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| LA MIA ESPERIENZA DI ASSISTENTE SCOLASTICA |
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| Domenica, 25 Gennaio 2004 - 15:06 - 1446 Letture |
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Per motivi di privacy manterrò in questo articolo l' anonimato circa luoghi e persone.Non so cosa mi spinge a scrivere brevemente la mia esperienza di assistente scolastica,forse la rabbia.
Da premettere che lavorare in una scuola svolgendo il ruolo da assistente non è nelle mie aspirazioni,sono laureata in psicopedagogia e in quanto tale vorrei spendere le mie competenze psico-pedagogiche prevalentemente in ambito socio-educativo, o meglio rieducativo,attuando percorsi di ripresa per i minori che spinti da tante motivazioni devono scontare la pena in istituti penali o con le misure alternative in seguito a dei reati commessi,attuando peraltro tecniche di perizia in campo criminologico come esperta criminologa presso i tribunali per i minorenni;comunque al di là di quelli che possono essere i problemi amministrativi-organizzativi delle singole scuole,svolgo il mio lavoro se non con entusiasmo ma con dedizione ai bambini.
Il progetto "Sostegno scolastico" in vigore dal 27 novembre 2000 in seguito alla l. 285/97, ha lo scopo di aiutare -di sostenere- didatticamente quei bambini dai 6 ai 10 anni(scuola elementare)che hanno problemi a casa di tipo socio-culturale-relazionale,che vivono in contesti degradati e che in quanto tale condizionano lo stato intellettivo dei bambini,mostrando in classe difficoltà di apprendimento, iperattività, lacune di base, assentismo, mancanza di volontà,in collaborazione con il Progetto "Solidarietà in strada" che prevede l' ausilio di figure che svolgono o che dovrebbero svolgere attività di tutoraggio sia per i bambini che per le stesse famiglie.
Dovrebbe esserci anche la collaborazione con i Servizi Sociali, I consultori Familiari, L'asl;ma tutto ciò in tre anni di collaborazione con l' Ente locale presso il quale lavoro, ho visto ciò solo raramente, occupandomi in prima persona con altre colleghe di casi di particolare abbandono sia fisico che morale,andando di persona a casa cercando di capire più a fondo cosa spingeva quel determinato bambino ad essere aggressivo,iperattivo,ad autolesionarsi. Il caso è stato segnalato ai Servizi Sociali, il bambino purtroppo non ha fatto più parte del progetto e quelle volte che abbiamo avuto modo di incontrarci nel corridoio della scuola, ci è sembrato sempre peggio.
Per i primi due anni ho lavorato in una scuola suddivisa in centrale e succursale,alternandomi a giorni svolgendo il mio ruolo presso entrambi le sedi, situata in un territorio di campagna,abitato da famiglie d'èlitè comprese straniere,prevalentemente americane(nei pressi della scuola c'è la Nato) e famiglie molto numerose con gravi problemi socio-culturali,affrontando di volta in volta casi di abbandono, di maltrattamento psicologico;ho ha avuto a che fare assieme ad altre colleghe con fratelli cugini nipoti appartenenti allo stesso ceppo;giorni fa abbiamo saputo che un' alunna di quinta elementare che seguivamo tre anni fa ha partorito e che probabilmente se il progetto continuerà a lunghisismo termine ci occuperemo del figlio.
Da Settembre 2003 sono stata trasferita in un' altra scuola(preciso che mentre nella sede abbandonata di camapagna c'era più collaborazione con i dirigenti scolastici-le insegnanti, e più flessibilità nell' attuare una metodologia improntata anche sul gioco,nelle sede attuale c'è rigidità, chiusura di mente e di atteggiamento dinnanzi alla proposta di una metodologia sempre più adatta all' età dei bambini ed ai loro problemi)e per una serie di eventi quale mal organizzazione,procedure amministrative e atteggiamenti secondo me non consoni al ruolo di insegnate, di dirigente scolastico o altro,è sorta in me tanta rabbia,che sta mani mi ha portato a scrivere qualcosa per essere poi argomento di discussione e di confronto con educatori ed inseganti che la pensano come me oppure sono contrari.
Sin da quando lavoravo come insegnante nella scuola materna,davo lezioni di doposcuola a casa a bambini particolari con problemi igienico-culturali, bordelaine, dislessia-(chissà perchè mi sono sempre capitati casi difficili),ho sempre preferito attuare più una metodologia ludica improntata sulla motivazione-stimolazione-all' apprendimento, sull' acquisizione di fiducia in se stessi, sul riconoscimento e la scoperta delle proprie abilità, capacità, sulla creatività portando i bambini sul prato della scuola di campagna guardando le nuvole e facendo loro immaginare personaggi ed eventi appartenenti al mondo della fantasia(ci sono ancora bambini che non conoscono le fiabe,che non giocano, che non sanno cosa sia la fantasia sia perchè leggono poco, sia perchè vivono in ambienti adulti facendo gli adulti pensando come gli adulti prendendosi anche determinate responsabilità,sia perchè iper impegnati per coloro che possono permetterselo in attività sportive- musicali).
Ho sempre ottenuto buoni risultati: se non si aiuta prima il bambino a conoscere meglio se stessi, ad acquisire fiducia in se stessi, come si fa ad aiutarlo a fare i compiti?
Peraltro ,nella scuola dove lavoro attualmente, il recupero è diventato doposcuola,di conseguenza si ha a che fare anche con bambini che non hanno nessun problema a casa, ma sono solo distratti o svogliati o di peso a casa nelle ore pomeridiane,di conseguenza data la mentalità rigida del dirigente(ho avuto modo di parlarci una sola volta e mi è stato detto che circa le scelte era lui a farle perchè alla punta della piramide c'era -c'è solamente lui, lui che comanda)io personalmente non posso dare LEZIONI DI VITA.
Su questo sono stata rimproverata dalla coordinatrice del progetto-che bisogna solo far vedere i compiti ai bambini non sono concorde- sono dell' idea che la scuola sia un' agenzia educativa, un luogo armonioso dove i bambini crescono acquisendo conoscenze circa l' istruzione ma che imparano anche a vivere;soprattutto laddove non ci sono famiglie-genitori abbastanza disponibili al dialogo e all' ascolto,le inseganti devono fungere da punti di riferimento.
Se il bambino non ha la possibilità di andare al cinema,si organizza un' attività di cineforum facendo vedere un film, un cartone(cosa che io ho fatto-faccio e di cui mi è stato quasi vietato),se la bambina fa domande circa lo sviluppo puberale e a casa non c'è la madre o c'è e si vergogna ,la maestra con termini adatti alla sua età le fornisce delle risposte(cosa che più volte mi è capitato).
Non si può non fare lezioni di vita, quando sono gli stessi bambini a porre domande,quando occorre fare un discorso stimolando le loro capacità critiche circa una lettura letta per esempio "Cosa i bambini possono fare-o sull' uso del computer".
Il tempo della scuola rigida, prevalentemente solo isituzione è passato, oggi la scuola deve rinnovarsi, deve stare ai passi della società, al di là delle riforme, deve mirare sul percorso educativo e sociale del bambino-cittadino della società-cittadino poi del mondo.
Una scuola ,poi, che non fa discriminazioni, che accetta belli e brutti, bianchi e neri, e invece in questa scuola un mese fa circa ci sono stati atteggiamenti di rifiuto da parte delle stesse inseganti nei confronti dei bambini "Rom"-perchè non hanno cure igieniche,perchè non sono state avvisate del loro arrivo da parte del dirigente(tanto lui comanda, da solo) perchè le mamme si sono rifiutate di far avere ai loro figli come compagno di banco un bimbo dai capelli lunghi occhi verdi ma "zingaro"; a voi le riflessioni .
Ora sembra che le cose siano un pò cambiate, ma ritornando a me, alla mia rabbia, chiedo a voi quale metodologia sia giusta attuare,quali sono i pro e i contro,cosa sia più giusto fare, cosa sia più giusto avere davanti :un bambino che sa a memoria le tabelline e nulla della vita , si sente solo-incompreso, che scatena i suoi probelmi con l' eccessiva iperattività e timidezza, o un bambino che sa le tabelline ma che ha anche fiducia in se stesso e vive?
A voi tutti la parola.Vi aspetto sul forum nella sezione :il bambino e la scuola per parlarne assieme.
Dott.ssa Emanuela Cimmino.
Nota: Ciao Emi,
ho letto il grido di dolore rispetto alla tua esperienza di assistente scolastica, e volevo mandarti due righe di conforto: prima di tutto complimenti, provare rabbia è una cosa che ti fa onore, se paragogonata alla palude di narcosi e/o di sentimenti buonisti e ovattati che ci circonda; la rabbia, come tutti gli altri sentimenti, non sono nè negativi nè positivi: semplicemnte sono, com'è la vita, la forza, la passione, e dunque nobilità chi li prova e li manifesta.
Tuttavia, perchè la passione si trasformi in cambiamento, credo occorra darle una forma, un senso, altrimenti acceca e ci ricade in testa; così, se puoi/vuoi, volevo dirti un paio di cose affinchè tu possa usare la tua rabbia e non forti usare da essa.
Prima cosa: chi ha un po' di esperienza in campo socioassistenziale, ed io sono 20 anni che mi meno il torrone con queste storie, ti potrà confermare che nel nostro lavoro, solo un terzo del tempo è dedicato ad azioni dirette con l'utente (minore, disabile, anziano, ecc) o il suo nucleo; c'è poi un altro terzo dedicato al lavoro con i colleghi, o comunque alle persone che a vario titolo intervengono nei confronti dell'utente, ed un ultimo terzo dedicato a se stessi.
Il primo terzo di tempo, quello che nel tuo caso passi con i bambini, è quello più divertente e gratificante: ci fa sentire in buoni, in gamba, insomma, titilla il nostro ego; me è sempre necessario avere presente il problema del dopo: cosa succede quando io o loro non ci saranno più? occhio, non è necessario toccare ferro, non si tratta di un "non esserci più" tragico: magari si cambia lavoro, o si incontra l'uomo/donna della nostra vita con cui trasferirsi in Perù; oppure ancora si cresce e si cambia (lavoro o scuola). Più in generale, bisogna assumere il concetto che l'educazione, l'apprendimento, l'imparare non è una relazione a due tra chi insegna e chi impara, tra chi stimola e chi è stimolato, ma è la persona che ri-scopre il desiderio, la curiosità di saperne di più (la famosa fase dei perchè, il gioco simbolico, il pensiero magico, ecc) e dunque crea le situazioni di apprendimento con il materiale, umano e non, che gli sta attorno.
E cui comincia il secondo terzo del nostro monte-ore lavorativo: far riscoprire agli adulti una visione non banale, non scontata, ma sempre nuova, sempre strupefacente dell'esistere; e qui è una faticaccia, ma è sempre lavoro, no?, sempre un terzo del nostro lavoro.
E poi c'è l'ultimo terzo, ed è quello verso se stessi: avere la capacità di ascoltarsi, di venire a patti con la propria stanchezza, i propri sentimenti di onnipotenza o di inutilità; avere ancora voglia di farsi domande senza per forza rispondersi, ma darsi tempo, aspettare, vedere come va a finire...; anche qui è un lavoraccio!
Seconda cosa, un po' + tecnica: premesso che i Servizi Sociali sono fatti di donne e uomini in carne ed ossa, dunque un giorno esaltati perchè la Juve ha vinto, e quello dopo depresse perchè in sindrome premestruale, ti informo che i Servizi stessi, come pure quelli sanitari, possono promuovere indagini, convocazioni, interventi solo a due condizioni: o su richiesta della persona che richiede assistenza, a cui in questo case viene fatta firmare una autorizzazione al trattamento dei dati personali, oppure su incarico dell'Autorità Giudiziaria (procura, TM, TO, ecc); dunque, rispetto ai casi che descrivevi nel tuo sritto, o riesci a conviencere un maggiorenne appartenete al nucleo disastrato a rivolgersi ai servizi, oppure devi obbligatoriamente passare attraverso una segnalazione alla Procura presso il TM: è una cosa che ogni privato cittadino, e a maggior ragione una figura professionale operante all'interno della scuola può, e nel secondo caso, deve fare: da sola o, meglio ancora, coinvolgendo la scuola nella sua ufficialità; immagino già le resistenze e le preoccupazioni che questo passaggio può produrre, ma quando dicevo che bisogna dare una forma alla rabbia, e curare il secondo e il terzo tempo del nostro lavoro, è proprio a questo che mi riferivo.
Fabrizio Pezzana
25-10-2004 |
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