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| La pedagogia durante il Fascismo : le sorelle Agazzi e Maria Montessori |
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| Martedì, 05 Agosto 2008 - 20:48 - 33807 Letture |
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Il fascismo, oltre a privilegiare l’aspetto ricreativo dell’istituto infantile, introduce la novità dell’insegnamento religioso, mentre in un clima fitto di istanze contraddittorie, lo Stato abdica nei confronti di una gestione nettamente privatizzata e confessionale, nonostante l’approvazione di provvedimenti come l’istituzione dell’ "Opera nazionale per la maternità e per l’infanzia" e la Legge per l’assistenza e la protezione della maternità e dell’infanzia (15 aprile 1926), che mirano ad estendere, al di là del campo scolastico, il doveroso interesse verso un’età troppo spesso trascurata.
Nel frattempo due sorelle Rosa e Carolina Agazzi lasciavano una traccia nella storia d'Italia per la riforma dell'educazione infantile. La casa dei bambini di Mompiano (Brescia), infatti, che Rosa diresse dal 1896 in poi, servì da modello a molti altri asili infantili che sorsero col nome delle sorelle Agazzi. Il metodo Agazzi si basava sulla spontaneità e sull'esperienza personale dei bambini, che venivano fatti vivere in comunità, occupandosi di diverse cose, ascoltando musica, cantando e imparando a conoscere cose nuove. Il bambino viene considerato nella sua molteplicità: nelle sue componenti fisiche, intellettuali e morali. Le sorelle Agazzi potarono avanti, non senza difficoltà, anche durante il Fascismo, il loro esperimento della Scuola materna: Rosa (1866-1951) e Carolina (1870-1945) aprirono a Mompiano presso Brescia nel 1895 e che costituì il modello (nonché la denominazione) per la scuola dell'infanzia istituita dallo Stato nel 1968. Le sorelle Agazzi, tenendo conto della matrice cattolica e del ruolo materno nella cultura pedagogica italiana, intesero trasformare l'asilo infantile eliminando ogni precocità istruttiva e rendendolo maggiormente a misura di bambino: la scuola materna doveva valorizzare ed interpretare la complessità delle esperienze di vita dei piccoli, non contemplando la riproduzione e copiatura degli "esercizi di vita pratica", degli "esercizi di sviluppo sensoriale" o degli "esercizi di socievolezza", ma la promozione di attività che hanno come obiettivo l’affermarsi e l’espandersi dell’umanità del bambino. Quest'ultimo doveva crescere in un ambiente che stimolasse la sua creatività attraverso il dialogo vivo e fecondo con l'adulto: niente di meglio quindi che l'atmosfera familiare che con le sue caratteristiche affettive poteva rendere l'educazione vitale. Il bambino e la sua attività sono posti al centro dell'attenzione, con ambienti e materiali connotati da semplicità e quotidianità, il cui fine è la formazione pratica, sociale e spirituale del fanciullo. La figura dell'adulto era costituita dalla educatrice: essa doveva possedere tratti comportamentali "materni" per salvaguardare la continuità con la famiglia, ma dovrà anche possedere particolari capacità di iniziativa, di promozione e organizzazione unite a sensibilità e flessibilità per coordinare in modo conveniente il lavoro e la vita dei bambini. L'ambiente e le occupazioni dovevano riproporre e riprodurre a misura propria la dimensione domestica cui il bambino è abituato. La scuola si organizzava come una casa: essa era dotata, oltre all'aula e al giardino con animali e piante, di un ripostiglio per l'abbigliamento e un "museo" in cui raccogliere le "cianfrusaglie senza brevetto" ( le Agazzi avevano osservato la tendenza infantile a raccogliere oggetti quotidiani per i loro giochi: di qui l'idea di costituire il museo utilizzando questa spontanea collezione, non preordinata e senza un particolare significato simbolico, cui attingere per le varie iniziative ludiche).
Secondo le sorelle Agazzi il bambino deve essere incoraggiato a "fare", e a fare da sé in tutti gli aspetti della vita. L'educatrice doveva limitare al minimo le lezioni, lasciando il maggior spazio possibile alla libera attività individuale facendo rispettare solo il criterio dell'ordine. Privilegiando il metodo intuitivo come il più idoneo per l'apprendimento, l’insegnante predisponeva e organizzava ambienti e situazioni che stimolassero in modo indiretto la spontaneità del bambino. La scuola agazziana non distingueva tra gioco e lavoro, poichè tutte le azioni della vita quotidiana erano valorizzate come veicoli educativi della massima importanza, perché qui i bambini trovavano l'occasione migliore per imparare, scoprendole da sé, le regole della vita e i principi del vivere civile e del rispetto reciproco. Tra queste attività pratiche un posto particolare era occupato dal giardinaggio (il concetto era ripreso dai giardini del pedagogista tedesco Froebel): lavorando in apposite aiuole e con attrezzi adatti, il fanciullo intrecciava il suo lavoro a quello della natura, che poteva osservare nelle sue varie manifestazioni, imparando ad avere con essa un rapporto positivo e consapevole. Il giardinaggio rappresentava il tipico esempio di prelavoro, cioè di attività che era in grado di sviluppare, oltre la dimensione del fare, del conoscere e del cooperare, anche quella estetica poiché, attuando il principio dell'ordine nella scuola-casa, si accresceva quel senso dell'armonia e della bellezza che si devono ritrovare in tutti i momenti e le situazioni della vita quotidiana.. vita infantile eseguita con naturalezza espressiva).
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Nota: Autore:
Prof. Massimiliano Badiali
Fonte :
http://www.massimilianobadiali.it/panoramasviluppo.htm
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