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| La devianza come probabile conseguenza della dispersione scolastia: analisi di un fenomeno a rischio- Dott.ssa Anna Calegna |
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| Mercoledì, 30 Agosto 2006 - 20:52 - 3197 Letture |
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Un adolescente nei suoi tentativi di rendersi indipendente dall’adulto, viene spesso a trovarsi in contrapposizione, talvolta polemica, con gli adulti, ed elabora convinzioni, atteggiamenti, comportamenti propri che si differenziano in qualche misura da quelli degli adulti che gli stanno vicino, nella famiglia o nella scuola.
Tuttavia, questa tendenza a diversificarsi dagli adulti, ad entrare in polemica con loro, ad opporsi ad essi in quanto singoli individui o in quanto rappresentanti delle istituzioni, travalica talvolta i limiti della divergenza, e si configura come devianza.
Può essere opportuna una breve analisi di questi due termini, così importanti sul piano educativo e su quello sociale, tanto più che i confini tra l’uno e l’altro non sono così netti come potrebbe sembrare.
La divergenza ha generalmente una connotazione positiva, in quanto indica un processo di differenziazione, di elaborazione di una identità propria, di un modo autonomo e talvolta originale di vedere il mondo, di uno stile personale; mentre la devianza ha una connotazione negativa, ed indica un processo che dovrebbe venire contrastato, o dovrebbe venire riequilibrato attraverso interventi di recupero.
Nel caso della divergenza, tutto sommato, l’individuo si adatta alle richieste fondamentali della società in cui cresce: ne accetta il linguaggio, accetta le regole, accetta l’insieme di conoscenze, di valori, le norme, che stanno alla base della convivenza civile. Sulla base di questa accettazione di norme e di valori, un individuo può in qualche misura divergere, differenziarsi: per usare un’analogia, come uno scacchista che rispetta le regole del gioco degli scacchi, senza rifiutarne o violarne nessuna, ma sa usare strategie che rendono personale ed efficace il suo modo di giocare.
E’ evidente la positività di queste divergenze, sia per l’individuo che in essa si realizza, definendo una propria identità, sia per la collettività, dato che gli elementi di novità possono arricchire il patrimonio culturale.
Con la devianza le cose vanno invece in modo diverso, deviare non significa solo allontanarsi, da una norma, perché in tal caso dovremmo considerare devianti tutti coloro che pensano ed operano in modo diverso dalla maggior parte della gente.
Occorre che a questa prima condizione se ne aggiungano altre perché un fenomeno classificabile come semplice divergenza, assuma i caratteri della devianza.
Una di tali condizioni è che tale modo diverso di comportarsi arrechi disturbo agli altri, o crei loro problemi. Una seconda condizione è vi sia da parte degli altri una contro-azione volta sia a prevenire la divergenza-devianza, sia ad annullarla qualora si sia già verificata, con tentativi vari di recupero che stimolano un correlativo processo di “ convergenza” verso norme e forme di comportamento largamente condivise, socialmente accettabili. Una terza condizione è che l’atteggiamento o il comportamento che si scosta dalla norma creando problemi anche ad altri, e
interventi di prevenzione o recupero almeno inizialmente, volontario, derivi da una decisione o da una serie di decisioni personali. Tuttavia, anche queste tre condizioni, a ben vedere, non sono sufficienti. Vi è una quarta condizione assai importante che è rappresentata dai valori ai quali chi “ diverge” dalla maggioranza fa implicitamente o esplicitamente riferimento.
Se la divergenza ha luogo in nome di valori più alti, di significato universale, allora essa è una divergenza volta a produrre una convergenza ad un livello superiore, a promuovere una trasformazione sociale in senso positivo, e non può essere qualificata come devianza.
Questa digressione sui concetti di divergenza e di devianza potrà essere sembrata eccessivamente lunga. In realtà si tratta di concetti che giocano un ruolo centrale per quanto riguarda i rapporti fra gli adulti e gli adolescenti, nella famiglia e nella scuola, ove non è sempre facile distinguere situazioni di divergenza da situazioni di devianza( per esempio un genitore o un insegnante rigido, intollerante, può essere portato a trattare come forma di devianza da impedire, o correggere, comportamenti dei propri figli o allievi, che sono invece manifestazioni di divergenza, ricerca di modi personali di pensare o di esprimersi).
Tali concetti sono utili anche per l’analisi dei rapporti fra le istituzioni e il mondo giovanile e permettono di capire come, in che misura, i giovani possono esercitare una funzione di rinnovamento e arricchimento, nell’ambito della società.
Dopo aver chiarito le differenze tra la devianza e la divergenza, passerei all’analisi di Bertolini sui soggetti considerati come categoria a rischio.
Rientrano nella categoria a rischio quei soggetti che in base al loro comportamento sono definiti “disadattati”,”delinquenti”, e per la somiglianza dei loro modi di essere sono accomunabili in un'unica ottica pedagogica,quella dei “ragazzi difficili”.
Il termine difficile è inteso in senso pedagogico, esso individua quelle condizioni in cui la soglia della problematicità viene superata con il costituirsi di uno specifico ambito di riflessione pedagogica e con la ricerca di appropriate strategie di intervento.
Una prima categoria di minori destinatari di interventi rieducativi è quella dei ragazzi a rischio. Si tratta di minori che vivono in situazioni caratterizzate da carenze di ordine materiale o relazionale. L’ordine materiale delle loro esperienze di formazione rimanda a condizioni di povertà,di insicurezza economica, e in generale ad una esistenza vissuta in un contesto sociale profondamente degradato. L’ordine relazionale rimanda a particolari situazioni o storie familiari: forme di rifiuto o di abbandono messe in atto dai genitori o da altri componenti della famiglia, forme di vera e propria disgregazione della famiglia ma anche la presenza di figure poco adeguate o suscettibili di diventare modelli di comportamento tendenti alla devianza.
L’immagine del ragazzo a rischio è vista secondo quell’approccio al problema devianza che tendeva ad individuare un nesso tra determinate caratteristiche ambientali e tasso di criminalità.Le aree urbane caratterizzate da un alto tasso di disoccupazione, degrado abitativo,insufficienza di servizi, costituirebbero aree naturali della delinquenza, i ragazzi che le abitano sarebbero con molta probabilità destinati ad una carriera delinquente.
Quella del ragazzo che provenendo da ambienti marginali caratterizzati da degrado sociale sarebbero più a rischio di altri, e alla fine una immagine che non corrisponde tanto ad una realtà quanto ad una percezione sociale di essa.
Tale immagine attivando pratiche di prevenzione e di controllo nelle cosiddette aree a rischio, tende di fatto all’autoconvalida: le denunce, gli arresti in queste aree saranno sempre maggiori rispetto ad altre zone urbane e quindi quelle zone continuando ad apparire “a rischio”, confermeranno la necessità di una attenzione sociale privilegiata.
Tutto questo non significa rinunciare a qualsiasi intervento, quanto evidenziare i rischi inscritti in quegli interventi mirati e specifici che radicandosi su un immagine di ragazzi a rischio trovano la loro unica ragione in un progetto preventivo.
L’intervento educativo deve porsi come intervento globale, che individua le sue ragioni nelle soluzioni di disagio e disfunzioni, di problemi reali e attuali.
Da un punto di vista pedagogico, la condizione esistenziale dei cosiddetti ragazzi a rischio,è vista essenzialmente come un luogo caratterizzato da limiti e carenze educative.
Ciò che assume rilevanza è il fatto che questi ragazzi vivono in una situazione contraddistinta da disfunzioni materiali, affettive e relazionali. L’intervento educativo si fonda dunque in prima istanza sulla necessità di costruire intorno al minore un contesto adeguato dal punto di vista educativo e di risolvere un disagio attuale.
I “ragazzi a rischio” devono essere ripensati come ragazzi che vivono esperienze formative pedagogicamente non sostenibili, ragazzi che al di qua di qualunque prognosi sempre più incerta di quanto non si voglia, vivono in un mondo relazionale decisamente contraddistinto dal disagio. Sono, in altre parole, “ragazzi difficili”.
Un’altra categoria di minori, individuata come destinataria di interventi rieducativi, è quella dei ragazzi disadattati. Si tratta di quei casi in cui il luogo della difficoltà non è più individuato solo nel contesto di vita ( materiale e relazionale ) del ragazzo ma nella sua assunzione di atteggiamenti o moduli comportamentali più o meno sistematicamente disadattivi. Sono adolescenti o preadolescenti che in risposta a situazioni percepite come dolorose o anche solo critiche, in risposta a condizioni di vita educativamente inadeguate, hanno consolidato atteggiamenti tendenzialmente lesivi di sé o del contesto in cui vivono.
Le reazioni messe in atto come risposta ad una certa interpretazione del proprio mondo relazionale oscillano dall’assunzione di atteggiamenti svalutativi o oppositivi ( senso permanente di fallimento, rivendicazione continua di una fittizia autonomia, ecc…) alla messa in atto di comportamenti definibili come irregolari (fughe da casa, abbandono della scuola, piccoli furti, reazioni aggressive di cose o persone, ecc…).
Infine, un riferimento obbligato è a tutti quei minori che hanno infranto le norme del codice penale e che vengono per questo definiti “ delinquenti ”.
Dal punto di vista del processo rieducativo il giovane che commette un reato e che viene per questo arrestato, non rivela,peculiarità tali da giustificare un approccio educativo diverso da quello messo in atto di fronte a ragazzi il cui comportamento resta ai limiti della sopportabilità legale.
La scelta dell’atto palesemente antisociale è semmai solo l’indice di un maggior stato di tensione o di una difficoltà più profonda nel processo di costruzione di sé come soggetto.
Le condizioni critiche del loro contesto di vita coniugate con profonde carenze relative alla loro formazione fanno si che questi ragazzi non riescano a soddisfare altrimenti quei bisogni di partecipazione, indipendenza, sicurezza, autostima, significatività che caratterizzano l’adolescenza.
A questo proposito è necessario accennare ad un altro genere di esperienza antisociale inquadrabile attraverso la categoria pedagogica di “ difficoltà ”. Si tratta dello stile di vita di quei minori coinvolti in attività che fanno capo a forme di criminalità organizzata.
Nella maggior parte dei casi esso non deriva tanto da una risposta individuale a condizioni di vita problematiche quanto da un lento e progressivo adeguamento ad un modello culturale costruito all’interno di un gruppo individuabile. Collocandosi e definendosi in opposizione alla società civile, il gruppo stabilisce norme, valori e regole di interpretazione del mondo entro cui l’attività acquista una sorta di legittimazione.
Più che da vere e proprie carenze o limiti educativi la condizione di questi ragazzi deriva da un’esperienza di vita caratterizzata da processi formativi efficaci ma sistematicamente orientati alla costruzione di un esistenza che si oppone ai modelli che circolano in seno alla società civile. Questi ragazzi si rivelano, in ultima analisi, portatori di una visione del mondo solida, interamente integrata, la cui validità è continuamente confermata dalla condivisione della sua efficacia con il gruppo di riferimento.
La loro “ difficoltà ” si colloca nel contrasto, più o meno percepito, tra essa e una visione del mondo che delegittima il loro stile di vita sulla base di assunti condivisi e persegue ciò che è intersoggettivamente considerato il regime della legalità e del diritto.
Dietro un’agire, anche se antisociale, c’è sempre un soggetto e le sue motivazioni, dietro ogni fatto c’è un diario, dietro ogni azione una biografia, dietro ogni comportamento una visione del mondo. E’ in queste narrazioni spesso silenziose e ancor più spesso inascoltate che vanno individuati gli indizi per un progetto educativo che partendo da queste storie di vita riesca ad andare oltre esse.
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