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| L’educatore al nido tra saperi, competenze e professionalità. |
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| Giovedì, 28 Agosto 2008 - 17:37 - 5921 Letture |
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L’educatore al nido tra saperi, competenze e professionalità.La figura dell’educatore, nel contesto dell’asilo nido, rappresenta un momento fondamentale per il processo formativo del bambino durante la prima infanzia. È, infatti, all’interno della relazione che si instaura tra l’educatore e il bambino che può nascere il germe della socialità e della legalità, basata su un confronto arricchente e sempre unico che porta il piccolo ad una maggiore sicurezza in se stesso e lo aiuta ad aprirsi alla relazione con gli altri; una relazione basata sul rispetto dell’altro, sulla scoperta del diverso, rappresenta un presupposto indispensabile affinché possa svilupparsi quell’atteggiamento di fiducia, di integrità che porta al consolidamento della cultura della legalità.
Il lavoro di cura e di sostegno di cui l’educatore è portavoce diviene così
il passo fondamentale affinché si sviluppi il desiderio al rispetto, al confronto arricchente,
presupposti essenziali per il cittadino del futuro. La prima infanzia, infatti, è il momento in cui più attenzione deve essere dedicata a queste forme di socializzazione e di educazione affinché si
sviluppi al meglio la vera identità del bambino e si sviluppi, insieme, quella cultura della legalità che si trova in nuce nel bambino e che contribuirà a formare l’uomo di domani. Dare dignità e valore alla professionalità dell’educatore al nido è un modo per capire e valorizzare il momento delicato ed essenziale della formazione, di cui l’educatore è responsabile, significa dare valore ad un ruolo che, troppe volte, è stato preso in ben poca considerazione e che invece tanto può contribuire alla formazione dell’uomo e del cittadino di domani.
Per molto tempo quella dell’educatore al nido è stata una figura legata a un’idea di “asilo
nido” caratterizzato da un taglio storicamente assistenziale, alieno da qualsiasi finalità educativa.
Soltanto da pochi decenni il nido è riuscito a conquistare progressivamente una sua “identità
pedagogica” che ha fatto emergere, con sempre più insistenza, l’importanza della professionalità dell’educatore al nido, una professionalità che si presenta multi - sfaccettata e, allo stesso tempo, caratterizzata dalla possibilità di porsi come sintesi tra diversi ambiti. Infatti, nella nostra società dalle caratteristiche mutevoli, “la professione dell’educatore di asilo nido si può configurare come un ruolo culturale ed educativo dinamico e complesso, che si propone come interlocutore privilegiato della famiglia e di altre agenzie educative del territorio in cui opera e con esse cresce contribuendo a costruire una cultura dell’infanzia in grado di contestualizzarsi e storicizzarsi”.
Indubbiamente, la professionalità dell’educatore al nido va emergendo da una approfondita
riflessione sul mondo dell’infanzia e dei suoi bisogni di conoscenza, comunicazione, espressione; il che è il primo passo per riuscire a gestire il processo educativo in termini pedagogico - didattici.
Allo stesso tempo, l’educatore deve maturare una buona capacità di mediazione tra la cultura e il vissuto del bambino, deve possedere una buona capacità di mettersi in gioco e di ripensarsi
continuamente alla luce delle esperienze fatte e dei possibili errori commessi, deve essere capace di collaborare con i colleghi, le famiglie e soprattutto con le risorse presenti nel territorio.
In particolare, Emma Rossi delinea alcuni punti che caratterizzano la professionalità
dell’educatore:
• l’attenzione all’inserimento graduale del bambino;
• la riflessione sulla delicatezza della condivisione delle cure fra famiglia e nido, nel
rispetto della centralità della famiglia e della storia personale di ogni bambino;
• l’osservazione del bambino, finalizzata ad accompagnarlo nel suo percorso di
crescita individuale, favorendo il consolidarsi della sua identità ed espressione del
sé, attraverso il gioco e altre attività educative;
• la tensione verso un’articolazione del proprio lavoro capace di tenere conto dei
bisogni del bambino, ma anche di sostenere i genitori, accettando le emozioni
spesso contraddittorie che accompagnano il primo processo di autonomia e
distacco fra bambini e genitori;
• la capacità a progettare l’ambiente e di proporre esperienze che assecondino lo
sviluppo sociale e cognitivo, secondo i ritmi di ogni bambino.
Quando tale ruolo è pazientemente e accuratamente costruito - anche attraverso una
formazione permanente a livello sia individuale che di gruppo - si perviene al consolidamento di
una professionalità specifica, attenta nel contempo al bambino e alla sua famiglia, consapevole
delle complesse dinamiche relazionali quotidianamente messe in atto fra sé e il bambino/bambini, con le colleghe del collettivo e con le famiglie; professionalità, infine, che è capace di coniugare ciò che è relazionale con ciò che è sociale e cognitivo.
Si delinea, quindi, una professionalità capace di operare una sintesi tra i diversi ambiti: un
sapere, di cui l’educatore è portavoce, che non guarda solo a tecniche e metodologie - di cui,
comunque, deve essere attento conoscitore - ma che si esplica anche in un “saper essere”, in un
“saper interagire”, in un “saper fare”: torna utile ricordare che lo studio e l’approfondimento sono la base indispensabile del lavoro educativo e che la conoscenza dei processi psicologici che
caratterizzano la vita del bambino o dei contenuti elaborati dalla scienza pedagogica sono il punto di partenza per poter elaborare una qualsiasi riflessione sul mondo infantile.
Saper essere
…Non esiste educazione senza coinvolgimento emotivo…
L’intensità, e allo stesso tempo la problematicità e la responsabilità insite nel lavoro
educativo con i bambini implica una costante necessità di mettersi in gioco proprio perchè:
“La relazione con il bambino è una relazione molto delicata e coinvolgente, in quanto è,
sempre, prima di tutto, relazione tra due universi emozionali. Il bambino, infatti, è un sensibilissimo radar delle nostre emozioni, dei nostri stati d’animo, molto abile a leggere con chiarezza dentro di noi e a vederci per come realmente siamo. Questo perché egli è in grado di riconoscere in maniera incontrovertibile ogni nostra reazione emotiva, a prescindere dal significato delle parole che pronunciamo, leggendo il linguaggio del corpo, le variazioni di tonalità e d’intensità della voce”.
È importante quindi che gli educatori riescano a ripensare il proprio universo personale, le
emozioni e i conflitti che possono sorgere dalla relazione con il bambino, per imparare a gestire
quelle stesse emozioni, senza la necessità di negarle o di rimuoverle ma, soprattutto, riuscendo a non lasciarsene travolgere. Ciò rappresenta un momento imprescindibile, proprio perché
l’interpretazione, la lettura del comportamento e le emozioni dell’educatore determinano le sue
strategie, il suo intervento, il suo agire educativo e averne consapevolezza è fondamentale nella
pratica educativa. La rappresentazione e la concettualizzazione che l’adulto esprime di un
bambino determinano la sua disposizione affettiva, la condotta e il comportamento educativo.
Una riflessione critica sui propri vissuti, quindi, l’accettazione del disagio o della
conflittualità emotiva possono aiutare l’educatore a creare quel distacco - dalle situazioni e
relazioni emozionalmente troppo intense - che costituisce il punto di partenza per riuscire a
predisporsi ad un ascolto vero, empatico e quindi per realizzare un’autentica relazione educativa.
Saper interagire
“È la relazione a generare formazione e non il contrario”
La relazione può essere indicata come la sorgente, il momento originario di ogni evento che
può trasformarsi in condizione formativa e, in quanto tale, individuata come ambito privilegiato nel quale si giocano i principi che fanno del nido un luogo di cura e di educazione qualificata, in cui i saperi non sono trasmessi, piuttosto sollecitati ad affiorare in superficie, attraverso il contributo attivo dei bambini, del potenziale cognitivo già presente in loro, e valorizzati per le specifiche caratteristiche che li connotano e che rendono ciascun bambino una persona con un suo preciso tratto identificativo.
Questa modalità di stare con i bambini, e non semplicemente accanto a loro, implica una
prospettiva differente da quella generalmente adottata nel sistema scolastico nel suo complesso, poiché connota la relazione tra adulto e bambino/a, ma anche tra bambino/a, come relazione coevolutiva, cioè una relazione basata sulla reciprocità, dove entrambi i soggetti si mettono in gioco, partendo dal presupposto che gli effetti di quella relazione agiranno, per entrambi, producendo cambiamento e orizzonti di senso diversi e più completi6.
La relazione, dunque, come ambito di conoscenza che parte dal singolare, dal
riconoscimento di due individualità, per aprirsi progressivamente verso il plurale, l’altro o gli altri, il contesto, lo spazio, gli oggetti, le cose, gli odori, i sapori, i suoni, le musiche: in altre parole, la persona e le persone, il tempo che diventa … i tempi, lo spazio che si trasforma negli spazi, il sapere che si declina sui saperi, la competenza che riverbera competenze plurime ed
interscambiabili.
Impegnarsi in una fase/momento di interazione, significa fare riferimento ad una
competenza relazionale che si traduca nello “stare insieme”, nello “stare con”: ciò implica
l’acquisizione di una posizione di ascolto e di apprendimento, attraverso una competenza
comunicativa che è costituita dal sostegno dell’altro, dalla capacità di decentramento rispetto al
proprio vissuto esperenziale, alla propria ottica, al proprio pensiero; un decentramento dal sé che si esprime operativamente e concretamente nella relazione con gli altri che vivono all’interno di un particolare contesto.
Tale competenza è da giocarsi e da gestirsi, dunque, in relazione al bambino, cioè, sia in un
rapporto individualizzato sia in un contesto di gruppo; nel rapporto con i colleghi, improntandolo
alla progettualità della propria intenzionalità educativa e nel rapporto con i genitori.
Ascolto empatico, condivisione e disponibilità ad accogliere bisogni e richieste creano una
particolare dimensione relazionale, nella quale diviene possibile riflettere insieme ai genitori,
mettere in comune e a confronto, sostenere non punti di vista ma specifiche modalità genitoriali,
che sono competenze indissolubilmente legate al ruolo di educatore.
L’educatore, infatti, costruisce ed è garante di uno spazio dove sono privilegiati il pensiero,
la parola, la relazione.
Pensiero, inteso come spazio mentale, come disposizione verso … luoghi, oggetti, giochi, affetti.
Parola, non come offerta di spiegazioni e di risposte certe alle domande dei genitori, bensì nel
senso di dare parola ai significati agiti, agli eventi, alle situazioni, alle emozioni.
In questa visione, l’educatore dà parola alle ansie, alle paure, alle difficoltà dei bambini, dei
genitori, aiutandoli a vivere e a sperimentare il superamento di detti timori, mettendoli in grado di leggere (nei comportamenti, nei gesti, nei messaggi, come anche nei silenzi) contenuti, emozioni e bisogni.
Saper fare
“ciò che è meraviglioso in un bambino è la sua promessa, non la sua esecuzione: la
promessa di mettere in atto, a certe condizioni, le proprie potenzialità.”
Il saper fare si concretizza nel lavoro quotidiano dell’educatore, come messa in campo di
conoscenze, metodologie e tecniche relative alle scienze dell’educazione, nonché nella riflessione e costruzione di un progetto educativo per l’asilo nido.
In particolare, uno degli aspetti fondamentali della competenza del saper fare è quello della
didattica, intesa nel senso di “come” trasmettere il “sapere”, favorire gli apprendimenti, scoprire e costruire gli strumenti utili al lavoro educativo.
Nella didattica, gli strumenti diventano mediazioni che, come il corpo, l’educatore può
individuare ed utilizzare per costruire le proposte educative e favorire i percorsi di apprendimento.
Gli strumenti della didattica, o meglio le mediazioni della conoscenza, possono rappresentare
elementi determinanti per un corretto sviluppo delle potenzialità del bambino, se studiati e costruiti sul campo, nel rispetto delle potenzialità dei soggetti interessati.
Il riconoscimento, condiviso dal collettivo di lavoro, dell’estrema complessità delle
dimensioni di sviluppo del bambino nei suoi singoli aspetti (cognitivi, relazionali, sociali),
dell’interazione e dell’interconnessione che tra loro esistono e, parallelamente, il riconoscimento
condiviso dell’utilità di fondare il progetto educativo sul bambino concreto e reale che frequenta
l’asilo nido, sostanzia la necessità di una programmazione didattico - pedagogica; una
programmazione, sicuramente e fortemente finalizzata ad individuare degli interventi educativi atti a determinare un modello pedagogico in grado di definire identità ed immagine all’asilo nido.
La previsione degli interventi educativi implicherà, quindi, l’assunzione di concrete modalità
dell’agire e la previsione di un’articolazione modellata sulle risposte del bambino e sulle
caratteristiche del gruppo - sezione.
L’importanza della ricerca e della progettualità educativa invitano, così, ad un maggiore
approfondimento dell’argomento, proprio in quanto la progettualità reca con sé una tensione allascoperta di quel senso dell’agire in educazione che è crescita, evoluzione, soluzione dei problemi che l’etica professionale chiede di contemplare a chi fa educazione, per capire quale direzione prendere per co-evolvere / co-evolversi in una corretta dimensione di legalità, cioè, di corretta convivenza democratica.
Nota: Autore: Dott.ssa Valentina Macaddino
Fonte: http://www.descrittiva.it/calip/0607/mona/Valentina_educat_al_nido.pdf |
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