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| IL BAMBINO IMMIGRATO NELLA SCUOLA PRIMARIA |
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| Venerdì, 29 Agosto 2008 - 18:20 - 1890 Letture |
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Tutti i giorni i telegiornali ci mostrano immagini di povera gente, proveniente dal continente africano o dai paesi dell’est europeo, arrivare su barconi in Italia, per scappare da situazioni di povertà, di guerre civili e di miserie.
Ormai, il commento più comune degli italiani è : “ non se ne può più, se ne stiano a casa loro”, piuttosto “bisognerebbe sparargli a vista” e francamente spesso e volentieri anche a me capita questo pensiero, perché ho paura del diverso, delle malattie e soprattutto della delinquenza che può portare, ma questa spiacevole opinione viene poi sostituita dalla compassione nel vedere queste madri disperate, talvolta ancora incinta la cui unica preoccupazione è garantire un futuro dignitoso al proprio figlio, proprio come una qualsiasi madre italiana. Ad Agosto arrivano parecchi bambini, che inevitabilmente a settembre, se tutto va bene, siederanno ai banchi della scuola pubblica italiana, e, anche in questo caso spaventano, perché non conoscono la lingua, credono in una religione diversa e il loro grado d’istruzione non coincide con quello dei compagni e ciò implica che l’insegnante attivi le proprie risorse e quelle della scuola, affinchè il nuovo arrivato viva l’esperienza scolastica non come trauma, ma come una “possibiltà” per guadagnarsi un futuro migliore dei propri antenati. La percentuale dei bambini stranieri è molto alta nelle scuole italiane, ma purtroppo non esistono figure esperte statali idonee a supportare le problematiche specifiche di questi alunni. Talvolta la dirigente assume il mediatore culturale oppure cerca un insegnante disponibile a fare delle ore in più, o chiama una persona esterna, ma in alcuni casi i bambini vengono lasciati a se stessi e considerati un fastidio per il buon andamento del programma di classe.Questo problema diventa ogni anno, sempre più grave e le risorse economiche delle direzioni didattiche, talvolta non arrivano a coprire il reale fabbisogno degli allievi.
Dal mio punto di vista sono tre le figure, che possono occuparsi degli alunni stranieri:
Insegnante di sostegno con una formazione specifica sul bambino straniero: si occupa della programmazione didattica. All’inizio dell’anno verifica, attraverso test d’ingresso, le reali capacità cognitive dell’alunno e in base al risultato stabilisce quale classe può frequentare, indipendentemente dall’età anagrafica. Ovviamente, stenderà una programmazione individualizzata che andrà ad integrarsi con quella di classe.
Educatore professionale: si occupa dell’aspetto “relazionale”, quindi sostiene il nuovo arrivato ad integrarsi con i nuovi compagni e ad inserirsi nella nuova realtà culturale. Potrebbe inserirsi nelle ore di educazione all’immagine e musicale o di educazione motoria proponendo giochi o attività tipiche del paese di provenienza del soggetto in questione favorendo quindi un avvicinamento dei compagni verso una cultura diversa, che non sempre è pericolosa. L’educatore ha un atteggiamento di ascolto anche verso le problematiche quotidiane dell’alunno e lo supporta e sostiene.
Insegnante di classe : è mediatore di primaria importanza tra alunno straniero e compagni. Deve essere il primo ad accogliere l’alunno straniero e soprattutto a trattarlo con riguardo e non come un fastidio alla propria programmazione. Deve coinvolgerlo, farlo sentire parte della classe. Secondo me assume un ruolo importante anche l’insegnante di religione, il quale, ha il dovere di non parlare più di una sola religione, ma di iniziare a fare dei confronti, ad esporre gli aspetti positivi e negativi dei diversi credo.
Ovviamente queste figure, devono stendere insieme un progetto educativo individualizzato dove sono esposte le risorse e gli obiettivi educativi e didattici da raggiungere. Mi sembra scontato che il PEI non è un documento prestampato o una copia di altri, ma è personale, è dunque necessaria una fase di osservazione e di verifica delle competenze cognitive e relazionali ed è indispensabile partire da ciò che il soggetto sa fare e non solo dalle sue mancanze perché educare significa “tirare fuori” il meglio delle persone e quindi significa far maturare le risorse individuali.
E’ necessario, iniziare a considerare il lavoro con il bambino straniero non come un peso, ma come un’attività stimolante e positiva. La scuola è il trampolino verso la società, e solo lavorando sull’integrazione tra bambini sarà possibile costruire una società multiculturale dove convivono etnie e religioni diverse, ma per far questo è necessario un atteggiamento disponobile e positivo verso il diverso, che spaventa tutti, ma con cautela bisogna dargli fiducia.
L’ESPERIENZA DI UN’EDUCATRICE PROFESSIONALE CON BAMBINI STRANIERI A SCUOLA
Da diversi anni, lavoro presso una scuola elementare di un piccolo comune alle porte di Milano. Essendo una realtà ristretta non ci sono tanti stranieri come nelle città limitrofi, ma ogni anno ne arriva qualcuno. I paesi di provenienza sono diversi: marocchini, nigeriani, pachistani, rumeni, bulgari, cubani, brasiliani, equadoregni e salvadoregni; faccio presente che non sono più di venti tra tutte le etnie su circa trecentocinquanta alunni. Io lavoro per una cooperativa sociale, ma ho avuto la fortuna di ricevere il mandato di poche ore da parte della dirigente per seguire alcuni di questi bambini. Il primo anno è arrivato un bambino eqadoregno, parlava solo spagnolo ma sprizzava simpatia da ogni parte del suo corpo. Bastava guardarlo negli occhi e capivi subito cosa voleva, ma lo scoglio della lingua era insuperabile, ma soprattutto con lui era difficile lavorare, poiché il suo unico desiderio era muoversi, saltare, ballare e non riusciva a stare seduto al banco. Oltre a questo, le insegnanti si aspettavano da me che il bambino imparasse nel giro di poche settimane la nostra lingua e iniziasse a scrivere come gli altri, infatti ero lì per quello e dovevo riuscire ad entrare nell’ottica della maestra che fa scrivere e non dell’educatrice psicomotricista, che prima fa saturare il bisogno di movimento e poi inizia una lavoro cognitivo. Furono mesi, di duro lavoro e purtroppo non riuscii a terminarlo poiché, dopo Natale, la famiglia si trasferì in un altro città. Fu comunque un’esperienza indimenticabile e unica, alla fine misi in gioco le mie competenze: le prime settimane andavamo in palestra dove poteva saltare e giocare come desiderava, poi iniziai a calare i tempi di movimento e ad aumentare quelli di concentrazione seduti, all’inizio leggevamo libri con tante immagine e pian pianino, anche grazie ai suoi compagni e alla televisione che guardava a casa, iniziò a imparare qualche parola italiana. Iniziò a scrivere le prime letterine (frequentava la classe prima) e stare più tempo in classe.
L’anno successivo mi furono assegnate cinque ore a sostegno di un bambino pachistano e musulmano, frequentante la classa quarta. Fu un esperienza, per me bellissima, l’alunno infatti aveva una grande forza di volontà e parlava correntemente italiano, era in difficoltà a scrivere, ma ben presto migliorò le sue abilità. Solitamente uscivamo dalla classe e lavoravamo sull’attività didattica che veniva indicata dall’insegnante di riferimento, ma cercavo di terminare un quarto d’ora prima, perché entrambi eravamo curiosi di conoscere le rispettive religioni: cattolica la mia e musulmana la sua. Furono momenti intensi e soprattutto di reciproco apprendimento e ascolto, nessuno dei due commentava in negativo usanze tipiche, ma le apprezzavamo e fu una gioia quando la mamma in occasione della fine del Ramadam mi mandò un piatto di ottime pietanze tipiche del Pakistan. Lo aiutai a scuola, ma lui mi aiutò e soprattutto mi insegnò a non avere paura di tutto l’Islam ed è grazie a lui che ora comprendo la motivazione di alcuni usi e costumi (anche se non sempre condivido).
In seguito, conobbi un bambino cubano, dovetti rifiutare l’incarico ma feci esperienza indiretta con lui, poiché era in classe con una bambina disabile che seguivo come educatrice. Purtroppo, di lui non ho un ricordo positivo, era svogliato e soprattutto in un anno scolastico non ha imparato una parola di italiano, o meglio quando si trattava di giocare con i compagni parlava, quando si trattava di lavorare no. Se devo essere sincera verso la fine dell’anno cercavo di non avere contatti con lui, perché il suo atteggiamento proprio non mi piaceva, sono educatrice, ma sono anche un’essere umano che a volte segue il proprio istinto e la propria emotività. Tuttavia mi chiedo come mai rifiutasse la scuola e di apprendere e alla fine ho capito che il suo atteggiamento non piaceva neanche alle persone che lo seguivano a livello didattico e ciò non ha fatto altro che isolarlo e portarlo ad una situazione di rifiuto. A supporto di queste problematiche dovrebbe entrare in gioco un supervisore pedagogico per aiutare le figure preofessionali in questione ad analizzare quali sono le reali difficoltà relazionali verso il bambino e trovare una soluzione.
Faccio presente, che all’interno della realtà scolastica ci sono anche bambini stranieri che non necessitano dell’insegnante di sostegno, ma che seguono la programmazione diadattica normale. Ciò che colpisce di loro è la naturalezza con cui stanno con gli altri compagni, tra loro sono amici, si aiutano e non ho mai sentito una parola razzista da parte loro. Vorrei concludere questo articolo affermando, che “sono bambini come i nostri, e diventeranno adulti insieme! Litigheranno, si abbracceranno e condivideranno il futuro che si spera multiculturale insieme”. Forse è una frase fatta o patetica, ma credo che sia necessario partire dai bambini per parlare di integrazione.
Articolo scritto dalla Dott.ssa Elena Barcellini |
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