti, non giudicati.
La rieducazione diventa ancora più fattibile e possibile qualora avviene l’incontro con la società, il confronto con la comunità esterna, con l’intento di portare fuori i ristretti. Sebbene ci sia dietro tale obiettivo tanta fatica educativa - l’apertura alla società può coesistere solo se dall’altra parte c’è risposta, confronto, accoglienza.
Il teatro può diventare un’opportunità di cambiamento e di reinserimento se da un lato- sul palco-ci sono uomini e donne che riescono a parlare, a comunicare pubblicamente e dall’altra parte una società che seduta in platea partecipa, ascolta e soprattutto accoglie una parte del carcere di cui non si è al corrente e che si vuole conoscere con un atteggiamento di predisposizione al confronto.
Emanuela Cimmino
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