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| H. Kohut e la psicologia del Sè |
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| Venerdì, 15 Agosto 2008 - 18:40 - 3227 Letture |
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RISPOSTE EMPATICHE E VALORIZZANTI DEI GENITORI SONO IL FONDAMENTO DELLA FIDUCIA IN SE’ E DELLA SICUREZZA INTERIORE DELL’INDIVIDUO
(tratto da R.Siani, La Psicologia del Sé, Boringhieri, pp.83-84)
La costituzione di un Sé bipolare ben integrato non garantisce dalle ferite narcisistiche future, dai «conflitti» (psicologici e sociali) che potranno essere indotti dalle successive vicissitudini della vita. «Estesi cambiamenti del Sé debbono, per esempio, verificarsi nella transizione dalla prima infanzia alla latenza, dalla latenza alla pubertà e dall'adolescenza alla giovinezza» (Kohut, 1972, p. 13 1).
Tuttavia le vicende delle relazioni fra il Sé in fase di strutturazione e gli oggetti-Sé genitoriali restano determinanti: la costituzione del «Sé coesivo» (cohesive self), come tappa conclusiva e integrata delle strutture (Kohut;1984) dipende ben poco dalle intenzioni pedagogiche dei genitori, ma dalla qualità delle loro relazioni (rispecchianti, ideali, gemellari) con il figlio, che orienterà in modo decisivo le sue future possibilità di aver fiducia in sé stesso, di porsi mete e di realizzarle in armonia con i suoi ideali. Kohut e Wolf (1978, pp. 178 sg.) hanno affermato che «non è tanto ciò che i genitori fanno, ma ciò che i genitori sono a influenzare il Sé del bambino», concludendo con queste semplici ma efficaci osservazioni:
“Se i genitori non hanno problemi (.,.) se, in altre parole, la fiducia in se stessi dei genitori è solida, essi risponderanno con accettazione all'orgoglioso esibizionismo del Sé fiorente del loro bambino. Per quanto seri possano essere i colpi ai quali è esposta dalla realtà della vita la grandiosità del bambino, il sorriso orgoglioso dei genitori manterrà vivo un frammento dell’onnipotenza originaria, che sarà conservato come il nucleo della fiducia in sé stessi e della sicurezza interiore. (...) Lo stesso vale per i nostri ideali. Per quanto grande sia il nostro disappunto quando scopriamo le limitazioni e le debolezze degli oggetti-Sé idealizzati della nostra vita infantile, la loro fiducia in sé stessi che ci offrivano quando eravamo bambini, la loro sicurezza quando ci consentivano di fondere i nostri Sé angosciati con la loro tranquillità - con le loro voci calme o con la nostra vicinanza ai loro corpi rilassati quando ci tenevano in braccio - sarà da noi conservata come nucleo della forza dei nostri ideali fondamentali e della calma che sperimentiamo nel vivere la nostra vita sotto la guida dei nostri obiettivi interiori.”
IL VERO TRAUMA E’ LA MANCANZA DI RISPOSTE EMPATICHE DEI GENITORI
Tratto da Heinz Kohut “Seminari, Teoria e clinica della psicopatologia giovanile”, Astrolabio, 1989, pp. 304-306.
Se un individuo è stato deluso traumaticamente in certi periodi della sua vita - quando la sua grandiosità non trovava eco - ogni tipo di interferenza con lo stato di benessere è sentita come un colpo all'autostima, un attacco alla grandiosità del soggetto. Uso il termine grandiosità in mancanza di un termine migliore. Esso implica quello che più tardi sarà la bellezza assoluta, il corpo perfetto, la grande impresa, la naturalezza, la perfezione morale, l'essere in pace con se stessi.
Così, ad esempio, ogni sofferenza o malattia sarà chiaramente sperimentata dal bambino come ferita narcisistica e non come un disagio che può essere ragionevolmente affrontato, che ha una sua ragion d'essere e a cui si può reagire. Il bambino, se gli accade di inciampare, reagisce con rabbia. "Come possono farmi questo?". Molte persone conservano per tutta la vita un poco di questo modo narcisistico di reagire alla sofferenza. Immaginiamo che un bambino patisca una delusione traumatica nei primi anni di vita, in un periodo in cui, in circostanze normali, il soggetto dovrebbe trovare conferma alla propria, ancora irrealistica, autostima. Questo può accadere a causa di una depressione della madre o a causa dell'incapacità della madre di risolvere un problema del bambino, quale può essere una malattia fisica (fermo restando che la semplice insorgenza di un malanno fisico non è in grado di spiegare il corso degli eventi). L'elemento su cui affermo che è importante riflettere, anche in presenza di gravi malattie fIsIche, è il grado attuale di menomazione dell'autostima.
Nelle fasi iniziali della .vita, quando l'autostima e l'esperienza del bambino inglobano i genitori o gli adulti dell'ambiente circostante, il fatto puro e semplice di una malattia del bambino, anche se grave, non costituisce necessariamente un trauma. È solo quando, a causa del malanno fisico, si sperimenta un rifiuto da parte dei genitori, solo in questo caso la caduta dell'autostima diventa traumatica. I pochi casi da me trattati in cui una malattia fisica precoce aveva giocato un ruolo importante nello sviluppo della personalità mi hanno portato a concludere senza incertezze che non era stata la malattia per se stessa il fattore decisivo, ma piuttosto il colpo narcisistico che la malattia del bambino aveva inferto ai genitori, determinando una caduta della loro autostima e un conseguente rifiuto del bambino.
Di questo problema ha parlato Freud parecchio tempo fa. Non so se conoscete abbastanza la storia del movimento psicoanalitico da riconoscere quale sia quel gruppo dissidente che ha a che fare in modo particolare con i temi che stiamo trattando. Si tratta della scuola adleriana (Freud, 1914, p. 428). Il sentimento di inferiorità del soggetto divenne il nucleo per spiegare la formazione dinamica del carattere - sovracompensazioni, ad esempio, per superare sentimenti di inferiorità dovuti ad una inferiorità d'organo, e così via. Karen Horney ha applicato alla psicologia femminile una variante di questa tesi (1934). Da parte sua Freud non accettò mai questa particolare linea di pensiero.
C’era, anni addietro, un romanziere e biografo tedesco, di non grande levatura ma molto popolare al suo tempo, Emil Ludwig, che scrisse un buon numero di biografie che ebbero grande successo; alcune in verità non erano brutte. Tra queste una era dedicata a Guglielmo II (Ludvig, 1928). Ludwig era appunto un seguace di Adler e spiegò l’intero sviluppo della personalità dell'imperatore Guglielmo sulla base del fatto che questi aveva subìto una lesione al momento della nascita. Era ben noto che egli aveva un braccio semi-immobilizzato, e alla luce di questa nucleare inferiorità d'organo Emil Ludwig ricostruì il suo carattere. Affermò che l'imperatore non poteva trovare requie alla sua inquietudine e che la guerra mondiale fu l'esito finale di questo bisogno di autoaffermazione. Il suo braccio era impedito, ma egli tentò di dimostrare che non era così.
(…) Come ho ricordato in altre occasioni, Freud affermò che non fu la paralisi al braccio, l'inferiorità d'organo, che doveva fare più tardi dell'imperatore una personalità così bellicosa, ambiziosa, facilmente depressa, delusa e ferita quando le cose non seguivano il verso da lui voluto. Egli fu costretto a inseguire un successo dopo l'altro. Questa potrebbe esser stata certamente una delle molte cause della guerra. Ma fu il rifiuto che egli ricevette da una madre orgogliosa, che non fu in grado di sopportare un figlio deforme, imperfetto, e che per questa ragione non volle aver niente a che fare con lui fin dal principio, fu questo che Freud pose alla base della spiegazione della personalità del Kaiser.
È questo che aiuta secondo me a capire meglio l'esperienza di quei pazienti in cui menomazioni gravi o malattie precoci hanno portato, in ultima analisi, non ad un sentimento centrale di incapacità, ma piuttosto al sentimento centrale della impotenza dei genitori. Fu la loro disperazione che li spinse a rifiutare il figlio. Non erano in grado di guarire la sua menomazione e non potevano sopportare un figlio menomato.
La normale reazione dei genitori ad un figlio menomato dovrebbe essere il rafforzamento delle cure affettive verso il figlio. Questo è del tutto comprensibile da un punto di vista psicobiologico, anche se in termini sociologici può condurre a gravi ingiustizie. La madre elargisce ogni sua energia affettiva al figlio menomato e accade spesso
che siano allora gli altri membri della famiglia a soffrire sul piano emotivo. Eccoli, gli altri figli, con la loro sana corporatura e con tutte le loro aspettative nei confronti della madre, ma la madre è tutta presa dal suo figliolo storpio o zoppo. La cosa è ben diversa, se è in gioco solo un momentaneo e transitorio ritiro dell'attenzione a causa dell'inferiorità temporanea di uno dei figli. Ma quando ciò che si verifica è un duraturo spostamento dell'affetto dai figli sani. al figlio malato, allora molto spesso i figli sani cominciano a covare un enorme risentimento. potranno reagire con estesi mutamenti del carattere.
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Nota: Fonte :
http://users.libero.it/hansel.e.gretel/Kohut1.html |
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