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Giornali Online

Bullismo e pedagogia: alcune riflessioni
Giovedì, 19 Marzo 2009 - 19:23 - 2921 Letture
Un termine adusato, l’imprescindibilità del rigore

Il termine «bullismo» viene impiegato con parecchi significati diversi, anche presso gli esperti e gli operatori del settore maggiormente interessati come quelli scolastici, pedagogici, giuridici, sanitari, di servizio sociale. Penso che ciascuno di questi operatori faticherebbe alquanto a svolgere le sue importanti mansioni se altri termini tecnici della loro propria cultura, e di uso così comune, soffrissero di una così accentuata plurivocità, tanta da sfociare nel generico.


Il termine si impiega come una disinvoltura decisamente eccessiva: per esempio, ad indicare varie forme di molestie, verbali, fisiche, psichiche e perfino sessuali, sia omo che etero; oppure ad indicare la formazione di bande che confliggono consapevolmente e fondamentalmente con le norme dell’ambiente nel quale sono sorte ed operano, e il caso della scuola è assolutamente particolare a questo riguardo; od ancora ad indicare eccessi personali in ambienti sociali per mancanza di autocontrollo e, a monte, dell’educazione necessaria, i quali possono sfociare in atti materiali di violenza più o meno simbolica e più o meno consumata; fino ad annoverare tanti altri fenomeni ulteriori che l’esperienza di chi frequenta questi siti saprà certamente portare, premessa una doverosa riserva circa l’operare impiegando quel sano discernimento che per chiunque si occupi di educazione, professionalmente e non, costituisce una norma comunque inderogabile.
La stessa origine del termine, la quale pure è molto chiara od almeno tale dovrebbe risultare, finisce per essere vaga e scarsamente fruibile a causa della proiezione di problematiche attuali sul percorso etimologico il cui tracciato è chiaro. Il termine ha origine inglese-americana, e ci rimanda al participio presente del verbo to bull, il quale a sua volta è la verbalizzazione del toro. Questo animale domestico viene evocato anche a proposito dell'operare in borsa, ma questo versante di accezioni qui non ci interessa. A prescindere da esso, il discorso risulterebbe chiarissimo nel merito e sarebbe anche fondamentalmente univoco: il toro in quanto tale è animale domestico, non è animale da branco, e certamente è animale non addestrabile né impiegabile per qualunque lavoro in sostituzione della fatica umana; è animale che va controllato anche con strumenti coercitivi pesanti, e comunque con la massima attenzione, ma che d’altra parte si distingue dagli altri componenti della stessa comunità bovina per aver conservato, unico fra tutti quelli che originariamente erano maschi la propria mascolinità in tutti i sensi, con una evidente contrapposizione rispetto a quegli esempi forti di disciplina, pazienza, applicazione, addestramento, capacità di lavoro in sostituzione della fatica umana, e anche di sopportazione e tolleranza che sono i buoi, in origine vitelli maschi come i tori, ma che vengono castrati prima della pubertà, e che in questo senso vengono spesso presi anche come una metafora a spettro comprensibilmente molo ampio.
Il termine «bullo» c’entra poco o nulla, anche se molte accezioni di bullismo rimandano ad esso, forse anche con una buona dose di malinteso. Basterebbe aver guardato qualche film, o letto da giovani qualche rotocalco per quella fascia d’età, per ricordare, almeno a quanti abbiano già i capelli grigi, di quando il termine «bullo» apparve in Italia nel secondo dopoguerra, con un americanismo grottesco che ci volle un autore e un attore del genio di Alberto Sordi per mettere nel giusto ridicolo, ma nel quale alle Dolls o bambole o pupe corrispondevano quelli che noi chiamavamo bulli, ma che i cineasti e i canzonettisti americani chiamavano Guys.
Chi operi in campo educativo con adeguato retroterra pedagogico e culturale sa bene che l’impiego dei termini tecnici deve essere operato con rigore e coerenza esattamente come avviene per i termini tecnici di qualunque altro sapere o professione. L'equivoco terminologico ingarbuglia i problemi, e spesso viene impiegato proprio per non darsi la pena di tentare di risolverli realmente, nella scuola come in qualunque altra sede sociale che, per un verso o per l’altro presenti nelle ricadute educative. In questo caso, la confusione rende assai arduo proprio il cercare delle possibili soluzioni al problema, potremmo anche parlare rigorosamente di problema non posto, a fronte di una o più casistiche di situazioni problematiche gravi e che urgono una posizione secondo le regole della metodologia pedagogica. Solo per portare un ordine di esempi, un conto è che si abbia a che fare problematicamente con un fenomeno riguardante una persona singola la quale manifesti comportamenti asociali, incivili ed anche violenti in contrapposizione a tutti gli altri, dimostrandosi «toro» e considerando tutti gli altri e forse anche etichettandoli come «buoi»; notiamo che questo sarebbe coerente con l’etimo autentico del termine; tutto un altro discorso va fatto circa i fenomeni di branco, o di banda se si preferisce impiegare un termine sociologico, nei quali in genere si individua un capobranco, ma tutti i componenti si identificano in un comportamento standardizzato analogamente antisociale, incivile ed anche violento che però trova senso solo nel contesto del branco stesso e nell’appartenenza al branco, e non avrebbe senso alcuno a livello individuale. Si tratta di due ordini di esempi tra gli innumerevoli: certamente con questi siamo molto lontani dall’aver esaurito i modi possibili di porre il problema del bullismo con riferimento alla scuola e alla società attuale; sarà quindi il caso, quando parleremo di bullismo, di non tenerci sul generico, assolutamente inadatto a consentirci qualunque riflessione efficace e qualunque intervento risolutivo, ma che dichiariamo preventivamente di quale ordine di fenomeni stiamo parlando.


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Nota: Franco Blezza
Pedagogista clinico
Ordinario all’Università “D’Annunzio” – Chieti - Facoltà di Scienze Sociali

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