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| PARLARE DI MANAGEMENT SOCIALE-Dott.Ugo Albano (assistente sociale specialista) |
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| Domenica, 14 Novembre 2004 - 14:47 - 2520 Letture |
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Parto dalla considerazione che parlare di “sociale” -in Italia ai nostri giorni- appare cosa ardua, giacchè il termine, oggi come oggi, ha paradossalmente perso di significato proprio agli occhi di chi, nel sociale, ci lavora
In Italia, infatti, tutti sono per il “sociale”, sia la destra che la sinistra, il pubblico ed il privato, le professioni “strutturate” e tutti gli attori non afferenti direttamente a questo mondo, intendendo però, tutti, concetti molto diversi, sovente opposti.. Ocorre invece ribadire nel dibattito pubblico che il “sociale” riguarda significati di “pratica della solidarietà”, la quale passa attraverso l’azione deliberata di chi, a vario titolo, utilizza la relazione quale modalità di esercizio di questa solidarietà; si tratta quindi del “sociale” che è finalizzato all’aiuto alla persona, riguarda pertanto azioni individuali che assumono valenze ben più ampie della singola relazione. La solidarietà sociale è, infatti, un concetto complesso: essendo essa funzione “sociale” in senso complessivo, si realizza però tramite semplici azioni “face to face”. L’aiuto alla singola persona scaturisce in pratica da un significato ben più ampio della solidarietà e la sua pratica rafforza il significato stesso della solidarietà come funzione “sociale”, appunto, nel senso di sostegno alla “coesione” del consorzio umano.
La solidarietà sociale è un concetto complesso: le azioni di solidarietà non consistono, in fin dei conti, solo nell’azione diretta sul singolo, ma nella gestione dei sistemi di aiuto. Essa quindi non riguarda la semplice somma delle singole azioni, seppur coordinate, ma anche e specialmente un livello di gestione degli stessi prestatori.
Riguardando il “sociale” l’uomo in generale, i suoi bisogni e la sua preponderante immaterialità, appare ovvio che necessario è il governo delle persone che prestano l’aiuto, siano esse volontarie o professionali. Da ciò scaturisce la necessità delle gestione di queste persone in modo da favorire nel tempo l’efficacia dell’azione su due importanti “fronti sensibili” dell’agire: sul destinatario e sulla motivazione dell’agente. La particolarità dell’aiuto risiede infatti nella necessaria biunivocità della percezione del benessere: solo chi sta bene con se stesso produce uno “stare bene” nell’altro.
Un grosso bisogno è, a mio parere, la ricerca di un linguaggio comune tra i mondi “non-comunicanti” (volontari-professionisti, pubblico-privato, “isole professionali”), in modo da stabilire le basi comuni a tutti i prestatori di aiuto; c’è inoltre la necessità di rivisitare in modo più oggettivo e meno “politicizzato” lo stesso significato delle politiche del welfare italiano, partendo proprio da chi nel welfare ci lavora. Più che necessario è inoltre una riflessione sul prestatore di aiuto, considerato in quanto lavoratore o volontario, essendo vitale la ricerca della “base comune” tra i diversi attori; è, infatti, nell’idealità della motivazione che risiede il canale tramite il quale si può giungere ad un linguaggio comune accettato e condiviso.
Esiste però anche il bisogno di indagare il rapporto tra il professionista dell’aiuto e all’elemento che più fortemente incide sulla sua motivazione: l’organizzazione. E’ quest’ultima infatti che ha il “magico potere” di amplificare o bloccare la motivazione del prestatore di aiuto, con tutto quel che ne consegue. Si tratta quindi di individuare un modello di organizzazione favorente la motivazione del prestatore di aiuto, modello che chi scrive riferisce al “sistema impresa”: questo modello non è una mera “trasposizione” dal mondo produttivo a quello dell’aiuto, bensì una modalità di concezione e gestione di una realtà ben più complessa di quella della produzione di beni e servizi, qual è un’organizzazione deputata ai servizi alla persona. Preferisco generalmente parlare del "sistema-impresa" e non di sistemi “ente" o"istituto" in quanto ritengo utile un inquadramento delle realtà lavorative dell’aiuto in chiave moderna, cercando quindi il “modello trasversale” tra pubblico, privato e no-profit, avente come obiettivo il coinvolgimento reale del collaboratore ai fini del sistema. Tutto ciò si realizza tramite l’individuazione degli strumenti di gestione del personale.
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Nota: Sarebbe bello aprire un dibattito sul tema. Io resto a disposizione per ogni confronto, la mia e-mail è: ugo.albano@libero.it , la mia pagina web è : http://digilander.libero.it/ugo.albano |
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