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| “L’EDUCATORE PROFESSIONALE E L’HANDICAP” |
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| Giovedì, 26 Giugno 2008 - 12:33 - 3108 Letture |
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Lavoro da tre anni nella scuola tramite una cooperativa sociale con contratti a tempo determinato della durata di un Anno Scolastico per fortuna fino ad ora sempre rinnovati. Sono inquadrata al sesto livello cioè Educatore Professionale laureato e non posso lamentarmi perché le cooperative che assumono con contratti ed inquadramenti regolari sono una rarità in Italia.
La tipologia di lavoro è di carattere didattico/educativo: affianco gli insegnanti di sostegno nello svolgimento della Programmazione cercando di instaurare e mantenere una relazione educativo/formativa finalizzata all’acquisizione di autonomia nei contesti della quotidianità.
Ho seguito alcuni ragazzi in situazione di handicap: il primo in assoluto è stato M. un tredicenne di terza media con diagnosi di ADHD. Confesso che un po’ di timore lo avevo, era la mia prima vera esperienza di lavoro e ho dubitato di potercela fare: ho trascorso una notte intera a fissare quella Diagnosi funzionale in cui la scritta ADHD campeggiava in belle lettere ripassate in neretto… Venivo da un anno di tirocinio nel reparto di Neuropsichiatria Infantile quindi non potevo considerarmi una neofita, ma l’ospedale è comunque un contesto assai più protetto rispetto alla scuola. Soprattutto se la Scuola Media in questione era una di quelle che ci piace denominare “di frontiera”.
L’anno passato con M. è stato soddisfacente, per me ma soprattutto per lui che si è rivelato un ragazzino assolutamente in gamba, capace di pensieri profondi e aperto al dialogo. E’ stato lui a cercare me, a chiedere implicitamente sostegno, perché aveva ben chiaro quale fosse il ruolo dell’Educatore Professionale. Ed è stato lui a spiegarlo agli insegnanti, per i quali io ero poco più che un’Assistente di Base (con tutto il rispetto ovviamente per gli AdB).
E’ facile trincerarsi dietro l’incasellamento nosografico che il DSM ha regalato alla psichiatria; M. non aveva alcun tipo di ADHD. Anche perché prima dei 18 anni non è corretto parlare di disturbi di questo genere; sicuramente presentava un comportamento oppositivo-provocatorio nei confronti delle figure di autorità (me compresa) ma dietro a questo c’era una famiglia disgregata: padre assente, madre depressa, che avevano deciso di certificare il figlio nel tentativo, probabilmente inconsapevole, di delegare ad altri un compito educativo che loro non sentivano di riuscire a portare avanti. L’unico risultato ottenuto è stato che M. si è sentito sempre diverso dai compagni, escluso e preso in giro perché aveva degli insegnati “personali”. Ad ogni modo siamo riusciti a mediare ottenendo per lui un sostegno alle scuole superiori ma con una Programmazione come quella della classe e non più differenziata; perché di deficit cognitivi non ce n’era neanche l’ombra… La diagnosi di ADHD è dunque decaduta, sostituita da una più consona di Disturbo della sfera emotivo/relazionale. Alle superiori non ho seguito più M. ma sono sicura, voglio sperare che crescerà e riuscirà a superare le difficoltà della sua vita.
A volte certificare con tanta fretta un ragazzo non è la maniera più utile per aiutarlo. Non penso che si possa decidere della vita di qualcuno solo sulla base di qualche batteria di test per quanto essi siano essenziali in molti casi.
Contemporaneamente a M. mi fu affidata E., una dodicenne con Sindrome di Down: i primi tre mesi con lei furono difficilissimi. Non accettava la mia presenza, aveva avuto troppe figure precarie prima di me, era certa che anche io non sarei stata con lei per più di una settimana quindi non voleva fidarsi. Era come se temesse di creare un legame che presto si sarebbe interrotto per motivi burocratici a lei oscuri e si difendeva trincerandosi dietro fantomatici mal di testa (che due minuti potevano tranquillamente trasformarsi in mal di pancia o mal di denti…) e con atteggiamenti di chiusura che si evidenziavano tenendo le braccia conserte, la testa girata per non guardarmi, e un mutismo lucido e ostinato. (Non sono comportamenti che già di per sé denotano una certa “intelligenza sociale”….?) Trascorso il tempo necessario affinché si convincesse che stavolta questa Educatrice bislacca che parlava “una lingua strana” (“Ma sei italiana o toscana”, mi chiese una volta), che era alta quanto lei sebbene più grande di 11 anni, sarebbe rimasta in pianta stabile, ecco che improvvisamente la nostra relazione educativa si è liberata dalle briglie dell’incertezza. Relazione educativa che dura da tre anni (a settembre speriamo di poter inaugurare il quarto) durante i quali abbiamo attraversato assieme momenti intensi, di crisi depressive - cui molti ragazzi Down vanno incontro quando hanno un profondo livello di consapevolezza del proprio deficit -, di frustrazioni scolastiche, di scatti di rabbia, di dubbi amletici sulla vita (“Che cos’è un mistero?”, “Perché ogni mese mi vengono le mestruazioni?”, “Perché lavori proprio con me che sono Down”?). E’ stato ed è sempre difficile non travalicare quel limbo sottile che separa il rapporto educatore/educando: il rischio di instaurare un rapporto amicale è sempre dietro l’angolo, soprattutto per chi come me è un giovane educatore. Non si può, e questo per fortuna mi è stato ripetuto milioni di volte all’università, diventare amici dei nostri utenti; noi siamo professionisti dell’handicap e dobbiamo agire secondo scienza e coscienza. E’ questo uno dei tratti che ci differenzia dai volontari, sebbene la società ancora non voglia capirlo e continui a metterci sullo stesso livello. Il nostro percorso di studi ci ha fornito strumenti specifici che devono guidarci costantemente nell’agire educativo. Questo non significa mantenere una distanza impenetrabile tra noi e l’utente, piuttosto vuol dire comportarsi in maniera autorevole: c’è il momento della risata, dello scherzo, dell’autoironia reciproca, delle confidenze, ma c’è anche il momento in cui si può e si deve fare un rimprovero, rimprovero che non verrebbe preso sul serio se col minore l’educatore avesse instaurato una relazione troppo amichevole. E questo assicuro che è un rischio costante perché anche gli Educatori sono esseri umani con i loro sentimenti, le loro antipatie e simpatie, i loro valori individuali che trascendono, Deo gratia, la teoria pedagogica.
Continuerei all’infinito a raccontare i mille episodi che hanno reso il mio lavoro con E. un’esperienza unica, ma lo spazio è quello che è e poi non amo i sentimentalismi. Credo sia il caso di raccontare anche il lato negativo, frustrante della professione di Educatore, che inevitabilmente ognuno di noi incontra nel proprio percorso professionale. A me è successo un anno fa. Mi era stata affidata una diciottenne Down, M., che ho seguito sia a scuola sia in un percorso di accompagnamento casa/scuola finalizzato all’incremento dell’autonomia personale. Quest’ultimo intervento non ha dato esiti positivi perché troppo tardi la famiglia aveva maturato la consapevolezza che la ragazza necessitava di maggiore autonomia: ormai si era creata una dinamica per cui M. era elemento assolutamente passivo, compiacendo inconsciamente i genitori che speravano così di scacciare i fantasmi della paura di un eventuale futuro senza di loro.
Vorrei qui soffermarmi sull’esperienza che ho avuto affiancando M. a scuola, un Liceo Psicopedagogico. Per tutto l’anno con M. ho lavorato in una classe differenziale ufficiosa dove erano riuniti tutti gli alunni certificati che lavoravano individualmente attorno ad un tavolo comune affiancanti da insegnanti ed educatori, professionali e non. Una situazione del genere assume i tratti di una ghettizzazione. Non ci sono stati contatti con gli insegnanti curriculari delle classi in cui gli alunni erano ufficialmente inseriti; ogni mattina entravamo nell’aula, paradossalmente denominata “Aula Integrazione” sperando di arrivare illesi alla campanella delle 13.45.
L’aspetto che più mi ha provocato rabbia è stata la rassegnazione comoda dei docenti di sostegno e curriculari: la tesi corrente era che in classe non era possibile seguire individualmente i ragazzi, per cui sebbene non deontologicamente ortodosso, si preferiva farli lavorare in Aula Integrazione anche perché “lì ci sono i computer”… Ma le nuove tecnologie, la tanto osannata Comunicazione Facilitata mediante Computer, può realmente essere la panacea di tutti i mali? Non nego l’utilità dello strumento informatico, ma mi sembra superficiale l’habitus mentale con cui molti miei colleghi vi si rapportano.
In situazioni di handicap, di deficit cognitivi profondi e di menomazioni sensoriali gravemente invalidanti (perché sono queste le situazioni che dobbiamo fronteggiare ogni giorno) occorrerebbero da parte degli addetti ai lavori una maggiore consapevolezza delle contingenze esterne e una disponibilità a rivedere continuamente idee, aspettative e convinzioni. Insomma un po’ più di disponibilità all’autocritica non guasterebbe!
Mi domando quale possa essere il ruolo della motivazione in un ambito scolastico di tal genere. “Ambito scolastico” significa tutto e niente; la scuola non è un unicuum, e le aspettative, le nostre aspirazioni, sono diverse in base al ruolo che ricopriamo.
A volte mi domando perché ho scelto questa professione: all’inizio dell’Università ero animata da grandi aspettative e anche se non ho mai avuto spinte miracolistiche “da crocerossina”, pensavo di entrare in un mondo dove sarebbe stato semplice trovare punti di riferimento e visioni condivise, dove la consapevolezza dell’importanza di questa helping profession fosse sufficientemente radicata nelle coscienze di chi da più tempo di me gravitava in questo campo. Invece mi sono trovata a dover lottare per costruirmi un mio spazio un mio ruolo e dei miei peculiari ambiti di competenze, onde evitare il rischio di essere confusa con una assistente dell’insegnante di sostegno il cui compito iniziava e finiva con la somministrazione di verifiche a ragazzini che strumenti per rispondere positivamente alle richieste della scuola italiana (esigenze essenzialmente finalizzate all’alfabetizzazione primaria e all’acquisizione di abilità logico/deduttive) ne hanno ben pochi. Se di fronte ad un deficit cognitivo è impossibile agire, qual è il compito della scuola verso gli alunni diversabili? La scuola c’è anche, e soprattutto, per quei ragazzi che hanno bisogni particolari, che necessitano di aiuto. La scuola ha il dovere di intervenire nelle situazioni difficili e noi, come personale educativo, non possiamo fingere di non vedere i disagi che quotidianamente abbiamo davanti agli occhi.
Per quanto mi riguarda non è il desiderio di potere che mi motiva; sicuramente l’aspetto economico ha per me una notevole importanza, sarebbe inutile e ipocrita negarlo. Non mi motiva nemmeno la speranza di una gratificazione riscontrabile nelle prestazioni scolastiche dei miei ragazzi… Questo aspetto è escluso in partenza quando si ha a che fare con deficit cognitivo/sensoriali. Allora perché lavoro? Lavoro perché voglio far capire ai miei colleghi animati da visioni salvifiche che con questi ragazzi siamo nella patologia, che non è colpa nostra se non riusciamo ad insegnare loro le quattro operazioni, che non è facendo le verifiche al posto loro che li aiutiamo. Il tempo che ci viene pagato per stare con loro può essere utilizzato mettendo a disposizione la nostra professionalità finalizzandola all’acquisizione di autonomia nei più svariati contesti della quotidianità, di autostima.
Vorrei che la nostra fosse una professionalità scevra da intenti caritatevoli/assistenzialistici, in odore di un cattolicesimo che in realtà non c’entra niente con il nostro lavoro; all’università non ci hanno insegnato che la religione è fondamento dell’aiuto all’handicap…Mi piacerebbe che prendessimo tutti coscienza della profonda differenza che c’è tra volontariato e professione in ambito sociale. Io ho scelto, consapevolmente, di dedicarmi all’educazione dei ragazzi diversabili, ho studiato per questo e vengo retribuita per il servizio che presto. Dallo studio ho avuto quegli strumenti importantissimi e indispensabili che mi aiutano ogni giorno a far fronte alle situazioni problematiche senza perdere di vista il fine primario che è la formazione di persone con dei bisogni particolari. Tutto questo è molto diverso dal volontariato. Gli interventi di educatori e insegnati dovrebbero essere rivolti al futuro dei ragazzi che hanno davanti. Qualcuno ha detto, parlando delle missioni nel Terzo Mondo: “non è portando là il pesce che si dà un aiuto, ma portando la canna da pesca e insegnando a pescare che si può fare educazione”. E’ questa metafora a guidare oggi il mio lavoro. Ciò che mi motiva è cercare di fornire ai miei utenti gli strumenti per affrontare al meglio il loro percorso di costruzione dell’identità affinché capiscano, e noi con loro, che la nostra “normalità” non esclude la loro, che c’è posto per tutti e se non c’è, dobbiamo darci da fare per trovarlo.
La spinta ad andare a scuola tutte le mattine io la trovo nella fatica di cercare di motivare gli altri, non solo le mie ragazzine ma anche i miei colleghi. E’ paradossale che la mia motivazione derivi dal motivare gli altri? Ai posteri l’ardua sentenza….
Articolo inviato dalla Dr.ssa Irene Frosinini Educatrice Professionale Socio Sanitaria
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