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| Anoressia-Villa Garda: un’esperienza significativa - Dott.ssa Laura Fornari www.educare.it |
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| Lunedì, 05 Luglio 2004 - 21:48 - 8586 Letture |
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A mia madre e a mio figlio
Il più grande ostacolo alla scoperta della forma della terra non fu l’ignoranza, ma l’illusione della conoscenza
Daniel J. Boorstein, The Discorveres
Dott.ssa Laura Fornari
Psicopedagogista
Ringrazio il dott. Riccardo Dalle Grave per avermi concesso l’opportunità di affrontare questo lavoro con l’arricchimento di un’esperienza diretta.
Un grazie particolare al prof. Franco Larocca che mi ha sempre spronato a cercare “nuovi orizzonti”.
Ringrazio di cuore Tamara ed Elia per la pazienza con cui mi hanno ascoltata e sostenuta in questi anni di lavoro e di studio.
INTRODUZIONE
Morire di fame nell’epoca dell’abbondanza. Pesare trenta chili e vedersi grasse. Assaporare il cibo per poi vomitarlo di nascosto in bagno o consumarsi con diuretici e lassativi…; è l’inferno dell’anoressia.
Si tratta di una vera e propria malattia, la prima causa di morte tra le malattie psichiatriche, e si riscontra sempre più frequentemente in ragazze giovani.
E’ un “male di vivere” che “forse” nasce da un rapporto distorto con la famiglia e con gli altri, ma prima di tutto con se stessi, con la propria individualità.
Questa malattia ha una lunga storia, ma la sua esplosione è avvenuta particolarmente dopo la seconda guerra mondiale e in prevalenza nei Paesi industrializzati.
Secondo l’Istat le anoressiche (solo nel 10% dei casi si tratta di maschi) oggi sono circa venti milioni delle quali 775 mila in Italia. Purtroppo sono dati approssimati per difetto; sembra che spaventi l’idea di radiografare davvero questa immensa sofferenza sommersa.
In passato si trattava soprattutto di ragazze tra i 14 e i 20 anni, oggi questa fascia di età si sta allargando, comprendendo ragazzine di 12 anni e donne di 30-35.
Quasi sempre inizia con una dieta, ma alla base ci sono molte altre cause scatenanti che portano queste ragazze a cercare l’illusione di poter spostare sul cibo il controllo che pensano di non avere sulla propria vita.
Tutte queste informazioni sull’anoressia” si trovano su molte riviste, se ne sente parlare in televisione, escono molte pubblicazioni specifiche, però se non si sta almeno un po’ con chi vive questo disagio non si può capire a pieno di quale sofferenza reale e profonda siano vittime queste ragazze. Loro spesso dicono “quello che più mi fa rabbia è che gli altri considerano questo problema un capriccio”; e purtroppo è vero!
Come può una generazione che ha lottato per la sopravvivenza in un periodo di miseria quale è stata la guerra e gli anni successivi, accettare che si rifiuti il cibo, simbolo del benessere finalmente raggiunto?
Confesso che più o meno questa era anche la mia posizione quando ho incontrato i primi casi di anoressia e all’idea di fare un tirocinio in questo contesto provai istintivamente un senso di rifiuto.
Ora capisco che in quel modo io rifiutavo la malattia stessa perché anch’io madre che aveva “nutrito” mi sentivo potenzialmente rifiutata.
Poi “casualmente” capitai a Villa Garda e grazie alla disponibilità del Dott. R. Dalle Grave (responsabile del reparto di riabilitazione multidisciplinare per l’anoressia nervosa) nel farmi assistere alle sedute dei gruppi psicoeducazionali tenuti da lui, mi sono ritrovata senza rendermene conto a fare una ricerca su ciò che avevo poche settimane prima decisamente “rifiutato”.
Ho voluto esporre questo mio vissuto perché è attraverso l’analisi di queste mie emozioni che mi sembra di aver intuito qual è il meccanismo che agisce nella mente e nel cuore di una mamma quando si trova difrontea questo problema.
Spesso si dice che in famiglia ci si accorge molto tardi della malattia di una figlia anoressica; io credo che non sia esattamente questo. Forse la paura di riconoscere e di conseguenza dover affrontare il problema, è più forte della speranza che non sia così.
Ma può anche darsi che, soprattutto in una madre, scatti un meccanismo di autodifesa per cui non si può accettare che una figlia rifiuti il cibo, simbolo di quella vita che lei stessa le ha dato.
Dopo aver assistito alle sedute dei gruppi psicoeducazionali, la mia sensazione di rifiuto piano piano si è risolta, ho capito, ascoltando queste ragazze, che il loro atteggiamento non è un disprezzo per la vita, anzi, è la ricerca di una modalità che permetta loro di “star bene nel mondo”.
Parte I
VILLA GARDA:
UN’ESPERIENZA SIGNIFICATIVA
Avvertenza: I dati biografici delle persone protagoniste degli incontri psicoeducazionali sono stati mutati per garantirne l’anonimato.
Cap. 1- La psicoeducazione
Il termine psicoeducazione appare frequentemente nella recente letteratura professionale, in riferimento a tecniche che sono state trovate utili nel trattamento e nella riabilitazione di pazienti con una severa e persistente malattia mentale .
Barther definisce la psicoeducazione “l’uso di tecniche educazionali o istruttive per aiutare nel recupero dagli effetti disabilitanti della malattia mentale o come un’aggiunta, un’integrazione nel trattamento in corso” .
Karasu suggerisce che ogni tecnica psicoterapeutica esercita la sua influenza attraverso tre meccanismi: un’esperienza affettiva; un approfondimento cognitivo; una regolazione comportamentale.
La psicoeducazione è basata sui concetti di Karasu e sulle seguenti assunzioni a proposito del ruolo dell’educazione nel trattamento e nella riabilitazione.
L’istruzione è una parte integrale della psicoterapia.
Anche il trattamento psichiatrico che non include una psicoterapia, deve prevedere una componente d’informazione per essere più efficace.
Molte ricerche hanno confermato l’importanza “dell’istruzione come trattamento” ed ha un effetto di miglioramento su alcuni sintomi di severe e persistenti malattie mentali o per lo meno ha un effetto importante sull’accettazione del trattamento.
Se noi accettiamo la descrizione di Karasu sui tre meccanismi attivi, l’informazione è più limitata della psicoterapia perché sottolinea un aspetto d’insegnamento cognitivo piuttosto che un’esperienza di tipo affettivo.
La regolazione comportamentale è spesso un effetto sia della psicoterapia che dell’informazione. Certe forme di modificazione del comportamento sono altamente tecniche e devono essere dirette soltanto da terapisti qualificati o da educatori che siano stati autorizzati dal team che ha in trattamento la persona o comunque dal terapista principale.
L’informazione data ad un paziente da altri pazienti non dovrebbe essere considerata psicoeducazione e neppure l’informazione data ad un paziente da qualcuno che non sia stato incaricato o comunque non sia in relazione con il team che tratta il paziente.
In America esiste un’organizzazione che prepara educatori per pazienti psichiatrici . La definizione relativamente ampia di psicoeducazione può includere quasi ogni tipo di educazione data al paziente con un disordine psichico se questo tipo di “formazione” può aiutarlo a reinserirsi socialmente e nella famiglia. Per esempio, alcuni tipi di addestramento ad abilità sociali potrebbero essere considerate una categoria di psicoeducazione.
Anche la preparazione per un diploma o altro titolo di studio può essere considerata come una psicoeducazione se il paziente non è riuscito a completare i suoi studi a causa della sua malattia e se il conseguimento di tale titolo di studio può facilitare la sua possibilità di inserimento nel mondo del lavoro.
Se nella versione americana la psicoeducazione è intesa come una forma di “addestramento” dei pazienti all’abilità di comunicazione di riconoscimento e gestione del sintomo, nell’approccio attuato a Villa Garda mi sembra che sia stato fatto un passo in più verso un’impostazione più pedagogica. Il terapeuta stesso riferisce di alcune modifiche apportate al programma di riabilitazione conseguenti a nozioni apprese dalle pazienti stesse: «E’ bene che voi facciate delle critiche al nostro programma perché quando questo succede io penso, e spesso trovo nuove soluzioni, vedo il problema da un altro punto di vista, imparo da voi…» . Qui si attua uno dei principi fondamentali della relazione educativa: «o si cresce in due o non cresce nessuno dei due».
Quando il terapista incoraggia le ragazze a sperimentare una ricaduta nel comportamento patologico per mettere alla prova la propria capacità di ripresa mi ricorda quanto afferma il Lombardo-Radice (pedagogista dei primi del ‘900): «L’insuccesso è quasi più istruttivo del successo, anche se penoso, anzi perché penoso…» .
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